Più vicini alla luce

C’è un’esperienza che tutti abbiamo fatto almeno una volta: camminare in una giornata di sole e accorgerci della nostra ombra. Se diamo le spalle al sole, l’ombra ci sta davanti, e ogni passo che facciamo finiamo per calpestarla. Se invece camminiamo verso il sole, l’ombra resta dietro di noi. È lì, non scompare, anzi più la luce è forte e più l’ombra è definita. Non è più lei tuttavia a guidare il cammino.

I santi che celebriamo il 1° novembre ci aiutano a capire proprio questo. Spesso li immaginiamo come persone senza ombre, perfette, lontane dalla nostra fatica quotidiana. In realtà la loro storia racconta il contrario. Più si avvicinavano a Dio, più vedevano con chiarezza le proprie fragilità, le proprie resistenze, il proprio peccato. San Francesco si considerava il più grande dei peccatori. Santa Teresa di Gesù Bambino visse gli ultimi mesi della sua vita in una notte di fede dolorosissima. Santa Teresa di Calcutta attraversò per decenni un’oscurità interiore di cui quasi nessuno sapeva nulla, mentre portava luce ai più poveri del mondo.

Questo dice qualcosa di importante anche su di noi. Quando ci accorgiamo delle nostre ombre, quando la coscienza si fa più sensibile e ciò che prima ci sembrava normale comincia a pesarci, non è necessariamente un segno che stiamo peggiorando. Può essere piuttosto il segno che ci stiamo avvicinando alla luce. Al buio tutto sembra uguale; è la luce che rivela. La santità non è l’assenza di tenebre, ma la scelta, rinnovata ogni giorno, di camminare verso Colui che è la Luce, sapendo che «la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta» (Gv 1,5). I santi non sono quelli che non hanno avuto ombra, ma quelli che non hanno smesso di guardare il sole.

Il giorno dopo, il 2 novembre, molti di noi andranno al cimitero a visitare le tombe dei propri cari. È un gesto semplice e antico, che custodisce una sapienza profonda. Il cimitero ci mette davanti alla morte, e la morte ci ricorda che la vita terrena ha una fine. La nostra lingua italiana ci regala così una parola dal doppio significato: la fine è anche il fine. La morte non è solo il punto in cui la vita si interrompe, è anche ciò che ci rivela verso dove la vita è orientata, a che cosa serve, per chi o per cosa la stiamo spendendo. Guardare la morte con fede non toglie necessariamente sapore ai giorni: può insegnarci piuttosto a dare peso a ciò che resta e a lasciar andare ciò che passa.

C’è poi un secondo aspetto, forse meno scontato. Andare al cimitero può sembrare un guardare indietro, un tornare al passato, ai ricordi, a ciò che non c’è più. Eppure la fede cristiana ci suggerisce un altro sguardo. Di chi è morto diciamo che “ci ha preceduto”. Precedere vuol dire andare avanti. I nostri defunti non sono rimasti indietro, fermi in una data scolpita sul marmo: sono davanti a noi, lungo la stessa strada che anche noi stiamo percorrendo. Non è un caso che la parola “cimitero” venga dal greco e significhi “dormitorio”, il luogo dove si riposa in attesa del risveglio.

Per questo davanti a una tomba non siamo chiamati tanto alla nostalgia, quanto alla speranza. Se vogliamo incontrare di nuovo chi abbiamo amato, non ci serve voltarci indietro: possiamo invece camminare in avanti, verso la stessa luce verso cui loro sono andati. Ed ecco che le due feste si tengono per mano. I santi e i nostri defunti abitano lo stesso orizzonte, quella comunione dei santi che professiamo ogni domenica nel Credo e che unisce chi è ancora in cammino e chi è già arrivato.

Buon cammino verso la luce, a tutti noi.

Una porta aperta, un tempo custodito

Carissimi, da poco ho iniziato il mio servizio come parroco a San Leopoldo, continuando ad accompagnare la comunità di Ponte San Nicolò. Camminare con due parrocchie è un dono grande e, insieme, una responsabilità che chiede ordine, chiarezza e un po’ di saggezza nell’organizzare il tempo. Per questo ho pensato di attivare degli orari d’ufficio fissi, nei quali sarà possibile trovarmi con certezza in canonica per la parrocchia di Ponte San Nicolò e in sagrestia per la parrocchia di San Leopoldo.

Non si tratta tanto di mettere confini alla disponibilità, quanto di renderla più affidabile. Quante volte capita di passare in canonica e trovare la porta chiusa, o di telefonare senza sapere quando richiamare? Un tempo stabilito permette a ciascuno di sapere quando può venire senza bisogno di appuntamento: per chiedere un certificato, prenotare una Messa per i propri defunti, avviare la preparazione a un Battesimo o a un Matrimonio, oppure semplicemente per scambiare due parole, chiedere un consiglio, sentirsi ascoltati. Una porta aperta in orari certi è un piccolo segno di una Chiesa che accoglie.

San Leopoldo
il lunedì: dalle 9.15 alle 12.15; il venerdì: dalle 15.00 alle 18.00
Ponte San Nicolò
il lunedì: dalle 15.00 alle 18.00; il venerdì dalle 10.00 alle 13.00

Il ministero di un parroco non si esaurisce dietro una scrivania. Gli altri giorni sono dedicati agli impegni vicariali, cioè alla collaborazione con le parrocchie vicine e con la Diocesi, allo studio e alla preparazione, alle riunioni con i consigli, i gruppi e i collaboratori. Il tempo dello studio e della preghiera non è un tempo sottratto alla comunità: è piuttosto ciò che permette di offrire una parola più nutrita, una predicazione preparata, un accompagnamento più attento alle persone. Chi non riesce a passare negli orari indicati, o desidera un colloquio più disteso (una confessione, un momento di discernimento, una situazione delicata da condividere), può chiedere un appuntamento presentandosi magari prima o dopo la Santa Messa.

Inoltre nei giorni in cui si celebra un funerale vorrei specificare che la Santa Messa feriale della parrocchia in cui si svolge sarà sospesa. Le intenzioni già prenotate per quella celebrazione verranno ricordate nella Santa Messa del sabato successivo. Non si tratta tanto di togliere qualcosa alla comunità, quanto di riconoscere che la liturgia esequiale è essa stessa una celebrazione eucaristica, nella quale tutta la parrocchia è invitata a stringersi attorno alla famiglia in lutto e ad affidare al Signore chi ci ha lasciato. Partecipare al funerale di un membro della comunità, anche quando non lo si conosceva personalmente, è un bel gesto di fede e di vicinanza.  Queste scelte potranno portare frutto se le viviamo insieme, con pazienza e fiducia reciproca. Sarà utile, nei primi mesi, verificare se gli orari rispondono davvero alle esigenze delle famiglie: ogni suggerimento sarà ben accolto. Affido questo nuovo inizio al Signore e alla vostra benevolenza.

Vi aspetto!   don Daniele

Rendiamo grazie per il “per sempre” di suor StefaniaCon gioia ci uniamo al rendimento di grazie per suor Stefania, che domenica 18 ottobre alle ore 16.00 emetterà la sua consacrazione perpetua tra le Sorelle Missionarie della Redenzione, insieme alle consorelle. La celebrazione eucaristica si terrà nel Santuario della Madonna Pellegrina (Piazza Cervi, quartiere Commenda, Rovigo) e sarà presieduta dal vescovo Pierantonio Pavanello. Per chi ha piacere di partecipare ci troveremo alle 15 davanti alla nostra chiesa. Al termine seguirà un momento di condivisione fraterna.  È il compimento di un cammino in cui il Signore ha continuato a chiamare e suor Stefania a rispondere, fino a scegliere di donargli tutta la vita. Domenica 25 ottobre celebreremo in parrocchia la Giornata Missionaria Mondiale e raccoglieremo alle Messe una offerta straordinaria per le Missioni. Alle ore 10.00 vivremo poi in parrocchia una Celebrazione Eucaristica di ringraziamento, per suor Stefania, suor Aline, suor Silvia e suor Lorenza e lodare insieme il Signore per il dono della sua vocazione nella preghiera per tutti i missionari.

Non è la nostra vigna

Questa domenica, 4 ottobre, la Parola e il calendario sembrano darsi appuntamento in un tripudio di ricorrenze. Il Vangelo ci parla di una vigna (Mt 21,33-43). È la Domenica del Rosario, all’inizio di un mese che è anche il mese delle missioni. Ed è il giorno di san Francesco, nell’anno in cui ricorrono otto secoli dalla sua morte, avvenuta la sera del 3 ottobre 1226 alla Porziuncola, sulla nuda terra. Proprio nel prossimo fine settimana comincio il mio ministero di parroco a San Leopoldo, e non potevo desiderare un inizio più eloquente.

La parabola riprende il canto della vigna di Isaia, ascoltato nella prima lettura: il padrone si aspettava giustizia e trovò spargimento di sangue, si aspettava rettitudine e sentì il grido degli oppressi. Nel Vangelo l’accento si sposta: il problema non è la vigna, sono i vignaioli, che hanno ricevuto tutto in dono (la siepe, il torchio, la torre) e al tempo del raccolto si dimenticano di essere servi. Gesù la racconta ai capi dei sacerdoti e agli anziani: non è un discorso contro altri, ma un esame di coscienza per chiunque abbia qualcosa da custodire, a cominciare da chi, come me, riceve una responsabilità.

Il peccato dei vignaioli è un peccato di centro. Al centro non c’è più il padrone, né la vigna, ma loro stessi: i loro diritti, il loro raccolto, la loro sicurezza. Così ogni inviato diventa una minaccia e alla fine anche il Figlio viene gettato fuori dalla vigna. Eppure proprio la pietra scartata, dice Gesù, diventa pietra d’angolo: Dio costruisce a partire da ciò che noi mettiamo da parte. La vigna del Vangelo è il Regno di Dio, e il Regno ha un volto preciso, quello del povero, del piccolo, dell’ultimo. Non è un Regno che passa da un popolo a un altro come un possesso: è di chi lo accoglie come dono e lo fa fruttificare.

La via d’uscita dal centro occupato da sé è quella percorsa dal Figlio, che non si aggrappa, non si impone, si lascia scartare: il decentramento da sé, unico criterio per entrare in comunione con il Padre. Francesco ne è stato un’icona luminosa. Davanti al vescovo di Assisi si spogliò di tutto, restituendo al padre anche i vestiti, e da quel giorno poté dire senza riserve «Padre nostro che sei nei cieli». Nel suo Testamento racconta che la conversione cominciò quando il Signore lo condusse tra i lebbrosi, e ciò che gli sembrava amaro si cambiò in dolcezza. Trovò il Regno nel piccolo e nello scartato. Per questo volle che i suoi fratelli fossero «minori» e chiamò «ministri» chi li guidava: la parola viene da minus, il contrario di magister. Ministero, cioè, vuol dire farsi minori.

Sento che questo Vangelo mi parla. Il pastore è tentato come i vignaioli di sentirsi padrone: di fare della parrocchia il proprio progetto, di misurare tutto sui propri tempi e sulle proprie idee. Mi affido a san Leopoldo Mandić, cappuccino e figlio di san Francesco, a cui è intitolata la nuova parrocchia che andrò a servire. Piccolo di statura e fragile di salute, sognava di partire per l’Oriente al servizio dell’unità dei cristiani, ma l’obbedienza lo tenne a Padova, in una cella-confessionale. Fece di quella cella la sua missione e della misericordia che vi dispensava una vigna non sua. Chiedo al Signore, e chiedo anche a voi, di aiutarmi a restare un servo.

La Parola interpella anche noi come comunità. Una parrocchia può diventare un luogo che custodisce se stesso, le proprie tradizioni, i propri gruppi, i propri spazi; oppure può guardare fuori da sé e lasciarsi misurare dal volto del più piccolo che incontra. E interpella ciascuno, perché ognuno ha la sua piccola vigna (la famiglia, il lavoro, il tempo, i talenti) e la tentazione di dire «è mia».

Ottobre ci mette in mano due strumenti per questo cammino. Il primo è il Rosario. Nessuno ha vissuto il decentramento da sé come Maria, serva del Signore, che a Cana indica a tutti soltanto Lui. Pregare il Rosario è lasciare per un momento le nostre preoccupazioni per farci condurre, con gli occhi di Maria, dentro la vita di Cristo, in un vero compendio del Vangelo. È ciò che san Paolo suggerisce nella seconda lettura: presentare a Dio ogni cosa con preghiera e ringraziamento, e la sua pace custodirà i nostri cuori. Il secondo strumento è la preghiera per le missioni: il 18 ottobre si celebra la centesima Giornata Missionaria Mondiale, dal tema «Uno in Cristo, uniti nella missione». Si va’ in missione, vicino o lontano, solo quando smettiamo di essere il centro. In quel giorno la nostra suor Stefania celebrerà la sua consacrazione perpetua. Pregheremo con lei e per lei perché, unita a Cristo, possa essere per tutti noi segno vivo della Sua presenza durante la sua missione in mezzo a noi. 

Camminiamo insieme, allora, con le mani aperte e non chiuse sul raccolto. Il Signore non ci chiede di essere i padroni della vigna, ma operai fedeli, capaci di portare frutto per il suo Regno.

Sagra della Madonna del Rosario e sessantesimo di consacrazione della nostra chiesa

Quest’anno la Sagra della Madonna del Rosario assume un significato ancora più profondo: insieme alla festa che dall’anno scorso è tornata ad animare la nostra comunità, celebriamo il sessantesimo anniversario della consacrazione della chiesa di Ponte San Nicolò. Sessant’anni di pietre che hanno visto passare generazioni di fedeli, battesimi, prime comunioni, matrimoni, funerali — sessant’anni in cui queste mura hanno custodito la fede e la vita di un intero paese. Eppure una chiesa non è mai fatta solo di pietre. È fatta di persone che si mettono a servizio, che aprono le porte, che preparano gli altari, che accolgono chi arriva, che si prendono cura degli spazi e delle relazioni. In questi sessant’anni la nostra comunità ha imparato che il servizio condiviso non è tanto un peso da dividere, quanto un dono da moltiplicare: più mani si offrono, più il bene cresce, più la comunità si riconosce come famiglia. Celebrare questo anniversario proprio durante la Sagra della Madonna del Rosario non è un caso: la festa popolare e la liturgia si intrecciano come da sempre accade nella vita della nostra parrocchia, dove la gioia dello stare insieme e la solennità della preghiera sono chiamate a sostenersi a vicenda. Guardando alla mostra fotografica che raccoglierà i ricordi di questi sessant’anni, potremo vedere con i nostri occhi come volti diversi, in tempi diversi, abbiano tenuto viva la stessa fiamma: quella di una comunità che serve insieme e prega insieme. Per chi desidera conoscere più da vicino la storia e le opere della nostra chiesa, domenica 4 ottobre alle ore 16.00 sarà possibile partecipare a una visita guidata, accompagnati da Daniela Borgato: un’occasione preziosa per riscoprire insieme il patrimonio artistico e spirituale che custodiamo da sessant’anni.  Che questo anniversario sia allora un’occasione per rinnovare la nostra gratitudine e il nostro impegno: che le prossime generazioni possano trovare, in questa chiesa, lo stesso segno vivo di una comunità che cresce nel servizio e si raccoglie nella preghiera. La nostra festa cade anche nel momento significativo per la chiesa universale dell’ottocentenario della morte di san Francesco. Il santo di Assisi benedice da decenni il nostro sagrato nell’immagine che lo ritrae con le braccia aperte guardando verso il cielo. Questa felice coincidenza possa aiutarci a vivere il nostro stile di essere chiesa seguendo il suo esempio di povertà e semplicità, mettendo al centro il Signore Gesù crocifisso e risorto, di cui egli è stato testimone e segno vivo.

1° settembre – Giornata Mondiale di Preghiera per la cura del Creato«Forgeranno le loro spade in vomeri» (Is 2,4)

Il 1° settembre celebriamo l’XI Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato. Papa Leone XIV ha firmato il messaggio il 15 agosto, festa dell’Assunta, scegliendo come titolo la profezia di Isaia sulle spade trasformate in aratri.

Il filo del testo è semplice e insieme esigente: le crisi che vediamo oggi e la distruzione dell’equilibrio del creato non sono fenomeni separati, ma un’unica invocazione di guarigione che sale da un mondo ferito. La guerra, osserva il Papa, non finisce sul campo di battaglia: lacera le famiglie, costringe milioni di persone a lasciare le proprie case e lascia dietro di sé una distruzione sociale ed ecologica che dura per generazioni. Conflitti e degrado ambientale si alimentano a vicenda, avvelenando aria e acqua e generando nuove povertà.

Ma la radice, avverte il messaggio, sta più in profondità. Non bastano strutture migliori: le disarmonie del mondo si collegano a quello squilibrio più profondo che è radicato nel cuore dell’uomo. È lì che si gioca la partita, tra amore e indifferenza, giustizia e ingiustizia. Il Papa riprende un’immagine di Benedetto XVI: i deserti che si allargano fuori di noi nascono dai deserti che abbiamo lasciato crescere dentro. Da qui l’invito: la conversione ecologica non è una tecnica, è un ritorno al Signore che riordina i desideri e guarisce le ferite. Gli strumenti veri della pace non sono le armi, ma la verità, il dialogo, la pazienza, la giustizia, la misericordia, la cura. E la promessa: passare, lentamente ma davvero, dal deserto al giardino, dalla divisione alla comunione.

foglietto parrocchiale del 30 agosto 2026

Carissime e carissimi,

come Consiglio Pastorale desideriamo condividere con tutta la comunità una comunicazione importante che riguarda il nostro cammino pastorale. Ci è stato comunicato che al nostro parroco, don Daniele, verrà affidata anche la cura pastorale di San Leopoldo, oltre a quella della nostra parrocchia. Questa nomina non è soltanto un avvicendamento organizzativo. Si colloca dentro il percorso che tutta la Chiesa di Padova sta compiendo dopo il Sinodo diocesano, e che il vescovo Claudio ci ha consegnato nella lettera post sinodale Ripartiamo da Cana. Il Sinodo ci ha ricordato che ogni parrocchia conserva intatti il suo valore, la sua storia e il suo volto, ma che nessuna può più pensarsi autosufficiente: «nessuna parrocchia si penserà da sola», scrive il vescovo, invitando le comunità vicine a entrare con gradualità in una collaborazione reale.  In questa prospettiva si inserisce anche il percorso delle Collaborazioni Pastorali, attraverso il quale la Diocesi di Padova sta promuovendo una maggiore collaborazione tra le parrocchie, nella consapevolezza che il volto della Chiesa sta cambiando e che siamo chiamati a trovare modalità nuove per vivere e annunciare il Vangelo. L’affidamento di una seconda comunità al nostro parroco va quindi accolto dentro questo più ampio percorso di rinnovamento. Non si tratta semplicemente di aggiungere un incarico al ministero del sacerdote, ma di imparare a vivere la parrocchia secondo una logica sempre più comunitaria, corresponsabile e collaborativa.

Questo passaggio ci chiede, in particolare, di riscoprire che la vita della nostra comunità non dipende esclusivamente dalla presenza e dall’opera del parroco.
Il parroco rimane una figura fondamentale per la vita della comunità, ma il cammino della Chiesa appartiene a tutti. Per questo il Sinodo ci richiama alla corresponsabilità dei battezzati: ciascuno, secondo il proprio ruolo, le proprie capacità e i propri doni, è chiamato a partecipare alla vita e alla missione della comunità cristiana. Come Consiglio Pastorale sentiamo quindi la responsabilità di accompagnare questo momento con equilibrio e fiducia, aiutando la comunità a non vivere questa novità soltanto come una difficoltà o una perdita, ma anche come un’opportunità per crescere nella partecipazione, nella collaborazione e nella corresponsabilità. Sappiamo che ci saranno aspetti concreti da comprendere e da organizzare e che sarà necessario individuare, insieme al parroco e agli altri organismi di partecipazione, le modalità più adatte per garantire alla nostra comunità un cammino sereno e attento alle esigenze delle persone. Per questo chiediamo a tutti di affrontare questo passaggio con uno spirito di comunione e di fiducia, evitando letture affrettate e cercando, invece, di comprendere insieme ciò che il Signore ci sta chiedendo in questo particolare momento della vita della nostra Chiesa. Come comunità, siamo chiamati a fare la nostra parte: a partecipare, a collaborare, a prenderci cura della vita della parrocchia e a mettere a disposizione tempo, competenze e disponibilità.

Accompagniamo dunque don Daniele con la nostra preghiera, perché possa vivere questo nuovo servizio con serenità e con la forza necessaria, e accompagniamo anche la nuova comunità che gli viene affidata, perché possa nascere un autentico cammino di conoscenza, collaborazione e comunione.

Il Consiglio Pastorale Parrocchiale e il Consiglio per la Gestione Economica

Non era sola

La testimonianza di una nostra parrocchiana

Vorrei raccontarvi una cosa che mi è stata riferita in questi giorni.

Una signora della nostra parrocchia ha dovuto affrontare un’operazione difficile. Prima di entrare in sala operatoria si è affidata al nostro Crocifisso, quello vicino all’altare della mensa, davanti al quale si ferma a pregare da anni. Gli ha detto più o meno: “adesso pensaci tu”.

Le ore dopo sono state difficili. Fuori dalla sala, i medici parlavano con i figli e facevano capire che le speranze erano poche. Lei era in coma indotto, addormentata, non poteva sapere nulla di tutto questo. Eppure dice di non essersi mai sentita sola: sentiva il Crocifisso lì accanto al suo letto, lo vedeva accanto a sé. Adesso è tornata a casa e vuole solo dire grazie. Al Signore, ai medici, a tutti quelli che hanno pregato per lei. Non stiamo qui a spiegare o a misurare quello che è successo: su queste cose la Chiesa va’ sempre con i piedi di piombo, e va’ bene così. Però una cosa possiamo dirla. Il Crocifisso non toglie la croce: ci sta dentro con noi. Chi si affida non resta mai solo. Preghiamo gli uni per gli altri, e soprattutto per i nostri malati e per quanti li assistono. E quando entrate in chiesa, alzate lo sguardo verso il Crocifisso: lì davanti c’è posto per tutte le nostre fatiche.

Per valorizzare questa presenza e l’immagine del Crocifisso della nostra chiesa realizzeremo un santino che sarà benedetto nella festa dell’Esaltazione della Santa Croce lunedì 14 settembre durante la S. Messa delle ore 18.30.

Il Perdono d’Assisi

Dal mezzogiorno del 1° agosto a tutto il 2 agosto. 

Nel 1216 Francesco stava pregando nella piccola chiesa della Porziuncola e chiese al Signore un dono grande: il perdono pieno per tutti quelli che, pentiti e confessati, fossero entrati in quella chiesa. Poi andò dal Papa a chiedere che quel dono valesse davvero. Gli domandarono, presso la Santa Sede, quanti anni di indulgenza volesse. Rispose che non voleva anni: voleva anime.

«Santo Padre, poc’anzi ho restaurato una chiesetta in onore della Vergine Maria; mi piacerebbe che fosse concessa un’indulgenza speciale a chi verrà lì a pregare, pentito dei propri peccati. Non chiedo anni, ma anime. Voglio portarli tutti in Paradiso.» S. Francesco

Da allora questo dono è stato esteso a tutte le chiese parrocchiali. Quindi vale anche per la nostra chiesa, dal mezzogiorno del 1° agosto fino alla mezzanotte del 2 agosto. Le condizioni sono queste:

  • visita alla chiesa, con la recita del Credo e del Padre nostro;
  • preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre (un Padre nostro, un’Ave Maria e un Gloria);
  • confessione sacramentale, nei giorni vicini (entro una decina di giorni prima o dopo);
  • partecipazione alla Santa Messa e Comunione eucaristica;
  • il distacco interiore da ogni peccato, anche veniale.

Si può ricevere per sé oppure per un nostro caro defunto: è un bel modo, silenzioso, di volere ancora bene a chi ora vive in Dio.

Il bilancio 2025 della Parrocchia in breve

Nel corso del 2025 la nostra parrocchia ha registrato entrate per circa 183.000 € e uscite per circa 168.000 €, chiudendo l’anno con un avanzo di gestione di poco più di 15.000 € (nel 2024 l’esercizio si era invece chiuso in leggero passivo). I conti restano dunque solidi e ordinati, senza debiti in essere.

Sintesi dell’esercizio 2025
Entrate totali€ 182.836
Uscite totali€ 167.802
Avanzo di gestione€ 15.034

Le entrate poggiano quasi interamente sulla generosità diretta dei fedeli.

La voce più consistente è la sagra, che da sola vale quasi un terzo del totale; seguono le collette domenicali e le offerte per le attività pastorali, in netta crescita rispetto all’anno scorso. È il segno di una comunità viva e partecipe.

Sul fronte delle uscite, circa un terzo sostiene direttamente la vita pastorale e il culto: catechesi, attività estive, celebrazioni, carità e missioni. La voce compensi e personale riguarda principalmente il contributo versato annualmente alla Famiglia Missionaria della Redenzione per la presenza delle nostre suore (il compenso totale è stato completato nei primi mesi del 2026). Pesano le spese di gestione degli edifici — riscaldamento, luce e acqua sfiorano i 33.000 € — con il solo riscaldamento cresciuto in modo sensibile.

Il bilancio 2025 del Circolo NOI

Il Circolo è il motore delle nostre attività: Grest e campiscuola per i ragazzi, e le feste aperte a tutti (la Festa della Famiglia e la Festa dello Sport e di Sant’Urbano). Nel 2025 ha registrato entrate per circa 123.000 € e uscite per circa 120.000 €, chiudendo con un avanzo di circa 3.000 € e una disponibilità di cassa a fine anno in lieve crescita.

Sintesi dell’esercizio 2025
Entrate totali€ 123.456
Uscite totali€ 120.367
Avanzo d’esercizio€ 3.089
Saldo attivo al 31/12/2025€ 36.183

Le entrate provengono quasi interamente dalle attività: il Grest e i campiscuola, grazie al volontariato e all’operosità gratuita di tanti parrocchiani, valgono circa il 69% mentre le feste (Festa della Famiglia e Festa dello Sport e di Sant’Urbano) aggiungono un altro 24% circa. Completano il quadro alcuni contributi ed erogazioni liberali. Il bilancio delle attività si completerà con alcune entrate registrate solamente nel 2026 (contributi alle spese provenienti dai rimborsi delle utenze provenienti dal doposcuola Apremidì e dalla cooperativa gruppo ERRE che gestisce l’accoglienza dei rifugiati dall’Ucraina).

Sul fronte delle uscite, la voce di gran lunga maggiore sono i servizi (circa due terzi del totale): trasporti, soggiorni, materiali e formazioni necessarie a realizzare le attività. Seguono materiali e merci (per le feste) e le altre spese di gestione. In pratica le quote raccolte trovano corrispondenza quasi esatta nei costi: le attività si autofinanziano. Questa dimensione della nostra comunità, grazie soprattutto all’impegno del Gruppo Angeli Custodi, mantiene anche la struttura dell’ex-asilo (da cui le altre uscite: utenze e amministrazione).

Un grazie a chi partecipa e a chi, con tempo, impegno e generosità, rende possibili queste proposte.

Devolvi il tuo 5 x 1000alla tua parrocchia! Nella denuncia dei redditi, puoi donare il tuo 5×1000 alla parrocchia di San Nicola – Circolo Eugenio Pianta Scrivendo il codice fiscale 92121650284

Un corpo capace dell’infinito

C’è un’esperienza che, prima o poi, tutti facciamo: sentirci troppo piccoli per ciò che portiamo dentro. Abbiamo desideri più grandi della nostra vita, un’attesa di felicità che non sta nei nostri giorni, sogni che sembrano fatti apposta per un’altra misura. È come se dentro la nostra carne fragile abitasse uno spirito che spinge per andare oltre, e che la nostra pelle mortale fatica a trattenere. San Paolo lo diceva con un’immagine bellissima: portiamo un tesoro dentro vasi di creta (2 Cor 4,7). Cose preziose dentro un contenitore che si crepa.

Gli studiosi dell’animo umano l’hanno intuito a loro modo. Esther Bick e Didier Anzieu, due grandi della psicoanalisi, hanno mostrato che la prima cosa di cui un bambino ha bisogno per esistere è una «pelle»: non solo quella del corpo, ma una pelle interiore, psichica, che lo tenga insieme e gli dia un confine. Come la pelle avvolge e raccoglie il corpo, così abbiamo bisogno di un involucro che custodisca la nostra vita interiore, perché non si disperda. Pensiamo al bambino piccolo: ha bisogno di braccia che lo tengano, di un abbraccio che faccia da pelle e gli dica tu esisti, tu sei al sicuro. Senza quel contenimento, l’eccesso di vita diventa angoscia. Abbiamo bisogno, da sempre, di una pelle che ci contenga senza imprigionarci.

Ed è qui che la solennità del Corpus Domini ci sorprende. Perché Dio, davanti alla nostra fragilità, non ci ha mandato un consiglio, una teoria, un sentimento. Ci ha dato un Corpo. “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo mi hai preparato” (Eb 10,5). Nell’Eucaristia Gesù si fa pane perché la nostra

 

carne — questa carne mortale, che invecchia e si stanca — possa diventare capace di contenere qualcosa di infinitamente più grande di sé. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna” (Gv 6,54), dice il Signore. Non sta promettendo solo un premio per dopo: sta allargando la nostra capacità già adesso. Comunicandoci, riceviamo come una pelle nuova, capace di contenere un sogno che la sola carne non potrebbe portare: la vita stessa di Dio dentro di noi.

È il miracolo che Maria ha vissuto per prima. Una creatura ha potuto contenere l’Incontenibile, l’Eterno è stato custodito in un grembo umano. L’Eucaristia fa di ognuno di noi un piccolo grembo, una pelle abitata da una Presenza più grande di noi. La nostra fragilità non viene cancellata — restiamo vasi di creta — ma diventa capace di custodire un tesoro che non muore.

Ecco perché la fragilità della nostra carne non è più l’ultima parola. Il chicco di grano deve morire per portare frutto (Gv 12,24), e quel pane che adoriamo è proprio un chicco macinato e donato. La nostra vita mortale, nutrita da quel Pane, diventa il guscio di un seme destinato a fiorire oltre la morte. Portiamo dentro un sogno che la tomba non può trattenere.

Quando, nella processione, vedremo l’Ostia bianca sollevata in alto, guardiamola così: è la nostra vita piccola e fragile, presa tra le mani di Dio, resa capace di contenere il Cielo.

Buona festa del Corpus Domini.