1° settembre – Giornata Mondiale di Preghiera per la cura del Creato«Forgeranno le loro spade in vomeri» (Is 2,4)

Il 1° settembre celebriamo l’XI Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato. Papa Leone XIV ha firmato il messaggio il 15 agosto, festa dell’Assunta, scegliendo come titolo la profezia di Isaia sulle spade trasformate in aratri.

Il filo del testo è semplice e insieme esigente: le crisi che vediamo oggi e la distruzione dell’equilibrio del creato non sono fenomeni separati, ma un’unica invocazione di guarigione che sale da un mondo ferito. La guerra, osserva il Papa, non finisce sul campo di battaglia: lacera le famiglie, costringe milioni di persone a lasciare le proprie case e lascia dietro di sé una distruzione sociale ed ecologica che dura per generazioni. Conflitti e degrado ambientale si alimentano a vicenda, avvelenando aria e acqua e generando nuove povertà.

Ma la radice, avverte il messaggio, sta più in profondità. Non bastano strutture migliori: le disarmonie del mondo si collegano a quello squilibrio più profondo che è radicato nel cuore dell’uomo. È lì che si gioca la partita, tra amore e indifferenza, giustizia e ingiustizia. Il Papa riprende un’immagine di Benedetto XVI: i deserti che si allargano fuori di noi nascono dai deserti che abbiamo lasciato crescere dentro. Da qui l’invito: la conversione ecologica non è una tecnica, è un ritorno al Signore che riordina i desideri e guarisce le ferite. Gli strumenti veri della pace non sono le armi, ma la verità, il dialogo, la pazienza, la giustizia, la misericordia, la cura. E la promessa: passare, lentamente ma davvero, dal deserto al giardino, dalla divisione alla comunione.

foglietto parrocchiale del 30 agosto 2026

Carissime e carissimi,

come Consiglio Pastorale desideriamo condividere con tutta la comunità una comunicazione importante che riguarda il nostro cammino pastorale. Ci è stato comunicato che al nostro parroco, don Daniele, verrà affidata anche la cura pastorale di San Leopoldo, oltre a quella della nostra parrocchia. Questa nomina non è soltanto un avvicendamento organizzativo. Si colloca dentro il percorso che tutta la Chiesa di Padova sta compiendo dopo il Sinodo diocesano, e che il vescovo Claudio ci ha consegnato nella lettera post sinodale Ripartiamo da Cana. Il Sinodo ci ha ricordato che ogni parrocchia conserva intatti il suo valore, la sua storia e il suo volto, ma che nessuna può più pensarsi autosufficiente: «nessuna parrocchia si penserà da sola», scrive il vescovo, invitando le comunità vicine a entrare con gradualità in una collaborazione reale.  In questa prospettiva si inserisce anche il percorso delle Collaborazioni Pastorali, attraverso il quale la Diocesi di Padova sta promuovendo una maggiore collaborazione tra le parrocchie, nella consapevolezza che il volto della Chiesa sta cambiando e che siamo chiamati a trovare modalità nuove per vivere e annunciare il Vangelo. L’affidamento di una seconda comunità al nostro parroco va quindi accolto dentro questo più ampio percorso di rinnovamento. Non si tratta semplicemente di aggiungere un incarico al ministero del sacerdote, ma di imparare a vivere la parrocchia secondo una logica sempre più comunitaria, corresponsabile e collaborativa.

Questo passaggio ci chiede, in particolare, di riscoprire che la vita della nostra comunità non dipende esclusivamente dalla presenza e dall’opera del parroco.
Il parroco rimane una figura fondamentale per la vita della comunità, ma il cammino della Chiesa appartiene a tutti. Per questo il Sinodo ci richiama alla corresponsabilità dei battezzati: ciascuno, secondo il proprio ruolo, le proprie capacità e i propri doni, è chiamato a partecipare alla vita e alla missione della comunità cristiana. Come Consiglio Pastorale sentiamo quindi la responsabilità di accompagnare questo momento con equilibrio e fiducia, aiutando la comunità a non vivere questa novità soltanto come una difficoltà o una perdita, ma anche come un’opportunità per crescere nella partecipazione, nella collaborazione e nella corresponsabilità. Sappiamo che ci saranno aspetti concreti da comprendere e da organizzare e che sarà necessario individuare, insieme al parroco e agli altri organismi di partecipazione, le modalità più adatte per garantire alla nostra comunità un cammino sereno e attento alle esigenze delle persone. Per questo chiediamo a tutti di affrontare questo passaggio con uno spirito di comunione e di fiducia, evitando letture affrettate e cercando, invece, di comprendere insieme ciò che il Signore ci sta chiedendo in questo particolare momento della vita della nostra Chiesa. Come comunità, siamo chiamati a fare la nostra parte: a partecipare, a collaborare, a prenderci cura della vita della parrocchia e a mettere a disposizione tempo, competenze e disponibilità.

Accompagniamo dunque don Daniele con la nostra preghiera, perché possa vivere questo nuovo servizio con serenità e con la forza necessaria, e accompagniamo anche la nuova comunità che gli viene affidata, perché possa nascere un autentico cammino di conoscenza, collaborazione e comunione.

Il Consiglio Pastorale Parrocchiale e il Consiglio per la Gestione Economica

Non era sola

La testimonianza di una nostra parrocchiana

Vorrei raccontarvi una cosa che mi è stata riferita in questi giorni.

Una signora della nostra parrocchia ha dovuto affrontare un’operazione difficile. Prima di entrare in sala operatoria si è affidata al nostro Crocifisso, quello vicino all’altare della mensa, davanti al quale si ferma a pregare da anni. Gli ha detto più o meno: “adesso pensaci tu”.

Le ore dopo sono state difficili. Fuori dalla sala, i medici parlavano con i figli e facevano capire che le speranze erano poche. Lei era in coma indotto, addormentata, non poteva sapere nulla di tutto questo. Eppure dice di non essersi mai sentita sola: sentiva il Crocifisso lì accanto al suo letto, lo vedeva accanto a sé. Adesso è tornata a casa e vuole solo dire grazie. Al Signore, ai medici, a tutti quelli che hanno pregato per lei. Non stiamo qui a spiegare o a misurare quello che è successo: su queste cose la Chiesa va’ sempre con i piedi di piombo, e va’ bene così. Però una cosa possiamo dirla. Il Crocifisso non toglie la croce: ci sta dentro con noi. Chi si affida non resta mai solo. Preghiamo gli uni per gli altri, e soprattutto per i nostri malati e per quanti li assistono. E quando entrate in chiesa, alzate lo sguardo verso il Crocifisso: lì davanti c’è posto per tutte le nostre fatiche.

Per valorizzare questa presenza e l’immagine del Crocifisso della nostra chiesa realizzeremo un santino che sarà benedetto nella festa dell’Esaltazione della Santa Croce lunedì 14 settembre durante la S. Messa delle ore 18.30.

Il Perdono d’Assisi

Dal mezzogiorno del 1° agosto a tutto il 2 agosto. 

Nel 1216 Francesco stava pregando nella piccola chiesa della Porziuncola e chiese al Signore un dono grande: il perdono pieno per tutti quelli che, pentiti e confessati, fossero entrati in quella chiesa. Poi andò dal Papa a chiedere che quel dono valesse davvero. Gli domandarono, presso la Santa Sede, quanti anni di indulgenza volesse. Rispose che non voleva anni: voleva anime.

«Santo Padre, poc’anzi ho restaurato una chiesetta in onore della Vergine Maria; mi piacerebbe che fosse concessa un’indulgenza speciale a chi verrà lì a pregare, pentito dei propri peccati. Non chiedo anni, ma anime. Voglio portarli tutti in Paradiso.» S. Francesco

Da allora questo dono è stato esteso a tutte le chiese parrocchiali. Quindi vale anche per la nostra chiesa, dal mezzogiorno del 1° agosto fino alla mezzanotte del 2 agosto. Le condizioni sono queste:

  • visita alla chiesa, con la recita del Credo e del Padre nostro;
  • preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre (un Padre nostro, un’Ave Maria e un Gloria);
  • confessione sacramentale, nei giorni vicini (entro una decina di giorni prima o dopo);
  • partecipazione alla Santa Messa e Comunione eucaristica;
  • il distacco interiore da ogni peccato, anche veniale.

Si può ricevere per sé oppure per un nostro caro defunto: è un bel modo, silenzioso, di volere ancora bene a chi ora vive in Dio.

Il bilancio 2025 della Parrocchia in breve

Nel corso del 2025 la nostra parrocchia ha registrato entrate per circa 183.000 € e uscite per circa 168.000 €, chiudendo l’anno con un avanzo di gestione di poco più di 15.000 € (nel 2024 l’esercizio si era invece chiuso in leggero passivo). I conti restano dunque solidi e ordinati, senza debiti in essere.

Sintesi dell’esercizio 2025
Entrate totali€ 182.836
Uscite totali€ 167.802
Avanzo di gestione€ 15.034

Le entrate poggiano quasi interamente sulla generosità diretta dei fedeli.

La voce più consistente è la sagra, che da sola vale quasi un terzo del totale; seguono le collette domenicali e le offerte per le attività pastorali, in netta crescita rispetto all’anno scorso. È il segno di una comunità viva e partecipe.

Sul fronte delle uscite, circa un terzo sostiene direttamente la vita pastorale e il culto: catechesi, attività estive, celebrazioni, carità e missioni. La voce compensi e personale riguarda principalmente il contributo versato annualmente alla Famiglia Missionaria della Redenzione per la presenza delle nostre suore (il compenso totale è stato completato nei primi mesi del 2026). Pesano le spese di gestione degli edifici — riscaldamento, luce e acqua sfiorano i 33.000 € — con il solo riscaldamento cresciuto in modo sensibile.

Il bilancio 2025 del Circolo NOI

Il Circolo è il motore delle nostre attività: Grest e campiscuola per i ragazzi, e le feste aperte a tutti (la Festa della Famiglia e la Festa dello Sport e di Sant’Urbano). Nel 2025 ha registrato entrate per circa 123.000 € e uscite per circa 120.000 €, chiudendo con un avanzo di circa 3.000 € e una disponibilità di cassa a fine anno in lieve crescita.

Sintesi dell’esercizio 2025
Entrate totali€ 123.456
Uscite totali€ 120.367
Avanzo d’esercizio€ 3.089
Saldo attivo al 31/12/2025€ 36.183

Le entrate provengono quasi interamente dalle attività: il Grest e i campiscuola, grazie al volontariato e all’operosità gratuita di tanti parrocchiani, valgono circa il 69% mentre le feste (Festa della Famiglia e Festa dello Sport e di Sant’Urbano) aggiungono un altro 24% circa. Completano il quadro alcuni contributi ed erogazioni liberali. Il bilancio delle attività si completerà con alcune entrate registrate solamente nel 2026 (contributi alle spese provenienti dai rimborsi delle utenze provenienti dal doposcuola Apremidì e dalla cooperativa gruppo ERRE che gestisce l’accoglienza dei rifugiati dall’Ucraina).

Sul fronte delle uscite, la voce di gran lunga maggiore sono i servizi (circa due terzi del totale): trasporti, soggiorni, materiali e formazioni necessarie a realizzare le attività. Seguono materiali e merci (per le feste) e le altre spese di gestione. In pratica le quote raccolte trovano corrispondenza quasi esatta nei costi: le attività si autofinanziano. Questa dimensione della nostra comunità, grazie soprattutto all’impegno del Gruppo Angeli Custodi, mantiene anche la struttura dell’ex-asilo (da cui le altre uscite: utenze e amministrazione).

Un grazie a chi partecipa e a chi, con tempo, impegno e generosità, rende possibili queste proposte.

Devolvi il tuo 5 x 1000alla tua parrocchia! Nella denuncia dei redditi, puoi donare il tuo 5×1000 alla parrocchia di San Nicola – Circolo Eugenio Pianta Scrivendo il codice fiscale 92121650284

Un corpo capace dell’infinito

C’è un’esperienza che, prima o poi, tutti facciamo: sentirci troppo piccoli per ciò che portiamo dentro. Abbiamo desideri più grandi della nostra vita, un’attesa di felicità che non sta nei nostri giorni, sogni che sembrano fatti apposta per un’altra misura. È come se dentro la nostra carne fragile abitasse uno spirito che spinge per andare oltre, e che la nostra pelle mortale fatica a trattenere. San Paolo lo diceva con un’immagine bellissima: portiamo un tesoro dentro vasi di creta (2 Cor 4,7). Cose preziose dentro un contenitore che si crepa.

Gli studiosi dell’animo umano l’hanno intuito a loro modo. Esther Bick e Didier Anzieu, due grandi della psicoanalisi, hanno mostrato che la prima cosa di cui un bambino ha bisogno per esistere è una «pelle»: non solo quella del corpo, ma una pelle interiore, psichica, che lo tenga insieme e gli dia un confine. Come la pelle avvolge e raccoglie il corpo, così abbiamo bisogno di un involucro che custodisca la nostra vita interiore, perché non si disperda. Pensiamo al bambino piccolo: ha bisogno di braccia che lo tengano, di un abbraccio che faccia da pelle e gli dica tu esisti, tu sei al sicuro. Senza quel contenimento, l’eccesso di vita diventa angoscia. Abbiamo bisogno, da sempre, di una pelle che ci contenga senza imprigionarci.

Ed è qui che la solennità del Corpus Domini ci sorprende. Perché Dio, davanti alla nostra fragilità, non ci ha mandato un consiglio, una teoria, un sentimento. Ci ha dato un Corpo. “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo mi hai preparato” (Eb 10,5). Nell’Eucaristia Gesù si fa pane perché la nostra

 

carne — questa carne mortale, che invecchia e si stanca — possa diventare capace di contenere qualcosa di infinitamente più grande di sé. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna” (Gv 6,54), dice il Signore. Non sta promettendo solo un premio per dopo: sta allargando la nostra capacità già adesso. Comunicandoci, riceviamo come una pelle nuova, capace di contenere un sogno che la sola carne non potrebbe portare: la vita stessa di Dio dentro di noi.

È il miracolo che Maria ha vissuto per prima. Una creatura ha potuto contenere l’Incontenibile, l’Eterno è stato custodito in un grembo umano. L’Eucaristia fa di ognuno di noi un piccolo grembo, una pelle abitata da una Presenza più grande di noi. La nostra fragilità non viene cancellata — restiamo vasi di creta — ma diventa capace di custodire un tesoro che non muore.

Ecco perché la fragilità della nostra carne non è più l’ultima parola. Il chicco di grano deve morire per portare frutto (Gv 12,24), e quel pane che adoriamo è proprio un chicco macinato e donato. La nostra vita mortale, nutrita da quel Pane, diventa il guscio di un seme destinato a fiorire oltre la morte. Portiamo dentro un sogno che la tomba non può trattenere.

Quando, nella processione, vedremo l’Ostia bianca sollevata in alto, guardiamola così: è la nostra vita piccola e fragile, presa tra le mani di Dio, resa capace di contenere il Cielo.

Buona festa del Corpus Domini.

Un’estate per crescere insieme

Anche quest’anno l’estate si apre per i nostri ragazzi come un tempo di grazia: settimane in cui il gioco, l’amicizia, la natura e la preghiera diventano strade per crescere e per fare esperienza viva di comunità. Non si tratta soltanto di “tenere occupati” i più giovani durante le vacanze, ma di offrire loro occasioni preziose per incontrare se stessi, gli altri e il Signore. Dietro ciascuna di queste proposte c’è il lavoro generoso di tanti animatori — adolescenti, giovani e adulti — che mettono a disposizione tempo ed energie come autentico servizio alla comunità.

Il Grest: due settimane di festa e di crescita

Si comincia con il Grest, dall’8 al 19 giugno. Per due settimane una cinquantina di animatori adolescenti accompagneranno i bambini delle elementari e i ragazzi delle medie in un percorso fatto di giochi, laboratori e momenti di riflessione, pensati per crescere insieme e sperimentare la bellezza dello stare in comunità. L’ambientazione di quest’anno ci porterà nella Firenze di Brunelleschi: tra cupole, cantieri e capolavori, scopriremo che anche le grandi imprese nascono da uno sguardo che sa alzarsi in alto e da mani disposte a costruire insieme.

I campiscuola: in cammino verso l’autonomia e l’incontro

Con l’estate inoltrata arrivano i campiscuola, esperienze più intense in cui i ragazzi imparano a staccarsi un po’ dalle comodità di casa per scoprire l’autonomia, la vita di relazione e la gioia dell’incontro con Gesù.

Dal 19 al 26 luglio i ragazzi delle elementari e delle medie vivranno il loro campo ai Castelli di Monfumo (TV): sei giorni per sperimentare insieme l’autonomia, la capacità di stare con gli altri e l’incontro con il Signore nella preghiera, nella natura e nella vita comune. A prendersi cura dei novanta partecipanti ci saranno diciotto animatori e una decina di persone impegnate nel servizio e nel supporto: un piccolo segno di quanto la comunità sappia farsi presente e accogliente.

Dal 3 al 9 agosto sarà la volta dei giovanissimi delle superiori, che si metteranno in viaggio verso la Puglia per riscoprire la figura di don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, testimone instancabile di carità e di pace. Sarà l’occasione per affrontare insieme, con riflessioni e condivisioni, la complessità del tema della pace — una sfida quanto mai attuale, che chiede ai più giovani di non rassegnarsi e di custodire la speranza.

Infine, dal 10 al 16 agosto, i giovani (dalla quinta superiore in su) raggiungeranno l’Umbria, nei dintorni di Assisi, per lasciarsi guidare dalla figura di san Francesco proprio nell’ottocentenario della sua morte. Sulle orme del Poverello, in una terra che custodisce ancora il suo spirito, sarà bello riscoprire un Vangelo vissuto con radicalità e gioia.

Un grazie e un invito

Tutto questo è possibile grazie alla disponibilità di tanti animatori e collaboratori, e al sostegno delle famiglie e dell’intera comunità. Affidiamo al Signore questo tempo estivo, perché sia davvero per i nostri ragazzi un’occasione di crescita umana e cristiana. Accompagniamoli con la nostra preghiera e, dove possibile, con il nostro aiuto concreto: ogni esperienza di comunità è un seme gettato con fiducia, di cui un giorno raccoglieremo i frutti.

O meraviglia. La parola può esprimere cose meravigliose e al di sopra di ogni parola! Io vedo quella luce che non è del mondo e stando nella mia cella esperimento in me il Creatore del mondo, parlo con Lui e Lo amo; la conoscenza di Dio è il mio unico nutrimento e unito a Lui salgo al cielo. E il corpo dov’è? Non lo so. (San Simeone il Nuovo Teologo)

Maggio: Sintonizzare il cuore sul ritmo del cuore di Maria

Il mese di maggio a Ponte San Nicolò profuma di tradizioni, di fiori e, soprattutto, di quel mormorio dolce e costante che è la preghiera del Rosario. Ma cosa accade, nel profondo, mentre le dita scorrono sui grani e le labbra ripetono le parole antiche? Non stiamo solo recitando una formula; stiamo compiendo un’operazione di “calibrazione” spirituale.

A volte può capitare che le nostre preghiere assomiglino a una lista della spesa o a un tentativo di convincere Dio che i nostri piani siano i migliori. Il Rosario, con la sua cadenza contemplativa, ci aiuta a fare il contrario: a silenziare il rumore dei nostri “io voglio” per far emergere il desiderio del Padre. Pregare con Maria significa imparare a dire: “Sia fatto di me secondo la tua parola”. È la disponibilità proprio a quel Padre che, meglio di noi, conosce il nostro vero bene. Pregare il Santo Rosario è come appoggiarsi al cuore di Maria e, nella preghiera, cambiare il ritmo del nostro cuore adattandosi al suo. Il Suo abbandono frena le nostre pretese, la Sua umiltà scioglie le nostre presunzioni, e la Sua stessa presenza rompe l’orgoglio che ci rende soli e schiavi.

In questo cammino di spoliazione, ci viene in aiuto il giovane san Carlo Acutis. La sua celebre frase, “Non io, ma Dio”, è la sintesi perfetta del Rosario vissuto bene. Carlo aveva capito che la vera felicità non sta nell’affermare se stessi, ma nello svuotarsi per lasciare spazio alla Grazia. Il Rosario ci educa proprio a questo: a spostare il baricentro da noi stessi verso l’Alto.

Per calibrare le nostre parole, dobbiamo però sapere chi siamo. santa Caterina da Siena ricevette dal Signore in visione un insegnamento fulminante: “Tu sei colei che non è, e io sono Colui che è”. Riconoscere questa sproporzione non è umiliante, è liberatorio! Ci toglie l’ansia di dover essere i registi onnipotenti della nostra vita.

Se Dio è “Colui che è”, allora il mio valore non dipende dai successi, dai Like o da quanto appaio perfetto agli occhi degli altri. Mi piace ricordare a questo proposito, quanto diceva san Francesco d’Assisi nelle sue Ammonizioni: “L’uomo vale quanto vale davanti a Dio e nulla di più”. Nella preghiera del rosario, accompagnati dalla beata Vergine Maria al Padre, siamo soli con Lui e non dipendiamo più da nient’altro che dal suo amore gratuito e infinto che si riversa su di noi come sulla Sua Madre Santa.

Quest’anno, vogliamo che ogni grano del Rosario sia anche un seme di pace. In un mondo ferito da conflitti e divisioni, la nostra preghiera deve farsi intercessione accorata. La pace nel mondo inizia dalla pace nel cuore: nasce quando smettiamo di combattere per il nostro “io” e ci arrendiamo al Padre. Chiediamo alla Vergine Maria il dono della pace per le terre martoriate dalla guerra, per le nostre famiglie e per la nostra comunità.

In questo mese di maggio, l’invito per tutti noi è di riscoprire il Rosario come uno strumento di precisione. Ogni Ave Maria è un colpo di lima alle nostre pretese e un atto di fiducia verso un Padre che ci ama.

Preghiamo non tanto per cambiare i piani di Dio, quanto perché il Rosario cambi noi, rendendoci finalmente capaci di desiderare ciò che Lui desidera per noi. Perché è lì, e solo lì, che abita la nostra pace.

San Leopoldo, patrono dei malati di tumore in Italia. Dal 6 gennaio 2020 san Leopoldo è ufficialmente dichiarato “patrono dei malati d’Italia colpiti da tumore” da parte della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. La nostra collaborazione pastorale è stata invitata quest’anno a partecipare alla novena in preparazione alla festa di questo santo nella Messa del 4 maggio alle ore 18.30 presso il suo santuario a Padova.

«Pace a voi!»

Il dono che apre le porte chiuse

La sera di Pasqua, i discepoli sono rinchiusi in casa con il catenaccio tirato. L’evangelista Giovanni lo dice chiaramente: stanno lì “per paura”. Hanno paura di fare la stessa fine di Gesù. Hanno paura del futuro. Hanno paura, forse, anche gli uni degli altri — ci si chiede cosa fare, ognuno con il suo dolore. Ed è proprio in quel momento che Gesù entra, si mette in mezzo a loro e dice: “Pace a voi!” (Gv 20,19). Quella pace non è un semplice “andrà tutto bene”. È qualcosa di più grande: è la presenza di qualcuno che ha attraversato la morte e non ne ha paura. È quella presenza, quella pace, che cambia tutto.  L’autore della Lettera agli Ebrei, dice una cosa che fa pensare: Gesù si è fatto uomo, ha condiviso la nostra vita fino alla morte, per liberare “tutti coloro che per timore della morte erano tenuti in schiavitù per tutta la vita”. (Eb 2,14-15)      È una parola forte: schiavitù. Ma se ci pensiamo, è vera. La paura di perdere qualcosa (la salute, l’affetto di qualcuno, la nostra sicurezza, la stima degli altri…) ci condiziona molto più di quanto ammettiamo. Ci fa diventare rigidi, diffidenti e chiusi in noi stessi: come se fossimo imprigionati… Quante volte in famiglia non si dice una cosa importante perché si ha paura della reazione dell’altro? Quante volte si tace per non rischiare un conflitto, e poi quel silenzio col tempo diventa un muro? O al contrario: si controlla, si pretende, si vuole essere sempre al centro, non per cattiveria, ma per paura di essere lasciati soli. E nella comunità parrocchiale non è tanto diverso: c’è chi non si avvicina mai perché teme di non essere all’altezza, c’è chi ha smesso di venire dopo una parola detta male, o un torto subito (e magari la ferita è rimasta lì, non elaborata…), c’è chi partecipa, ma in fondo tiene le distanze (si fa il proprio compito, e poi via….). Tutto questo non nasce necessariamente dalla malizia. Nasce, spesso, dalla paura. Quella stessa paura che teneva chiusi i discepoli la sera di Pasqua. In questo tempo pasquale, il nostro pensiero non può non rivolgersi al nostro Adriano che due anni fa in questi giorni ha perso la vita nell’esplosione della centrale idroelettrica. Lo vogliamo ricordare come l’abbiamo conosciuto: una persona onesta e coraggiosa, che non si tirava indietro di fronte alle situazioni difficili, un marito e padre premuroso e presente. Personalmente ne porto un ricordo preciso e grato a cui stavo pensando proprio mentre scrivevo questa riflessione: Adriano era schietto, diretto, capace di dire le cose come stavano senza giri di parole, ma senza durezza. In più di un’occasione in cui si è dovuto affrontare qualche passaggio delicato nella vita della nostra comunità, lui era lì, con quella chiarezza tranquilla che è l’esatto contrario della paura. Non aveva bisogno di compiacere nessuno per sentirsi al sicuro. Poteva permettersi di essere vero. Ecco: Adriano ci ha mostrato, con il suo modo di essere proprio ciò di cui ci parla la pace della Pasqua. Un uomo libero — libero dalla paura del giudizio, libero di dire la verità, capace di stare con gli altri in modo onesto e diretto — è già, in qualche modo, un uomo pasquale. Lo affidiamo alla misericordia del Risorto, con gratitudine anche per questo suo tratto che ha condiviso con la sua comunità. San Paolo descrive in modo bellissimo quello che proprio questo Spirito del Risorto fa in noi. Egli scrive ai Romani: «Non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”» (Rm 8,15)     Chi vive da schiavo agisce per paura: ha paura di sbagliare, di essere punito, di non essere accettato. Chi vive da figlio agisce per amore: sa di essere voluto bene anche quando sbaglia, e questo lo rende libero. Pensiamo a un bambino che ha un genitore davvero affettuoso e presente: quel bambino ha il coraggio di fare domande, di ammettere gli errori, di avvicinarsi anche quando ha combinato qualcosa. Non perché sia perfetto, ma perché sa di essere amato lo stesso. Ecco: la pace del Risorto vorrebbe fare questo in noi: non tanto renderci perfetti, quanto farci sentire amati anche nella nostra fragilità. Uno psicoanalista inglese del Novecento, Wilfred Bion, ha studiato per tutta la vita come l’essere umano impara a stare con le proprie paure. Diceva che ognuno di noi, fin da piccolo, porta dentro di sé un’angoscia profonda, una paura che è difficile perfino nominare. E che per imparare a viverci, abbiamo bisogno di qualcuno che sappia riceverla senza spaventarsi, trasformarla e restituircela in forma meno soffocante.            “La capacità di sopportare la frustrazione consente alla psiche di sviluppare il pensiero come mezzo per rendere tollerabile ciò che altrimenti sarebbe insopportabile”.(Bion, Apprendere dall’esperienza 1962)

Bion pensava alle madri, ai terapeuti, alle figure d’aiuto, etc… Ma la descrizione somiglia molto a ciò che fa Gesù risorto con i suoi discepoli spaventati: non finge che il problema non esista, non li rimprovera, non li abbandona. Entra nella loro paura, la attraversa con loro, e la trasforma in pace e in missione.       Bion diceva anche che le persone più libere e capaci di vero incontro sono quelle che sanno stare nell’incertezza senza esserne distrutte, quelle che non hanno bisogno di controllare tutto per sentirsi al sicuro. È esattamente la libertà che la Pasqua promette. Quando la pace del Risorto comincia davvero a fare effetto, le relazioni cambiano. Non in modo magico, non dall’oggi al domani. Ma cambia la direzione, il senso… Una coppia che litiga spesso, per esempio, può scoprire che sotto la lite c’è quasi sempre una paura: paura di non essere capiti, paura di non contare, paura di perdere l’altro. Quando si riesce a nominare quella paura, invece di attaccare o chiudersi, qualcosa si apre. È lì che può entrare un po’ di pace vera.           In parrocchia, quante energie vengono sprecate in competizioni silenziose, gelosie per i ruoli, risentimenti per come sono andate le cose, magari anche dopo diversi anni… Una comunità che vive davvero la pace del Risorto non è una comunità senza conflitti, è piuttosto una comunità capace di affrontarli, di chiedersi scusa, di ricominciare. Una comunità capace di agire come ci dice Paolo: “La carità non tiene conto del male ricevuto” (1 Cor 13,5).

Una relazione libera è quella dove non devo recitare una parte per essere accettato. Una relazione liberante è quella dove la presenza dell’altro mi aiuta a essere più me stesso. Queste relazioni non nascono dal semplice buon carattere: nascono da un cuore che ha incontrato il Risorto e ha cominciato, lentamente, a non aver più paura. Forse vale la pena chiederci, in questo tempo di Pasqua: quali sono le porte chiuse della nostra vita? Dove la paura mi sta impedendo di amare davvero… in famiglia, con i figli, con il coniuge, con un amico, con un fratello di comunità con cui c’è qualcosa di irrisolto?

Il Risorto non bussa da fuori e non aspetta che tutto sia in ordine per entrare. Entra, come quella sera, anche quando il catenaccio è tirato. Si mette in mezzo e dice: “Pace a voi!”.            LasciarLo entrare — con la preghiera, con i sacramenti, con il coraggio di qualche conversazione difficile rimasta in sospeso — è il cammino di una libertà che non finisce con la morte e che si può cominciare a vivere già qui, nel modo in cui amiamo ogni giorno.

La croce velata e il Cristo nascosto

Entrando in chiesa nell’ultima settimana di Quaresima si nota un segno semplice ed eloquente: la croce e talvolta alcune immagini sacre sono velate. È una tradizione antica della liturgia. La Chiesa, avvicinandosi alla Passione del Signore, nasconde per un tempo i segni della gloria di Cristo. Non perché vengano dimenticati, quanto per aiutarci a entrare più profondamente nel mistero della sua sofferenza e della sua apparente sconfitta.

Questo simbolo della presenza nascosta di Cristo trova un’eco sorprendente anche nella letteratura del Novecento. Un esempio particolarmente forte si trova nel romanzo Il potere e la gloria dello scrittore inglese Graham Greene, ambientato nel Messico degli anni della persecuzione anticlericale. Nel romanzo le chiese sono spesso deserte, impoverite o private delle loro immagini. In alcuni luoghi il culto è proibito e i sacerdoti devono vivere nascosti. Le chiese appaiono spoglie e silenziose, quasi come se la fede fosse stata cancellata dalla storia. Greene descrive una di queste cappelle con parole molto semplici e dure: «La chiesa era spoglia e buia». In questo contesto vive il protagonista del romanzo, un sacerdote perseguitato e fragile, che continua a portare i sacramenti alla gente nonostante la paura e la miseria. Proprio attraverso di lui Greene suggerisce che la presenza di Cristo non scompare, anche quando i suoi segni sembrano cancellati.

A un certo punto il sacerdote comprende qualcosa di profondo guardando la vita delle persone che incontra. Riflette: «Gli sembrò di amarli tutti: i corrotti, i peccatori, i sofferenti». È una scoperta evangelica: Cristo continua a essere presente proprio nei luoghi dove la sofferenza è più grande. In un altro passaggio del romanzo emerge una convinzione decisiva: la grazia di Dio non smette di agire nemmeno nella debolezza umana. La fede può apparire fragile, nascosta, quasi sconfitta, e continua a operare nel cuore delle persone.

Forse questo parla anche al nostro tempo. Guardando il mondo di oggi, segnato da guerre, violenze e dalla forza delle armi, può sembrare che Cristo sia scomparso dall’orizzonte della storia. Come in quelle chiese del Messico raccontate da Greene, a volte la sua presenza sembra cancellata o nascosta. La croce velata della Quaresima ci ricorda invece che Cristo non è assente: è velato. La sua presenza continua a manifestarsi nei volti di chi soffre, nei poveri, nelle vittime della guerra, in chi porta pesi troppo grandi per le proprie forze.

C’è un’opera d’arte che esprime in modo straordinario questa intuizione: il Cristo Velato, la celebre scultura custodita nella Cappella Sansevero a Napoli. Nel marmo sembra posato un velo sottilissimo che copre il corpo di Cristo morto. Il volto, le ferite, il corpo segnato dalla passione si intravedono attraverso quel velo delicato: non sono nascosti del tutto, e non sono mostrati pienamente.

È un’immagine che aiuta a comprendere anche il senso della Quaresima. Cristo può sembrare nascosto, come coperto da un velo nella storia degli uomini. Quel velo non cancella la sua presenza e la lascia trasparire.

Così anche nel nostro tempo, segnato da tante sofferenze e da tanta violenza, il Signore continua a essere presente, soprattutto nei volti di chi soffre. Il velo che sembra coprire la sua presenza non è definitivo. Come nella settimana santa il velo verrà tolto dalla croce, così anche la storia è destinata a rivelare pienamente la gloria di Cristo, che passa attraverso la passione e conduce alla vita.