Rinnovo degli Organismi di Comunione

Terminato il sinodo diocesano, tutte le parrocchie della diocesi sono chiamate a rinnovare gli organismi di comunione, in particolar modo attraverso l’elezione del Consiglio Pastorale Parrocchiale (CPP). Al nuovo Consiglio Pastorale Parrocchiale sarà poi dato compito di eleggere il nuovo Consiglio Parrocchiale per la Gestione Economica (CPGE).

«Il Consiglio Pastorale Parrocchiale promuove, sostiene, coordina e verifica tutta l’attività pastorale della parrocchia, al fine di suscitare la partecipazione attiva delle varie componenti di essa nell’unica missione della Chiesa: evangelizzare, santificare e servire l’uomo nella carità» (Statuto, art. 2).

Come nei mandati scorsi, vengono ribaditi i tre requisiti necessari per indicare ed eleggere i membri del CPP:

  • siano persone aperte al cammino di fede
  • condividano la vita della parrocchia
  • abbiano compiuto 18 anni di età (cfr. Statuto, art. 1 e 5).

Va ricordato, inoltre, che non possono essere eletti consiglieri persone che abbiano già svolto due mandati consecutivi.

Le elezioni avverranno tramite due passaggi:

  • Una prima consultazione, dove ognuno potrà scrivere due nomi di persone che ritiene idonee per essere elette nel CPP, questa consultazione avverrà domenica 21 aprile
  • Le persone nominate saranno chiamate per verificarne la disponibilità a far parte del CPP. Coloro che saranno idonei e disponibili risulteranno eleggibili nelle votazioni che avverranno domenica 5 maggio.

Entrambi i passaggi elettivi avverranno durante le ss. Messe festive e saranno inoltre previste delle modalità per permettere di parteciparvi anche a chi non potesse essere presente.

Il nuovo CPP sarà composto da 3 membri di diritto (il parroco, la referente delle religiose, il presidente di AC), da 4 rappresentanti d’ambito della vita parrocchiale (rappresentanti: dei catechisti, degli operatori della liturgia, della Caritas e del NOI) e da 8 membri che saranno eletti nella modalità appena presentata.

Il nuovo CPP sarà in particolar modo chiamato a mettere in pratica le indicazioni provenienti dal sinodo diocesano e le decisioni che il Vescovo ha di conseguenza consegnato a tutte le parrocchie.

Ripartiamo da Cana

La conclusione del Sinodo è, di fatto, un nuovo inizio e una ripartenza dalle radici dell’essere cristiani, come evidenzia il titolo e l’icona biblica scelta Ripartiamo da Cana.

Il Sinodo, sottolinea il vescovo Claudio nella Lettera post-sinodale, è anche il contributo della Chiesa locale a questa particolare stagione storica che si sta vivendo, come Chiesa e come società: «Ci aiuta a coltivare insieme un sogno e una speranza, ci rinforza nello sforzo di dare spazio alla diversità e di trovare unità in ciò che è prioritario, ci apre al confronto libero e schietto in ascolto non di noi stessi ma del Signore, ci indica la strada del servizio agli altri».

Il vescovo Claudio riconosce nelle tre proposte votate dall’Assemblea sinodale altrettante “leve di cambiamento” per rinnovare la Chiesa oggi e sottolinea ulteriori aspetti, che hanno contraddistinto i suoi primi nove anni di episcopato. […]

In primis il «valore di ogni singola comunità parrocchiale», nell’originalità, ma anche nella presenza capillare della Chiesa nel territorio: «lì dove ci sono le persone lì è presente Gesù, attraverso le comunità di battezzati che umilmente lo testimoniano».

Nel valore e unicità di ogni parrocchia trova ulteriore motivazione la strada dei “ministeri battesimali” (primo dei tre testi votati dall’Assemblea sinodale) e su questo aspetto il vescovo Claudio incarica il vicario episcopale per la pastorale, alcuni uffici diocesani (Annuncio, Liturgia, Carità) e i docenti della Facoltà teologica e dell’Istituto di Scienze religiose di formulare le linee attuative relative ai ministeri battesimali: come individuare le persone, la formazione, l’accompagnamento e la verifica dei candidati ai ministeri battesimali.

Sempre in riferimento alla “centralità” della parrocchia e alla prospettiva dei ministeri battesimali il vescovo rilancia il percorso, già avviato delle Famiglie in collaborazione pastorale (che risiedono in canoniche o ambienti parrocchiali a cui viene affidato un mandato di vita fraterna e di collaborazione parrocchiale). […]

Contestualmente chiede la verifica a dieci anni dall’avvio, del rinnovato cammino di Iniziazione cristiana.

Valore della parrocchia e ministeri battesimali sono i poli attorno a cui va ripensata «la presenza cristiana nei territori della nostra Diocesi, a partire non dal presbitero, ma dalla comunità», scrive il vescovo Claudio.

Infine, rispetto alla proposta (terzo testo votato dall’Assemblea sinodale) di una riorganizzazione della collaborazione tra parrocchie vicine il vescovo Cipolla introduce una nuova espressione: le «Collaborazioni pastorali», il termine da una parte evidenzia l’unicità di ogni parrocchia, dall’altra promuove il «valore della comunione e collaborazione tra parrocchie vicine. Tutte – sottolinea il vescovo – con gradualità, entreranno in una forma di sinergia organica; nessuna parrocchia si penserà da sola, staccata dalle altre come se potesse bastare a sé stessa».

Inoltre, le «Collaborazioni pastorali attiveranno maggiormente la corresponsabilità dei laici, evitando di delegare prevalentemente l’azione pastorale al solo parroco» e «potrebbero essere la sede opportuna per cercare soluzioni in ordine alle molte strutture spesso sovradimensionate delle nostre parrocchie, richiamando i valori della prudenza e della sobrietà».

Cambierà quindi il numero dei vicariati e la funzione specifica (saranno luogo di collegamento con il vescovo e il territorio, cura dei presbiteri e formazione decentrata); per ogni Collaborazioni pastorale si costituirà il Coordinamento della collaborazione pastorale, composto da parroco, vicepresidente di ogni Consiglio pastorale parrocchiale, coordinatori degli ambiti pastorali essenziali: l’annuncio, la liturgia e la carità. Per attivarsi in questa nuova organizzazione verranno predisposte delle Schede di lavoro e ci sarà un tempo di consultazione di un anno in funzione di una nuova organizzazione che vedrebbe la riduzione dei

vicariati da 32 a 14 e l’istituzione di 54 Collaborazioni pastorali (di cui 10 nel territorio della città di Padova). […]

Accoglienza

Sono passati due anni dall’inizio del conflitto in Ucraina e fin da subito il nostro territorio si è dimostrato particolarmente sensibile al tema dell’accoglienza nei confronti di quanti fuggivano dalla guerra, soprattutto in protezione dei più piccoli.

Una delle realtà che più si sono curate di questo tema nella nostra provincia è stata la cooperativa Polis, parte del gruppo-Erre. Nelle scorse settimane abbiamo avuto diversi contatti con loro per un’urgenza abitativa nei confronti di due nuclei familiari provenienti dall’Ucraina. Ci è stata chiesta la disponibilità ad accogliere queste persone.
Come già sapete le nostre strutture necessiterebbero di interventi importanti, per cui siamo stati molto prudenti nel rispondere alla richiesta. In questi giorni sono stati verificati gli standard minimi per garantire una breve accoglienza, operazione non facile, né scontata.

Nelle prossime settimane procederemo ad accogliere queste famiglie nell’ex casa suore, ora in disuso, fino al termine dell’estate.

Le persone che vi abiteranno non entreranno in contatto con la nostra realtà scolastica se non come buoni vicini. Crediamo fortemente nella solidarietà come valore educativo anche per i nostri bambini. Se le condizioni l’avessero reso possibile avrei garantito l’accoglienza anche per un tempo maggiore.

La conclusione del Sinodo Diocesano

Domenica 25 febbraio, presso l’Opera della Provvidenza S. Antonio, il vescovo Claudio presenterà l’esito dell’esperienza diocesana del Sinodo.

Diverse fasi si sono susseguite in questa lunga opera di ascolto e di condivisione che ha coinvolto tutta la nostra diocesi. Inizialmente nelle parrocchie e nelle varie realtà del nostro territorio si sono raccolte idee e suggestioni sugli argomenti che il nostro Sinodo avrebbe dovuto trattare. Da questa fase sono emersi 17 temi che andavano dall’amministrazione parrocchiale alla vita liturgica, da esperienze concrete, quali l’iniziazione cristiana, ad atteggiamenti di fondo della pastorale. Si è così aperta una seconda fase di ascolto in cui questi temi sono stati eviscerati all’interno di gruppi appositamente creati all’interno delle parrocchie: quanto emerso sarebbe poi entrato nella seconda fase del Sinodo.

La seconda fase è iniziata l’anno scorso con l’elezione dell’assemblea sinodale. 353 persone sono state nominate o elette per creare un organo che fosse il più rappresentativo possibile per la nostra diocesi. L’assemblea sinodale ha poi proceduto con lo scegliere, tra i diciassette presentati, tre temi che sarebbero stati poi oggetto prioritario del Sinodo. I temi scelti sono stati:

  1. La ministerialità battesimale
  2. Le parrocchie costituite attorno ai gruppi di ascolto della Parola
  3. Il rapporto tra parrocchie all’interno dei gruppi di parrocchie

Come si può facilmente notare al centro della riflessione sono state proprio le parrocchie. Realtà antiche e necessarie di rinnovamento.

Il tema su cui si è entrati più in profondità è stato il tema della ministerialità battesimale. Questo tema prende spunto dal fatto che, con il battesimo, ogni cristiano è incorporato a Cristo, nella Chiesa, come sacerdote, re e profeta: capace, dunque, di esprimere nella sua vita queste tre dimensioni ministeriali.

Ogni cristiano, in quanto sacerdote, è capace di incontro personale con il Padre e tramite per intercedere con Lui; in quanto re, è capace di scegliere e governare illuminato dallo Spirito Santo; e, in quanto profeta, è capace di ascoltare e annunciare la Parola che è il Figlio stesso di Dio fattosi carne.

La ministerialità battesimale nasce proprio da queste dinamiche e interpella ogni cristiano a divenire responsabile della vita cristiana della propria comunità. Per questo il Sinodo si è orientato a proporre la creazione di equipe ministeriali in ogni parrocchia, affinché, anche nel laicato, vi siano scelte concrete di servizio per la comunità, strutturate e responsabili.

I temi dei gruppi di ascolto della Parola e di relazioni tra parrocchie sono stati elaborati più brevemente, e troveranno una sintesi da parte del vescovo: rimarranno due cardini importanti per i programmi pastorali dei prossimi anni. Con la conclusione del Sinodo si apre una nuova stagione per la Chiesa di Padova,

sempre chiamata a rinnovarsi, e questo coinvolgerà direttamente anche la nostra comunità.

A partire dal mese di marzo, infatti, per tutte le parrocchie della diocesi sarà tempo di verifica degli organismi di corresponsabilità: il consiglio pastorale parrocchiale (CPP) e il consiglio per la gestione economica (CPGE). In questi mesi verificheremo insieme l’operato degli ultimi anni per vivere poi, dopo Pasqua, un passaggio di consegne con le elezioni dei nuovi organismi di corresponsabilità per la nostra parrocchia, come per tutte le parrocchie della diocesi.

Si sta iniziando inoltre, in tutta la diocesi, una verifica del percorso di Iniziazione Cristiana, iniziato dieci anni fa. I nostri catechisti saranno particolarmente coinvolti a riflettere sulle scelte peculiari che hanno coinvolto la nostra comunità per quanto riguarda la catechesi, per presentarle alla diocesi.

Il percorso labirintico della quaresima

Tra pochi giorni inizierà il tempo liturgico della quaresima: preparazione alla Santa Pasqua e occasione propizia per rispondere alla chiamata, alla conversione cui ci invita il Signore Gesù. Il cammino che si apre davanti a noi ha davvero degli aspetti che potrebbero ricordarci la forma di alcuni labirinti medievali. Ne troviamo in alcune chiese gotiche, mete di pellegrinaggi, scolpiti nel pavimento, a indicare che il cammino dell’orante, del cercatore di Dio, non terminava in quella chiesa ma continuava fino al centro di sé. Una caratteristica particolare di questi labirinti, infatti, era proprio il non avere una vera uscita quanto terminare al centro del labirinto stesso. Si trattava di una sorta di via obbligata per arrivare ad un punto prezioso e importante: il centro di sé, il cuore della propria esistenza, come meta del pellegrinaggio terreno e inizio della vita nello Spirito.

            La meta del nostro cammino quaresimale è la Pasqua. Proprio come un labirinto in certi passaggi ci sembrerà di allontanarci dalla fine: non è facile associare il digiuno, infatti, alla promessa di pienezza del Salvatore, e potrebbe non essere neppure un’immediata corrispondenza quella tra la dimensione dell’elemosina e la grazia del Risorto che ricolma di doni i suoi figli, infine la caratteristica propria della quaresima, la preghiera, che ha dentro di sé la dinamica della ricerca e del desiderio, sembra non accordarsi al meglio a Colui che già ci ha donato tutto in Sé stesso.

            Viviamo dunque questo cammino di ricerca, quasi che non avessimo già ricevuto tutto in Cristo nella Sua Chiesa, per tornare al luogo profondo dentro di noi in cui Egli è sempre vivo e vuole comunicare con noi, starci vicino e salvarci.  Un labirinto in particolare mi ha colpito, si trova tra le rovine del convento di san Disibod, nella Germania Centrale. È stato recuperato tra le rovine del convento e al centro vi è cresciuto un albero. Sarà proprio un albero ad accompagnare la nostra riflessione quaresimale: se infatti il labirinto ci ricorda la nostra ricerca umana in una dimensione orizzontale, dall’altra parte l’immagine dell’albero ci rimanda all’innalzarsi della vita verso l’alto, in una dimensione verticale e spirituale. Al centro dei labirinti dell’anima permane in ciascuno di noi l’anelito verso l’Altissimo, il Totalmente Altro, Colui che ci dona la vita in pienezza: il Risorto.

La responsabilità dei mortali

C’è un’intelligenza che non si sviluppa per apertura di possibilità, quanto attraverso il limite strutturale della nostra stessa vita.

Il messaggio del Papa per la giornata della pace prende in esame lo sviluppo dell’intelligenza artificiale quale paradigma della modernità in costante ricerca del progresso. Papa Francesco ci aiuta a riconoscere il bene all’interno delle sfide che le nuove tecnologie portano con sé e, allo stesso tempo, a vagliarne la complessità.

È questa, infatti, un’intelligenza che ci permette di conoscere più approfonditamente la realtà, di operare in maggior sicurezza, e di trovare nuovi mezzi per raggiungere i nostri obiettivi più coraggiosi.

Eppure, come diceva il filosofo L.J.J. Wittgenstein nel suo Tractatus, “Noi sentiamo che, anche se si dà risposta a tutte le domande scientifiche possibili, i problemi della nostra vita non risultano ancora neanche toccati.” e, in un altro passaggio: “La soluzione del problema della vita si coglie al dissolversi di tale problema”.

Una nuova intelligenza viene chiesta dunque alla nostra umanità, un’intelligenza che passa proprio attraverso l’esperienza del limite che sperimentiamo nella fallibilità, nella fragilità e nella morte.

È, questa, un’intelligenza, citando lo psicologo D. Goleman, che potremmo dire emotiva: un’intelligenza che ci permette di vivere la compassione e la vicinanza all’altro al di là del fatto che sia giusto o legale o obbligatorio, quanto per una pulsione dell’anima che non bada alla nostra stessa sopravvivenza o al nostro guadagno. La sperimentiamo quando ci rendiamo conto di essere disposti a perdere tutto per il bene di qualcun altro, quando riconosciamo di non essere abbastanza per aiutare qualcuno ma non possiamo non provarci, quando siamo disposti anche a rischiare la vita.

È il fatto che siamo mortali a rendere la nostra vita una questione così seria. Questa “livella”, come la chiamava il principe De Curtis, che è la morte, rende ogni giorno della nostra esistenza estremamente prezioso, perché non ritornerà.

La ricerca della pace e la difesa della vita per cui non smettiamo di pregare partono proprio da questo principio. 

La vita dell’altro, quella di un bambino non ancora nato, di un malato, di un prigioniero, perfino quella di un popolo colpevole di terrorismo, sono, come la nostra, qualcosa di così prezioso poiché sono irripetibili e uniche. Esse non sono un mezzo per arrivare ad un fine, per il guadagno di qualcuno, non sono la via per il successo o per la fama o per il potere: esse sono come il fiore del campo che al mattino fiorisce e alla sera dissecca (Sal 144), eppure il Padre nostro celeste si china per sentirne il profumo.

Una stella e un fiume

Le festività che celebriamo in questi giorni santi sono segnate da due direzioni: la direzione di una stella e la direzione di un fiume. In ricerca del Re dei re, indicato dal sorgere di una stella luminosis­sima, che si muove nel cielo, i Magi si incamminano da oriente. Mentre nella corrente di un fiume, seppur piccolo, si immerge quello stesso Re dei re nel battesimo impartito da Giovanni Battista. Sono due direzioni che fanno l’una da specchio all’altra. Da una parte, infatti, la direzione degli astri, studiati da millenni dai sapienti, sembra indicare l’incessante ripetersi del tempo, con le sue leggi inesorabili; quella stessa direzione dell’universo che presagiva il compimento della creazione nella rivelazione al mondo del volto del suo creatore. Dall’altra parte invece abbiamo il cammino di Gesù, che sceglie fin da subito di andare contro corrente, facendo cose poco consone alla sua figura di re, santo e profeta. Si immerge infatti nel fiume Giordano come si immerge nel fiume della nostra storia; non disdegnando di stare con i peccatori, non imponendo, ma inchinandosi, non ammae­strando ma mettendosi alla scuola dell’umanità che cerca una nuova occasione. L’incrocio di queste due direzioni, di queste due strade, ci riconsegna un’immagine di Dio molto vicino a noi. La rivelazione che Cristo ci offre è quella di un Dio che non ci porta fuori dalla nostra vita ma che la vuole abitare con noi. È il mistero dell’incarnazione. Attraverso questa esperienza la nostra vita stessa è risollevata, siamo noi a diventare parte di un cielo e di una terra nuova. Le nostre piccole scelte quotidiane possono diventare le stelle che indicano la presenza del Signore se ci lasciamo immergere nel fiume della sua Grazia, ancor più se lasciamo che sia Lui a camminare con noi, a immergersi nel fiume della nostra vita. Un segno in particolare in questi giorni ci è dato, il 6 gennaio ricorre infatti la Giornata missionaria mondiale dei ragazzi. Già nella nostra infanzia, infatti, ci è possibile essere segno della presenza di quel Dio che varca ogni confine per raggiungerci e che si serve di noi perché la sua luce illumini ogni uomo.

vegliare

L’invito alla veglia risuona nelle prossime domeniche di avvento come un monito.

Non si tratto soltanto di un suggerimento, ha piuttosto i toni dell’avvertimento severo, quasi in vista di un pericolo.

“Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento.”

Il padrone della parabola evangelica concede ai suoi servi di governare i beni della casa, e li sprona ad essere vigilanti nel loro servizio. Per noi che leggiamo oggi questo testo rimane da chiederci quali sono i beni su cui vegliare e quale momento attendere.

Credo che tra i beni su cui siamo chiamati a vegliare spicchi la comunione. La comunione come dono del Padre e condivisione tra di noi. Nel momento della prova è infatti questo bene il primo ad essere in pericolo, facile preda di accuse reciproche, di maldicenze e di divisioni.

Un secondo bene su cui vegliare è la speranza. Anche in questo caso parliamo di un dono che viene dal Padre e che rischia di essere preda del divisore se mutato in superbia e pretenziosità, lì dove la volontà stessa del Padre è confusa con i nostri obiettivi e le nostre illusioni.

Un terzo ed ultimo bene che potrebbe essere minacciato è la fede, soprattutto nutrita dalla Parola. Quali parole risuonano in noi quando siamo in difficoltà? A cosa crediamo e diamo fede? Nutrirci della Parola ci serve per disinnescare le nostre parole, quelle che ci dividono e che ci tolgono la speranza.

Il momento presente chiama la nostra comunità a vivere la prova e ad affrontare la difficoltà. La rilevanza della Chiesa nel mondo contemporaneo è sempre minore, e la nostra presenza nella società è quella di un piccolo resto rispetto ad altri tempi passati, tante cose buone, nate in seno alla comunità cristiana, oggi diventano sempre più appannaggio di altre realtà.

Eppure nessuno dei beni salvifici che il Signore Gesù ci ha lasciato può essere perduto se, nella nostra veglia, guardiamo a Lui. Non cadiamo nel sonno della presunzione e nell’oblio del giudizio, sopra ogni cosa mettiamo la comunione tra di noi, uniti nella speranza che viene dal Padre e nutriti dalla Parola e allora attenderemo davvero Colui che viene, Cristo tra noi. Maria ci guidi in questo cammino con la sua dolcezza di Madre.

L’Ultima Cena

Il riflesso del volto di Cristo nel calice, nell’opera che vedete qui riprodotta, colpisce direttamente l’osservatore. Il punto di vista non è esterno alla scena, Gesù vede i suoi discepoli e vede il suo volto riflesso in quel vino che, come dirà lui stesso, è il suo sangue, la sua vita.

Ci avviciniamo alla Santa Pasqua attraverso l’esperienza dell’ultima cena, per comprendere appieno ciò che celebriamo, secondo le parole che Gesù stesso offre ai suoi discepoli per prepararli al mistero cui stavano per assistere.

Mentre il loro Maestro infatti presenta loro il pane e il vino spiega ciò che di lì a poco avrebbero visto: il suo corpo spezzato dalle armi e dalla tortura, e il suo sangue versato sulla croce.

A ritroso nel tempo anche noi siamo chiamati a guardare in quel calice. Rivediamo in ogni Eucaristia i crocifissi di ogni tempo, e in loro siamo chiamati a vedere Cristo. Ci nutriamo del pane nella comunione con il Padre e tra di noi per riscoprirci parte di unico sacrificio. 

Vogliamo davvero riscoprirci parte di una storia che nella nostra parrocchia e in tutto il mondo continua il desiderio di quel Figlio, nostro fratello, che ha affrontato la croce e la tortura pur di rimanere fedele all’amore per noi. Per quale amore anche noi teniamo fissi gli occhi su quel calice? Per quale amore anche noi affrontiamo la prova della vita? Alla fine quell’amore ci salverà, perché è tutto ciò che resta di noi.

Con la sua crocifissione, Cristo ha cancellato ogni nostro peccato.Oggi ti dà la possibilità di risorgere dentro di te. Buona Pasqua  

Siamo portati alla Pasqua attraverso il mistero: la velatura delle immagini sacre

Sembra strano che nel periodo più sacro dell’anno copriamo tutto ciò che è bello nelle nostre chiese, perfino il crocifisso. Non dovremmo osservare la dolorosa scena del Calvario mentre ascoltiamo la narrazione della Passione la Domenica delle Palme?

Se può sembrare contro-producente coprire statue e immagini nelle ultime settimane di Quaresima, la Chiesa raccomanda questa pratica per rafforzare i nostri sensi e “costruire” in noi un anelito, un desiderio, alla Domenica di Pasqua. È non solo una tradizione da portare avanti nella nostra parrocchia, ma anche un’utile attività da mettere in pratica nella “chiesa domestica”.

            Nella lettera circolare Paschalis sollemnitatis del 1988 si legge che “l’uso di coprire le croci e le immagini nella chiesa dalla domenica V di Quaresima può essere utilmente conservato secondo il giudizio della conferenza episcopale. Le croci rimangono coperte fino al termine della celebrazione della passione del Signore il Venerdì Santo; le immagini fino all’inizio della Veglia Pasquale”.

            Anche nelle nostre case potremmo imitare questa pratica e coprire le immagini religiose più importanti. Questo fatto ci potrebbe aiutare a partecipare al periodo liturgico. Potrebbe essere anche una bella tradizione da trasmettere ai nostri figli, che renda questo periodo dell’anno speciale e diverso.

            Ma perché impegnarsi tanto a coprire le immagini che dovrebbero elevare la nostra mente e il nostro cuore al cielo?

Innanzitutto, usiamo dei veli per capire che siamo in un periodo particolare. Quando entriamo in una chiesa e vediamo che è tutto coperto, sappiamo immediatamente che c’è qualcosa di diverso. Le due ultime settimane di Quaresima dovrebbero essere un periodo di preparazione immediata al Triduo Pasquale, e questi veli sono un promemoria potente del fatto che dobbiamo essere pronti.

Inoltre la Chiesa usa i veli per stimolare un maggior senso di attesa nei confronti della Domenica di Pasqua. Non vorremmo che fossero lì perché stanno nascondendo immagini molto belle.

            E il punto è proprio questo: i veli non devono stare lì per sempre. Le immagini devono essere svelate, è innaturale che siano coperte.

            Svelare le immagini prima della Veglia di Pasqua è un potente promemoria della nostra vita sulla terra. Viviamo in un mondo “velato”, in esilio rispetto alla nostra vera dimora. È solo con la nostra morte che il velo verrà sollevato e saremo finalmente in grado di vedere la bellezza di tutto ciò che c’è nella nostra vita.

Quaresima e cammino battesimale

I vangeli dell’anno A che stiamo leggendo in queste domeniche di quaresima ci richiamano al cammino che, nella chiesa delle origini, compivano i catecumeni che si preparavano a ricevere il battesimo.

Attraverso il deserto delle tentazioni domenica scorsa siamo stati chiamati al desiderio di una Parola nuova, in questa seconda domenica di quaresima la lettura della trasfigurazione di Cristo ci indicherà come anche noi possiamo diventare, con Lui, creature nuove.

Le ultime tre domeniche, in particolare, attraverso l’incontro con la samaritana al pozzo, la guarigione del cieco nato e la risurrezione di Lazzaro erano scelte per accompagnare il catecumeno a riconoscere, nella fede, quel Dio che, tramite il figlio Gesù, dona la verità alla samaritana, la via al cieco e la vita a Lazzaro.

Il battesimo è il sacramento che riconciliandoci a Dio ci rende suoi figli adottivi. Rigenerati dall’acqua, illuminati dalla luce di Cristo e di lui rivestiti i cristiani sono chiamati a vivere la vocazione battesimale per manifestare al mondo la propria fede.

Con l’aiuto dei ragazzi del catechismo rivedremo sull’altare i segni battesimali della nostra salvezza.

In questa domenica sarà la veste bianca: Durante il rito del battesimo il candidato veniva spogliato delle vesti e poi rivestito dopo l’immersione in vasca. Il sacerdote dice: “Ricevi la veste candida …” per simboleggiare il rivestirsi di Cristo risorto.

Domenica prossima accompagnati dalla Samaritana al pozzo riscopriremo il significato dell’acqua: insieme alla formula trinitaria l’acqua è l’elemento fondamentale per celebrare il sacramento. Senza acqua non sussiste il sacramento. La Chiesa ha visto nell’acqua l’elemento fondamentale di cui Dio si serve per operare la salvezza prima di Cristo e attraverso Cristo.

Nella quarta domenica rivedremo con il cieco nato la luce nuova, che nella Pasqua e nel battesimo è presentata nel Cero Pasquale. Il cero è un importante simbolo pasquale,  solennemente intronizzato la notte di Pasqua per dare l’annuncio glorioso della risurrezione, esso è per eccellenza simbolo di Cristo risorto in mezzo all’assemblea. 

Nell’ultima domenica di quaresima sentiremo, insieme a Lazzaro, il profumo di una vita nuova, quella che ci dona il Padre, nel segno di un olio profumato, che, nel battesimo, è il santo crisma.

Ripensare al battesimo in questo tempo di quaresima è ripensare a tutta la nostra vita e alla vita del mondo come immersa in Dio.

“E lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Gn 1,1)

Una danza dello Spirito sulle acque è il primo movimento della storia. Da allora lo Spirito e l’acqua sono legati a ogni genesi, a ogni nascita, a ogni battesimo, a ogni vita che sgorga. Noi pensiamo al rito del battesimo come a qualche goccia d’acqua versata sul capo del bambino. La realtà è grandiosa: nella sua radice battezzare significa immergere: «Siamo immersi in un oceano d’amore e non ce ne rendiamo conto»  (G. Vannucci).