Un corpo capace dell’infinito

C’è un’esperienza che, prima o poi, tutti facciamo: sentirci troppo piccoli per ciò che portiamo dentro. Abbiamo desideri più grandi della nostra vita, un’attesa di felicità che non sta nei nostri giorni, sogni che sembrano fatti apposta per un’altra misura. È come se dentro la nostra carne fragile abitasse uno spirito che spinge per andare oltre, e che la nostra pelle mortale fatica a trattenere. San Paolo lo diceva con un’immagine bellissima: portiamo un tesoro dentro vasi di creta (2 Cor 4,7). Cose preziose dentro un contenitore che si crepa.

Gli studiosi dell’animo umano l’hanno intuito a loro modo. Esther Bick e Didier Anzieu, due grandi della psicoanalisi, hanno mostrato che la prima cosa di cui un bambino ha bisogno per esistere è una «pelle»: non solo quella del corpo, ma una pelle interiore, psichica, che lo tenga insieme e gli dia un confine. Come la pelle avvolge e raccoglie il corpo, così abbiamo bisogno di un involucro che custodisca la nostra vita interiore, perché non si disperda. Pensiamo al bambino piccolo: ha bisogno di braccia che lo tengano, di un abbraccio che faccia da pelle e gli dica tu esisti, tu sei al sicuro. Senza quel contenimento, l’eccesso di vita diventa angoscia. Abbiamo bisogno, da sempre, di una pelle che ci contenga senza imprigionarci.

Ed è qui che la solennità del Corpus Domini ci sorprende. Perché Dio, davanti alla nostra fragilità, non ci ha mandato un consiglio, una teoria, un sentimento. Ci ha dato un Corpo. “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo mi hai preparato” (Eb 10,5). Nell’Eucaristia Gesù si fa pane perché la nostra

 

carne — questa carne mortale, che invecchia e si stanca — possa diventare capace di contenere qualcosa di infinitamente più grande di sé. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna” (Gv 6,54), dice il Signore. Non sta promettendo solo un premio per dopo: sta allargando la nostra capacità già adesso. Comunicandoci, riceviamo come una pelle nuova, capace di contenere un sogno che la sola carne non potrebbe portare: la vita stessa di Dio dentro di noi.

È il miracolo che Maria ha vissuto per prima. Una creatura ha potuto contenere l’Incontenibile, l’Eterno è stato custodito in un grembo umano. L’Eucaristia fa di ognuno di noi un piccolo grembo, una pelle abitata da una Presenza più grande di noi. La nostra fragilità non viene cancellata — restiamo vasi di creta — ma diventa capace di custodire un tesoro che non muore.

Ecco perché la fragilità della nostra carne non è più l’ultima parola. Il chicco di grano deve morire per portare frutto (Gv 12,24), e quel pane che adoriamo è proprio un chicco macinato e donato. La nostra vita mortale, nutrita da quel Pane, diventa il guscio di un seme destinato a fiorire oltre la morte. Portiamo dentro un sogno che la tomba non può trattenere.

Quando, nella processione, vedremo l’Ostia bianca sollevata in alto, guardiamola così: è la nostra vita piccola e fragile, presa tra le mani di Dio, resa capace di contenere il Cielo.

Buona festa del Corpus Domini.

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