Maggio: Sintonizzare il cuore sul ritmo del cuore di Maria

Il mese di maggio a Ponte San Nicolò profuma di tradizioni, di fiori e, soprattutto, di quel mormorio dolce e costante che è la preghiera del Rosario. Ma cosa accade, nel profondo, mentre le dita scorrono sui grani e le labbra ripetono le parole antiche? Non stiamo solo recitando una formula; stiamo compiendo un’operazione di “calibrazione” spirituale.

A volte può capitare che le nostre preghiere assomiglino a una lista della spesa o a un tentativo di convincere Dio che i nostri piani siano i migliori. Il Rosario, con la sua cadenza contemplativa, ci aiuta a fare il contrario: a silenziare il rumore dei nostri “io voglio” per far emergere il desiderio del Padre. Pregare con Maria significa imparare a dire: “Sia fatto di me secondo la tua parola”. È la disponibilità proprio a quel Padre che, meglio di noi, conosce il nostro vero bene. Pregare il Santo Rosario è come appoggiarsi al cuore di Maria e, nella preghiera, cambiare il ritmo del nostro cuore adattandosi al suo. Il Suo abbandono frena le nostre pretese, la Sua umiltà scioglie le nostre presunzioni, e la Sua stessa presenza rompe l’orgoglio che ci rende soli e schiavi.

In questo cammino di spoliazione, ci viene in aiuto il giovane san Carlo Acutis. La sua celebre frase, “Non io, ma Dio”, è la sintesi perfetta del Rosario vissuto bene. Carlo aveva capito che la vera felicità non sta nell’affermare se stessi, ma nello svuotarsi per lasciare spazio alla Grazia. Il Rosario ci educa proprio a questo: a spostare il baricentro da noi stessi verso l’Alto.

Per calibrare le nostre parole, dobbiamo però sapere chi siamo. santa Caterina da Siena ricevette dal Signore in visione un insegnamento fulminante: “Tu sei colei che non è, e io sono Colui che è”. Riconoscere questa sproporzione non è umiliante, è liberatorio! Ci toglie l’ansia di dover essere i registi onnipotenti della nostra vita.

Se Dio è “Colui che è”, allora il mio valore non dipende dai successi, dai Like o da quanto appaio perfetto agli occhi degli altri. Mi piace ricordare a questo proposito, quanto diceva san Francesco d’Assisi nelle sue Ammonizioni: “L’uomo vale quanto vale davanti a Dio e nulla di più”. Nella preghiera del rosario, accompagnati dalla beata Vergine Maria al Padre, siamo soli con Lui e non dipendiamo più da nient’altro che dal suo amore gratuito e infinto che si riversa su di noi come sulla Sua Madre Santa.

Quest’anno, vogliamo che ogni grano del Rosario sia anche un seme di pace. In un mondo ferito da conflitti e divisioni, la nostra preghiera deve farsi intercessione accorata. La pace nel mondo inizia dalla pace nel cuore: nasce quando smettiamo di combattere per il nostro “io” e ci arrendiamo al Padre. Chiediamo alla Vergine Maria il dono della pace per le terre martoriate dalla guerra, per le nostre famiglie e per la nostra comunità.

In questo mese di maggio, l’invito per tutti noi è di riscoprire il Rosario come uno strumento di precisione. Ogni Ave Maria è un colpo di lima alle nostre pretese e un atto di fiducia verso un Padre che ci ama.

Preghiamo non tanto per cambiare i piani di Dio, quanto perché il Rosario cambi noi, rendendoci finalmente capaci di desiderare ciò che Lui desidera per noi. Perché è lì, e solo lì, che abita la nostra pace.

San Leopoldo, patrono dei malati di tumore in Italia. Dal 6 gennaio 2020 san Leopoldo è ufficialmente dichiarato “patrono dei malati d’Italia colpiti da tumore” da parte della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. La nostra collaborazione pastorale è stata invitata quest’anno a partecipare alla novena in preparazione alla festa di questo santo nella Messa del 4 maggio alle ore 18.30 presso il suo santuario a Padova.

«Pace a voi!»

Il dono che apre le porte chiuse

La sera di Pasqua, i discepoli sono rinchiusi in casa con il catenaccio tirato. L’evangelista Giovanni lo dice chiaramente: stanno lì “per paura”. Hanno paura di fare la stessa fine di Gesù. Hanno paura del futuro. Hanno paura, forse, anche gli uni degli altri — ci si chiede cosa fare, ognuno con il suo dolore. Ed è proprio in quel momento che Gesù entra, si mette in mezzo a loro e dice: “Pace a voi!” (Gv 20,19). Quella pace non è un semplice “andrà tutto bene”. È qualcosa di più grande: è la presenza di qualcuno che ha attraversato la morte e non ne ha paura. È quella presenza, quella pace, che cambia tutto.  L’autore della Lettera agli Ebrei, dice una cosa che fa pensare: Gesù si è fatto uomo, ha condiviso la nostra vita fino alla morte, per liberare “tutti coloro che per timore della morte erano tenuti in schiavitù per tutta la vita”. (Eb 2,14-15)      È una parola forte: schiavitù. Ma se ci pensiamo, è vera. La paura di perdere qualcosa (la salute, l’affetto di qualcuno, la nostra sicurezza, la stima degli altri…) ci condiziona molto più di quanto ammettiamo. Ci fa diventare rigidi, diffidenti e chiusi in noi stessi: come se fossimo imprigionati… Quante volte in famiglia non si dice una cosa importante perché si ha paura della reazione dell’altro? Quante volte si tace per non rischiare un conflitto, e poi quel silenzio col tempo diventa un muro? O al contrario: si controlla, si pretende, si vuole essere sempre al centro, non per cattiveria, ma per paura di essere lasciati soli. E nella comunità parrocchiale non è tanto diverso: c’è chi non si avvicina mai perché teme di non essere all’altezza, c’è chi ha smesso di venire dopo una parola detta male, o un torto subito (e magari la ferita è rimasta lì, non elaborata…), c’è chi partecipa, ma in fondo tiene le distanze (si fa il proprio compito, e poi via….). Tutto questo non nasce necessariamente dalla malizia. Nasce, spesso, dalla paura. Quella stessa paura che teneva chiusi i discepoli la sera di Pasqua. In questo tempo pasquale, il nostro pensiero non può non rivolgersi al nostro Adriano che due anni fa in questi giorni ha perso la vita nell’esplosione della centrale idroelettrica. Lo vogliamo ricordare come l’abbiamo conosciuto: una persona onesta e coraggiosa, che non si tirava indietro di fronte alle situazioni difficili, un marito e padre premuroso e presente. Personalmente ne porto un ricordo preciso e grato a cui stavo pensando proprio mentre scrivevo questa riflessione: Adriano era schietto, diretto, capace di dire le cose come stavano senza giri di parole, ma senza durezza. In più di un’occasione in cui si è dovuto affrontare qualche passaggio delicato nella vita della nostra comunità, lui era lì, con quella chiarezza tranquilla che è l’esatto contrario della paura. Non aveva bisogno di compiacere nessuno per sentirsi al sicuro. Poteva permettersi di essere vero. Ecco: Adriano ci ha mostrato, con il suo modo di essere proprio ciò di cui ci parla la pace della Pasqua. Un uomo libero — libero dalla paura del giudizio, libero di dire la verità, capace di stare con gli altri in modo onesto e diretto — è già, in qualche modo, un uomo pasquale. Lo affidiamo alla misericordia del Risorto, con gratitudine anche per questo suo tratto che ha condiviso con la sua comunità. San Paolo descrive in modo bellissimo quello che proprio questo Spirito del Risorto fa in noi. Egli scrive ai Romani: «Non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”» (Rm 8,15)     Chi vive da schiavo agisce per paura: ha paura di sbagliare, di essere punito, di non essere accettato. Chi vive da figlio agisce per amore: sa di essere voluto bene anche quando sbaglia, e questo lo rende libero. Pensiamo a un bambino che ha un genitore davvero affettuoso e presente: quel bambino ha il coraggio di fare domande, di ammettere gli errori, di avvicinarsi anche quando ha combinato qualcosa. Non perché sia perfetto, ma perché sa di essere amato lo stesso. Ecco: la pace del Risorto vorrebbe fare questo in noi: non tanto renderci perfetti, quanto farci sentire amati anche nella nostra fragilità. Uno psicoanalista inglese del Novecento, Wilfred Bion, ha studiato per tutta la vita come l’essere umano impara a stare con le proprie paure. Diceva che ognuno di noi, fin da piccolo, porta dentro di sé un’angoscia profonda, una paura che è difficile perfino nominare. E che per imparare a viverci, abbiamo bisogno di qualcuno che sappia riceverla senza spaventarsi, trasformarla e restituircela in forma meno soffocante.            “La capacità di sopportare la frustrazione consente alla psiche di sviluppare il pensiero come mezzo per rendere tollerabile ciò che altrimenti sarebbe insopportabile”.(Bion, Apprendere dall’esperienza 1962)

Bion pensava alle madri, ai terapeuti, alle figure d’aiuto, etc… Ma la descrizione somiglia molto a ciò che fa Gesù risorto con i suoi discepoli spaventati: non finge che il problema non esista, non li rimprovera, non li abbandona. Entra nella loro paura, la attraversa con loro, e la trasforma in pace e in missione.       Bion diceva anche che le persone più libere e capaci di vero incontro sono quelle che sanno stare nell’incertezza senza esserne distrutte, quelle che non hanno bisogno di controllare tutto per sentirsi al sicuro. È esattamente la libertà che la Pasqua promette. Quando la pace del Risorto comincia davvero a fare effetto, le relazioni cambiano. Non in modo magico, non dall’oggi al domani. Ma cambia la direzione, il senso… Una coppia che litiga spesso, per esempio, può scoprire che sotto la lite c’è quasi sempre una paura: paura di non essere capiti, paura di non contare, paura di perdere l’altro. Quando si riesce a nominare quella paura, invece di attaccare o chiudersi, qualcosa si apre. È lì che può entrare un po’ di pace vera.           In parrocchia, quante energie vengono sprecate in competizioni silenziose, gelosie per i ruoli, risentimenti per come sono andate le cose, magari anche dopo diversi anni… Una comunità che vive davvero la pace del Risorto non è una comunità senza conflitti, è piuttosto una comunità capace di affrontarli, di chiedersi scusa, di ricominciare. Una comunità capace di agire come ci dice Paolo: “La carità non tiene conto del male ricevuto” (1 Cor 13,5).

Una relazione libera è quella dove non devo recitare una parte per essere accettato. Una relazione liberante è quella dove la presenza dell’altro mi aiuta a essere più me stesso. Queste relazioni non nascono dal semplice buon carattere: nascono da un cuore che ha incontrato il Risorto e ha cominciato, lentamente, a non aver più paura. Forse vale la pena chiederci, in questo tempo di Pasqua: quali sono le porte chiuse della nostra vita? Dove la paura mi sta impedendo di amare davvero… in famiglia, con i figli, con il coniuge, con un amico, con un fratello di comunità con cui c’è qualcosa di irrisolto?

Il Risorto non bussa da fuori e non aspetta che tutto sia in ordine per entrare. Entra, come quella sera, anche quando il catenaccio è tirato. Si mette in mezzo e dice: “Pace a voi!”.            LasciarLo entrare — con la preghiera, con i sacramenti, con il coraggio di qualche conversazione difficile rimasta in sospeso — è il cammino di una libertà che non finisce con la morte e che si può cominciare a vivere già qui, nel modo in cui amiamo ogni giorno.