Maggio: Sintonizzare il cuore sul ritmo del cuore di Maria

Il mese di maggio a Ponte San Nicolò profuma di tradizioni, di fiori e, soprattutto, di quel mormorio dolce e costante che è la preghiera del Rosario. Ma cosa accade, nel profondo, mentre le dita scorrono sui grani e le labbra ripetono le parole antiche? Non stiamo solo recitando una formula; stiamo compiendo un’operazione di “calibrazione” spirituale.

A volte può capitare che le nostre preghiere assomiglino a una lista della spesa o a un tentativo di convincere Dio che i nostri piani siano i migliori. Il Rosario, con la sua cadenza contemplativa, ci aiuta a fare il contrario: a silenziare il rumore dei nostri “io voglio” per far emergere il desiderio del Padre. Pregare con Maria significa imparare a dire: “Sia fatto di me secondo la tua parola”. È la disponibilità proprio a quel Padre che, meglio di noi, conosce il nostro vero bene. Pregare il Santo Rosario è come appoggiarsi al cuore di Maria e, nella preghiera, cambiare il ritmo del nostro cuore adattandosi al suo. Il Suo abbandono frena le nostre pretese, la Sua umiltà scioglie le nostre presunzioni, e la Sua stessa presenza rompe l’orgoglio che ci rende soli e schiavi.

In questo cammino di spoliazione, ci viene in aiuto il giovane san Carlo Acutis. La sua celebre frase, “Non io, ma Dio”, è la sintesi perfetta del Rosario vissuto bene. Carlo aveva capito che la vera felicità non sta nell’affermare se stessi, ma nello svuotarsi per lasciare spazio alla Grazia. Il Rosario ci educa proprio a questo: a spostare il baricentro da noi stessi verso l’Alto.

Per calibrare le nostre parole, dobbiamo però sapere chi siamo. santa Caterina da Siena ricevette dal Signore in visione un insegnamento fulminante: “Tu sei colei che non è, e io sono Colui che è”. Riconoscere questa sproporzione non è umiliante, è liberatorio! Ci toglie l’ansia di dover essere i registi onnipotenti della nostra vita.

Se Dio è “Colui che è”, allora il mio valore non dipende dai successi, dai Like o da quanto appaio perfetto agli occhi degli altri. Mi piace ricordare a questo proposito, quanto diceva san Francesco d’Assisi nelle sue Ammonizioni: “L’uomo vale quanto vale davanti a Dio e nulla di più”. Nella preghiera del rosario, accompagnati dalla beata Vergine Maria al Padre, siamo soli con Lui e non dipendiamo più da nient’altro che dal suo amore gratuito e infinto che si riversa su di noi come sulla Sua Madre Santa.

Quest’anno, vogliamo che ogni grano del Rosario sia anche un seme di pace. In un mondo ferito da conflitti e divisioni, la nostra preghiera deve farsi intercessione accorata. La pace nel mondo inizia dalla pace nel cuore: nasce quando smettiamo di combattere per il nostro “io” e ci arrendiamo al Padre. Chiediamo alla Vergine Maria il dono della pace per le terre martoriate dalla guerra, per le nostre famiglie e per la nostra comunità.

In questo mese di maggio, l’invito per tutti noi è di riscoprire il Rosario come uno strumento di precisione. Ogni Ave Maria è un colpo di lima alle nostre pretese e un atto di fiducia verso un Padre che ci ama.

Preghiamo non tanto per cambiare i piani di Dio, quanto perché il Rosario cambi noi, rendendoci finalmente capaci di desiderare ciò che Lui desidera per noi. Perché è lì, e solo lì, che abita la nostra pace.

San Leopoldo, patrono dei malati di tumore in Italia. Dal 6 gennaio 2020 san Leopoldo è ufficialmente dichiarato “patrono dei malati d’Italia colpiti da tumore” da parte della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. La nostra collaborazione pastorale è stata invitata quest’anno a partecipare alla novena in preparazione alla festa di questo santo nella Messa del 4 maggio alle ore 18.30 presso il suo santuario a Padova.

«Pace a voi!»

Il dono che apre le porte chiuse

La sera di Pasqua, i discepoli sono rinchiusi in casa con il catenaccio tirato. L’evangelista Giovanni lo dice chiaramente: stanno lì “per paura”. Hanno paura di fare la stessa fine di Gesù. Hanno paura del futuro. Hanno paura, forse, anche gli uni degli altri — ci si chiede cosa fare, ognuno con il suo dolore. Ed è proprio in quel momento che Gesù entra, si mette in mezzo a loro e dice: “Pace a voi!” (Gv 20,19). Quella pace non è un semplice “andrà tutto bene”. È qualcosa di più grande: è la presenza di qualcuno che ha attraversato la morte e non ne ha paura. È quella presenza, quella pace, che cambia tutto.  L’autore della Lettera agli Ebrei, dice una cosa che fa pensare: Gesù si è fatto uomo, ha condiviso la nostra vita fino alla morte, per liberare “tutti coloro che per timore della morte erano tenuti in schiavitù per tutta la vita”. (Eb 2,14-15)      È una parola forte: schiavitù. Ma se ci pensiamo, è vera. La paura di perdere qualcosa (la salute, l’affetto di qualcuno, la nostra sicurezza, la stima degli altri…) ci condiziona molto più di quanto ammettiamo. Ci fa diventare rigidi, diffidenti e chiusi in noi stessi: come se fossimo imprigionati… Quante volte in famiglia non si dice una cosa importante perché si ha paura della reazione dell’altro? Quante volte si tace per non rischiare un conflitto, e poi quel silenzio col tempo diventa un muro? O al contrario: si controlla, si pretende, si vuole essere sempre al centro, non per cattiveria, ma per paura di essere lasciati soli. E nella comunità parrocchiale non è tanto diverso: c’è chi non si avvicina mai perché teme di non essere all’altezza, c’è chi ha smesso di venire dopo una parola detta male, o un torto subito (e magari la ferita è rimasta lì, non elaborata…), c’è chi partecipa, ma in fondo tiene le distanze (si fa il proprio compito, e poi via….). Tutto questo non nasce necessariamente dalla malizia. Nasce, spesso, dalla paura. Quella stessa paura che teneva chiusi i discepoli la sera di Pasqua. In questo tempo pasquale, il nostro pensiero non può non rivolgersi al nostro Adriano che due anni fa in questi giorni ha perso la vita nell’esplosione della centrale idroelettrica. Lo vogliamo ricordare come l’abbiamo conosciuto: una persona onesta e coraggiosa, che non si tirava indietro di fronte alle situazioni difficili, un marito e padre premuroso e presente. Personalmente ne porto un ricordo preciso e grato a cui stavo pensando proprio mentre scrivevo questa riflessione: Adriano era schietto, diretto, capace di dire le cose come stavano senza giri di parole, ma senza durezza. In più di un’occasione in cui si è dovuto affrontare qualche passaggio delicato nella vita della nostra comunità, lui era lì, con quella chiarezza tranquilla che è l’esatto contrario della paura. Non aveva bisogno di compiacere nessuno per sentirsi al sicuro. Poteva permettersi di essere vero. Ecco: Adriano ci ha mostrato, con il suo modo di essere proprio ciò di cui ci parla la pace della Pasqua. Un uomo libero — libero dalla paura del giudizio, libero di dire la verità, capace di stare con gli altri in modo onesto e diretto — è già, in qualche modo, un uomo pasquale. Lo affidiamo alla misericordia del Risorto, con gratitudine anche per questo suo tratto che ha condiviso con la sua comunità. San Paolo descrive in modo bellissimo quello che proprio questo Spirito del Risorto fa in noi. Egli scrive ai Romani: «Non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”» (Rm 8,15)     Chi vive da schiavo agisce per paura: ha paura di sbagliare, di essere punito, di non essere accettato. Chi vive da figlio agisce per amore: sa di essere voluto bene anche quando sbaglia, e questo lo rende libero. Pensiamo a un bambino che ha un genitore davvero affettuoso e presente: quel bambino ha il coraggio di fare domande, di ammettere gli errori, di avvicinarsi anche quando ha combinato qualcosa. Non perché sia perfetto, ma perché sa di essere amato lo stesso. Ecco: la pace del Risorto vorrebbe fare questo in noi: non tanto renderci perfetti, quanto farci sentire amati anche nella nostra fragilità. Uno psicoanalista inglese del Novecento, Wilfred Bion, ha studiato per tutta la vita come l’essere umano impara a stare con le proprie paure. Diceva che ognuno di noi, fin da piccolo, porta dentro di sé un’angoscia profonda, una paura che è difficile perfino nominare. E che per imparare a viverci, abbiamo bisogno di qualcuno che sappia riceverla senza spaventarsi, trasformarla e restituircela in forma meno soffocante.            “La capacità di sopportare la frustrazione consente alla psiche di sviluppare il pensiero come mezzo per rendere tollerabile ciò che altrimenti sarebbe insopportabile”.(Bion, Apprendere dall’esperienza 1962)

Bion pensava alle madri, ai terapeuti, alle figure d’aiuto, etc… Ma la descrizione somiglia molto a ciò che fa Gesù risorto con i suoi discepoli spaventati: non finge che il problema non esista, non li rimprovera, non li abbandona. Entra nella loro paura, la attraversa con loro, e la trasforma in pace e in missione.       Bion diceva anche che le persone più libere e capaci di vero incontro sono quelle che sanno stare nell’incertezza senza esserne distrutte, quelle che non hanno bisogno di controllare tutto per sentirsi al sicuro. È esattamente la libertà che la Pasqua promette. Quando la pace del Risorto comincia davvero a fare effetto, le relazioni cambiano. Non in modo magico, non dall’oggi al domani. Ma cambia la direzione, il senso… Una coppia che litiga spesso, per esempio, può scoprire che sotto la lite c’è quasi sempre una paura: paura di non essere capiti, paura di non contare, paura di perdere l’altro. Quando si riesce a nominare quella paura, invece di attaccare o chiudersi, qualcosa si apre. È lì che può entrare un po’ di pace vera.           In parrocchia, quante energie vengono sprecate in competizioni silenziose, gelosie per i ruoli, risentimenti per come sono andate le cose, magari anche dopo diversi anni… Una comunità che vive davvero la pace del Risorto non è una comunità senza conflitti, è piuttosto una comunità capace di affrontarli, di chiedersi scusa, di ricominciare. Una comunità capace di agire come ci dice Paolo: “La carità non tiene conto del male ricevuto” (1 Cor 13,5).

Una relazione libera è quella dove non devo recitare una parte per essere accettato. Una relazione liberante è quella dove la presenza dell’altro mi aiuta a essere più me stesso. Queste relazioni non nascono dal semplice buon carattere: nascono da un cuore che ha incontrato il Risorto e ha cominciato, lentamente, a non aver più paura. Forse vale la pena chiederci, in questo tempo di Pasqua: quali sono le porte chiuse della nostra vita? Dove la paura mi sta impedendo di amare davvero… in famiglia, con i figli, con il coniuge, con un amico, con un fratello di comunità con cui c’è qualcosa di irrisolto?

Il Risorto non bussa da fuori e non aspetta che tutto sia in ordine per entrare. Entra, come quella sera, anche quando il catenaccio è tirato. Si mette in mezzo e dice: “Pace a voi!”.            LasciarLo entrare — con la preghiera, con i sacramenti, con il coraggio di qualche conversazione difficile rimasta in sospeso — è il cammino di una libertà che non finisce con la morte e che si può cominciare a vivere già qui, nel modo in cui amiamo ogni giorno.

La croce velata e il Cristo nascosto

Entrando in chiesa nell’ultima settimana di Quaresima si nota un segno semplice ed eloquente: la croce e talvolta alcune immagini sacre sono velate. È una tradizione antica della liturgia. La Chiesa, avvicinandosi alla Passione del Signore, nasconde per un tempo i segni della gloria di Cristo. Non perché vengano dimenticati, quanto per aiutarci a entrare più profondamente nel mistero della sua sofferenza e della sua apparente sconfitta.

Questo simbolo della presenza nascosta di Cristo trova un’eco sorprendente anche nella letteratura del Novecento. Un esempio particolarmente forte si trova nel romanzo Il potere e la gloria dello scrittore inglese Graham Greene, ambientato nel Messico degli anni della persecuzione anticlericale. Nel romanzo le chiese sono spesso deserte, impoverite o private delle loro immagini. In alcuni luoghi il culto è proibito e i sacerdoti devono vivere nascosti. Le chiese appaiono spoglie e silenziose, quasi come se la fede fosse stata cancellata dalla storia. Greene descrive una di queste cappelle con parole molto semplici e dure: «La chiesa era spoglia e buia». In questo contesto vive il protagonista del romanzo, un sacerdote perseguitato e fragile, che continua a portare i sacramenti alla gente nonostante la paura e la miseria. Proprio attraverso di lui Greene suggerisce che la presenza di Cristo non scompare, anche quando i suoi segni sembrano cancellati.

A un certo punto il sacerdote comprende qualcosa di profondo guardando la vita delle persone che incontra. Riflette: «Gli sembrò di amarli tutti: i corrotti, i peccatori, i sofferenti». È una scoperta evangelica: Cristo continua a essere presente proprio nei luoghi dove la sofferenza è più grande. In un altro passaggio del romanzo emerge una convinzione decisiva: la grazia di Dio non smette di agire nemmeno nella debolezza umana. La fede può apparire fragile, nascosta, quasi sconfitta, e continua a operare nel cuore delle persone.

Forse questo parla anche al nostro tempo. Guardando il mondo di oggi, segnato da guerre, violenze e dalla forza delle armi, può sembrare che Cristo sia scomparso dall’orizzonte della storia. Come in quelle chiese del Messico raccontate da Greene, a volte la sua presenza sembra cancellata o nascosta. La croce velata della Quaresima ci ricorda invece che Cristo non è assente: è velato. La sua presenza continua a manifestarsi nei volti di chi soffre, nei poveri, nelle vittime della guerra, in chi porta pesi troppo grandi per le proprie forze.

C’è un’opera d’arte che esprime in modo straordinario questa intuizione: il Cristo Velato, la celebre scultura custodita nella Cappella Sansevero a Napoli. Nel marmo sembra posato un velo sottilissimo che copre il corpo di Cristo morto. Il volto, le ferite, il corpo segnato dalla passione si intravedono attraverso quel velo delicato: non sono nascosti del tutto, e non sono mostrati pienamente.

È un’immagine che aiuta a comprendere anche il senso della Quaresima. Cristo può sembrare nascosto, come coperto da un velo nella storia degli uomini. Quel velo non cancella la sua presenza e la lascia trasparire.

Così anche nel nostro tempo, segnato da tante sofferenze e da tanta violenza, il Signore continua a essere presente, soprattutto nei volti di chi soffre. Il velo che sembra coprire la sua presenza non è definitivo. Come nella settimana santa il velo verrà tolto dalla croce, così anche la storia è destinata a rivelare pienamente la gloria di Cristo, che passa attraverso la passione e conduce alla vita.

Immersi nella vita nuova: la fraternità che nasce dai ministeri battesimali

Il cammino della Quaresima, tempo di conversione e di ritorno all’essenziale, quest’anno ci viene consegnato dalla Diocesi con un’immagine particolarmente eloquente: “Immersi nella vita nuova”. È un invito che affonda le sue radici nel Battesimo, sorgente della nostra fede, e che trova un’eco profonda nel percorso sinodale che tutta la Chiesa di Padova sta vivendo, in modo speciale attraverso la riscoperta e la valorizzazione dei ministeri battesimali.

Essere “immersi” richiama l’acqua battesimale, segno di una vita che rinasce. L’apostolo Paolo lo esprime con parole fortissime: «Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme a lui nella morte perché, come Cristo fu risuscitato dai morti, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,4). La Quaresima di fraternità diventa allora l’occasione concreta per verificare quanto questa vita nuova plasmi davvero le nostre relazioni, le nostre scelte, il nostro modo di stare in comunità.

La fraternità nasce da un’appartenenza: «Voi siete tutti fratelli» (Mt 23,8). Siamo figli dello stesso Padre, riconosciuti tali dal Battesimo. Da qui scaturisce una responsabilità condivisa. La comunità cristiana vive della partecipazione di tutti: «Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito» (1Cor 12,4). Ogni battezzato è chiamato a offrire i propri doni per l’edificazione comune.

Il Sinodo diocesano ci sta aiutando a maturare questo passaggio: da una pastorale delegata a pochi a una Chiesa tutta ministeriale. I ministeri battesimali sono forme concrete con cui la grazia del Battesimo si rende visibile e operante. La Scrittura ci ricorda che «ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio degli altri» (1Pt 4,10). Lettori, ministranti, catechisti, operatori della carità, volontari del circolo NOI, educatori di AC… esprimono volti diversi di un’unica missione che nasce dalla stessa immersione nella vita di Cristo.

In questo senso, la Quaresima diventa palestra di ministerialità. La fraternità prende forma nei gesti quotidiani: nella visita a chi è malato, nell’accoglienza offerta da una famiglia, nel servizio dei giovani verso i più piccoli, nella cura della preghiera comunitaria. La Parola ci orienta con semplicità e chiarezza: «Portate i pesi gli uni degli altri» (Gal 6,2).

“Immersi nella vita nuova” significa anche lasciarsi convertire da uno stile più evangelico: passare dall’io al noi, dall’abitudine al dono, dalla lamentela alla corresponsabilità. Il libro degli Atti degli apostoli offre un’icona di riferimento: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32).

Questa Quaresima ci offre dunque una chiamata chiara: riscoprire la grazia battesimale che ci ha generati e tradurla in fraternità concreta attraverso i ministeri. Si tratta di vivere più profondamente ciò che già siamo, immersi nella vita nuova che viene da Cristo.

Chiediamo al Signore che questo tempo santo rinnovi in noi la gioia di essere Chiesa: una comunità di fratelli capaci di rendere visibile, ciascuno nel proprio ministero, l’amore di Dio per il mondo.

La pace, respiro di vita per il mondo

In un recente appello, papa Leone XIV ha richiamato con forza la coscienza dell’umanità affermando che «la guerra è contro la salute del mondo». Parole brevi e incisive, che aprono uno sguardo ampio sulla realtà che stiamo vivendo. Ogni conflitto, infatti, non colpisce soltanto i territori direttamente coinvolti: ferisce l’umanità intera, genera sofferenza diffusa, alimenta paura, consuma risorse destinate alla vita.

Quando viene compromessa la pace, si ammala la convivenza tra i popoli, si incrinano le relazioni, si indebolisce la speranza delle nuove generazioni. Custodire la pace significa allora custodire la vita, la dignità, il futuro della famiglia umana.

Anche la nostra comunità parrocchiale desidera accogliere questo appello, affidando al Signore una preghiera semplice e quotidiana, da recitare personalmente o in famiglia.

Quaresima 2026 Immersi nella nuova vita

Siamo ormai alle porte del tempo liturgico della Quaresima che come ogni anno ci ricorda l’importanza della conversione e ci invita a percorrere il cammino incontro al Risorto, che ci dona l’abbondanza della sua vita. Con lo slogan “Immersi nella vita nuova”, esprimiamo il desiderio di immergerci totalmente nella Vita di Gesù, per fare memoria del nostro battesimo, re-imparare il linguaggio del Vangelo e rinnovare il nostro modo di pensare, scegliere, operare, amare, vivere e servire la Chiesa. Grazie al cammino tracciato dal sinodo diocesano, siamo chiamati a ravvivare la nostra vocazione battesimale per essere una comunità che vive e testimonia la Vita del Risorto nel nostro tempo, con maggiore partecipazione e attenzione all’azione dello Spirito.

Durante questo tempo ci faremo guidare e ispirare dalla ricchezza dei Vangeli, tradizionalmente utilizzati nel percorso di preparazione al Battesimo, per far risuonare la bellezza della nostra esperienza personale e comunitaria e attraverso alcune testimonianze dalla missione dare slancio e freschezza alla nostra fede

Candelora: la luce che passa dalla vita di casa

La festa della Presentazione del Signore, che chiamiamo Candelora, ci mostra Gesù come luce che illumina il mondo. Ma lo fa in un modo sorprendente: non attraverso la forza, non imponendosi, bensì entrando nella storia come un bambino, portato in braccio dai suoi genitori, affidato alle mani degli altri. È una scena familiare, domestica. Maria e Giuseppe compiono un gesto semplice e quotidiano: presentano il loro figlio, come fanno tanti genitori quando affidano i propri bambini alla comunità, alla scuola, alla Chiesa. Eppure, in quel gesto umile, Dio accende una luce capace di illuminare tutta l’umanità. Questa luce parla anche alla vita delle nostre famiglie. In casa, spesso, il diritto non nasce dall’imposizione ma dall’ascolto: quando un genitore rinuncia ad avere l’ultima parola per capire davvero un figlio; quando si dà spazio al più piccolo, a chi fa più fatica, a chi non riesce a esprimersi. È lì che la giustizia prende forma, molto prima delle leggi scritte. Papa Leone XIV, nel suo discorso al Corpo Diplomatico del 9 gennaio 2026, ha messo in guardia contro un mondo che rischia di lasciarsi guidare dalla “logica della potenza e della guerra”, dove i diritti vengono schiacciati dalla forza. Questo vale anche nel piccolo delle nostre relazioni quotidiane: quando prevale chi grida di più, chi è più forte, chi decide senza ascoltare, la luce si spegne. Nella famiglia, invece, impariamo che la vera forza è la cura. È forte il padre che rientra stanco ma trova tempo per ascoltare. È forte la madre che protegge un figlio fragile. È forte chi rinuncia a vincere una discussione per custodire una relazione. Così nasce un diritto vero, fatto di rispetto e responsabilità. Il Papa ha ricordato che la pace e la giustizia non si costruiscono attraverso l’imposizione, ma attraverso il dialogo e la difesa dei più vulnerabili. È ciò che accade ogni giorno quando una famiglia sceglie di non scartare chi è più lento, più fragile, più bisognoso di tempo e di amore. La luce di Cristo passa da queste scelte silenziose. Simeone e Anna riconoscono Gesù perché sanno attendere, perché hanno occhi allenati alla fedeltà quotidiana. Anche nelle nostre case, la luce non arriva con gesti clamorosi, ma nel perdono chiesto e donato, nella pazienza, nella capacità di ricominciare. Accendere una candela a questa festa non è solo un rito: è un impegno. Significa scegliere, nella famiglia e nella comunità, la logica dell’accoglienza invece di quella del più forte. Significa credere che Dio continua a illuminare il mondo passando dalla piccolezza. Che la luce di Cristo, accolta come in una casa, illumini le nostre famiglie, renda più giuste le nostre relazioni e ci insegni che il diritto più grande nasce sempre dalla cura del più debole.

Il Battesimo di Gesù: un Dio che entra nelle acque per salvare

La festa del Battesimo di Gesù chiude il tempo di Natale riportandoci a un’immagine potente e carica di significato: Dio che entra nell’acqua. Non dall’alto, non da lontano, ma scendendo nel fiume Giordano, mescolandosi alla folla dei peccatori, condividendo fino in fondo la condizione umana. Il Battesimo di Gesù non è un gesto formale. È l’inizio della sua missione di salvezza. Gesù entra nelle acque non per essere purificato, ma per purificare; non per essere salvato, ma per salvare. Quelle acque diventano il luogo in cui Dio si fa solidale, dove prende su di sé il peso, la fragilità, la paura dell’uomo.

            Questa verità è stata colta con grande forza anche dall’arte contemporanea. Nell’acquerello del 2017 di François-Xavier de Boissoudy, il Battesimo di Gesù è rappresentato in modo essenziale e quasi spoglio: il corpo immerso nelle acque scure, avvolto da un silenzio drammatico, in una scena che ricorda più un salvataggio che un rito. L’acqua non è addomesticata né rassicurante: è profonda, instabile, carica di tensione. È l’acqua della vita e insieme del rischio.

            Non è difficile, davanti a quest’opera, pensare alle acque del nostro tempo: quelle del mare che ogni giorno vedono uomini, donne e bambini in fuga dalla guerra, dalla fame, dalla disperazione. Acque che troppo spesso diventano luogo di morte, ma che grazie al coraggio di soccorritori, volontari e marinai possono trasformarsi in spazio di salvezza.

Ogni salvataggio in mare è una lotta contro il tempo, contro le onde, contro l’indifferenza. È qualcuno che sceglie di entrare nelle acque per non lasciare morire. In questo gesto riconosciamo qualcosa di profondamente evangelico: la decisione di non restare a riva, di rischiare, di esporsi pur di restituire vita.

            Il Battesimo di Gesù ci dice che Dio salva così: non a distanza, ma entrando nella storia; non dall’alto, ma condividendo il pericolo. E ci ricorda che anche il nostro battesimo ci immerge in questa stessa logica. Siamo battezzati in Cristo per diventare, a nostra volta, segni di salvezza per altri.

In un tempo segnato da paure e chiusure, questa festa ci provoca: siamo disposti a entrare nelle “acque agitate” del nostro tempo? Sappiamo riconoscere il volto di Cristo in chi chiede aiuto? Il nostro essere cristiani si traduce in gesti concreti di accoglienza, responsabilità e compassione?

Dalle acque del Giordano alle acque del Mediterraneo, risuona la stessa chiamata: scegliere la vita, sempre. Perché ogni uomo salvato è una vittoria del Vangelo.

Avvento: l’attesa che frusta l’orgoglio e apre alla fiducia

L’Avvento è il tempo dell’attesa. Ma non di un’attesa neutra e tranquilla. È un’attesa che disturba, che inquieta, che mette in crisi le nostre false sicurezze. L’Avvento frustra il nostro orgoglio, smaschera l’illusione dell’autosufficienza, ci costringe a fare i conti con il fatto che non tutto dipende da noi. Vorremmo risposte rapide, soluzioni immediate, un Dio che intervenga secondo i nostri tempi. Invece l’attesa ci chiede di restare incompleti.

          Ci lasciamo guidare in questa nostra riflessione da Evagrio Pontico, grande maestro della vita interiore, egli scrive: «Se vuoi pregare veramente, spogliati di tutto per ereditare tutto».

          L’attesa dell’Avvento è proprio questo spogliarsi: perdere l’illusione di poter controllare Dio, il tempo, la salvezza. Finché le nostre mani sono piene delle nostre pretese, non possono accogliere il dono.

          L’Avvento è una scuola di umiltà, perché ci mette davanti a un Dio che non si lascia afferrare con la forza. Il nostro orgoglio vorrebbe un Dio potente, risolutivo, immediatamente efficace. Ma Dio sceglie un’altra strada: quella della piccolezza, del silenzio, della debolezza. Si consegna come un bambino, non come un dominatore. E questo ci disarma.

Scrive ancora Evagrio: «L’umiltà è la porta della conoscenza di Dio». Solo chi accetta di non bastare a sé stesso può davvero iniziare a conoscere il volto vero di Dio. L’orgoglio cerca un Dio che confermi la nostra grandezza; l’umiltà si apre a un Dio che salva nella fragilità.

          L’attesa allora diventa una vera e propria ascesi del cuore: ci educa a perdere, a rinunciare, a restare esposti. Ci insegna che non siamo padroni del tempo, che non decidiamo noi quando nasce la luce, che non siamo noi a generare la salvezza. Come Maria, siamo chiamati a portare una promessa che non ci appartiene.

          Anche la preghiera, in questo tempo, si purifica. Non è la preghiera che pretende risultati, ma quella che fa spazio. Evagrio lo dice con parole radicali: «La preghiera è deposizione dei pensieri».

Pregare non è riempire Dio delle nostre richieste, ma svuotarci delle nostre presunzioni. È lasciare che cada il rumore delle nostre sicurezze, per fare spazio a una Presenza che non si impone.

          Nell’Avvento impariamo così una verità luminosa e scomoda: Dio sceglie di entrare nella nostra vulnerabilità passando dalla sua. E proprio quando accettiamo di non essere forti, autosufficienti, risolti, Dio può finalmente nascere in noi.

          Perché solo nella frustrazione dell’orgoglio, sboccia la fiducia.

Solo nelle mani vuote, Dio trova una casa.

La mirra di San Nicola: un dono di fede per la nostra comunità

La figura di San Nicola è circondata da una tradizione ricca e affascinante. Tra gli elementi più caratteristici spicca la mirra, un profumato liquido oleoso che, secondo la devozione popolare, trasuderebbe dalle reliquie del Santo conservate nella basilica di Bari. Fin dai tempi più antichi questa “manna” è stato considerato un segno di intercessione e di protezione, e per molti pellegrini rappresenta un richiamo alla bontà e alla carità che hanno reso San Nicola un modello di santità per tutta la Chiesa.

Quest’anno anche la nostra comunità parrocchiale ha ricevuto un dono particolarmente significativo: un gruppo di parrocchiani, rientrati da un pellegrinaggio nei luoghi legati al nostro Santo Patrono, ha voluto offrirci un’ampolla di mirra come segno di affetto e gratitudine. A loro va il nostro sincero ringraziamento, non solo per il dono materiale, ma soprattutto per aver portato con sé la preghiera e la gioia del loro cammino, condividendole con tutta la comunità.

La mirra sarà custodita e utilizzata durante la festa di San Nicola, quando verrà impiegata per la benedizione dei fedeli al termine della celebrazione. Sarà un gesto semplice ma denso di significato: come la mirra richiama la cura, il profumo e la guarigione, così chiediamo al nostro Patrono di proteggere e sostenere la vita delle famiglie, dei giovani, degli anziani e di quanti portano nel cuore un bisogno particolare.

Che San Nicola continui a guidare e benedire la nostra comunità, accompagnando con la sua intercessione il cammino di ciascuno.

Il Battesimo: un dono che diventa ministero

La nostra diocesi, dopo il cammino sinodale, ci invita a riscoprire la bellezza e la responsabilità che ciascuno di noi riceve nel giorno del Battesimo. Spesso pensiamo alla vita della Chiesa come a qualcosa che riguarda soprattutto i sacerdoti o poche persone particolarmente impegnate. Eppure, il Vangelo ci ricorda che ogni battezzato è chiamato a partecipare attivamente alla missione della comunità secondo le parole del vangelo: “Andate, dunque, e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato.” (Mt 28,19-20)

            Il Battesimo non è soltanto un rito da ricordare, quanto l’inizio di una vocazione condivisa: siamo resi figli e figlie di Dio, discepoli di Gesù, fratelli e sorelle tra noi. Per questo, ciascuno riceve il dono di partecipare alla missione di Cristo, cioè un modo concreto di servire la comunità e il mondo, secondo i propri doni, le proprie capacità e la propria storia personale, fino a diventare un servizio, un ministero. Consideriamo per questo le parole di san Paolo: “Fratelli, come il corpo, pur essendo uno, ha molte membra, e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito, per formare un solo corpo, sia Giudei che pagani, sia schiavi che liberi; e tutti ci siamo dissetati a un solo Spirito”. (1 Cor 12,12-13 )

            Il sinodo ci ha aiutati a comprendere che il ministero non si esaurisce in ciò che il sacerdote compie. È ministeriale chi accompagna i bambini alla fede, chi visita gli anziani soli, chi prepara e anima la liturgia, chi si prende cura dei poveri, chi accoglie e ascolta, chi costruisce amicizia e comunione. È ministeriale ogni servizio che compiamo in comunione nella Chiesa.

In questo cammino di riscoperta, la diocesi sta riconoscendo alcuni ministeri in modo particolare, perché in ogni parrocchia ci siano persone che si assumano la responsabilità di coordinare e custodire tre dimensioni fondamentali della vita cristiana: l’Annuncio, la Carità e la Liturgia.

            Non si tratta di creare “ruoli più importanti” degli altri, quanto di riconoscere e sostenere quei fratelli e sorelle che si impegnano a favorire la collaborazione, la crescita e il servizio condiviso all’interno della comunità.

Questo richiede fiducia, ascolto reciproco e disponibilità a camminare insieme. Richiede che ciascuno senta che la vita della Chiesa non è qualcosa di cui siamo spettatori, ma una casa dove siamo tutti corresponsabili. Nei prossimi mesi saremo invitati a lavorare insieme ad una riflessione più approfondita su questi temi, per comprenderli e farli nostri.

            Chiediamo al Signore di aiutarci a rispondere alla chiamata che ci ha rivolto nel giorno del Battesimo e a mettere con gioia i nostri doni al servizio degli altri.