Grazie al Signore per il nuovo Pontefice Leone XIV

Nel ringraziare il Signore per il nuovo papa mi piace richiamare questo titolo antico: “Pontefice”. La parola significa letteralmente “costruttore di ponti”. Accogliamo questo impegno che il nostro nuovo Papa si è assunto esplicitamente nelle prime parole pronunciate da piazza San Pietro l’8 maggio dopo essere stato annunciato al mondo il suo nome.

“La pace sia con tutti voi!

Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il Buon Pastore, che ha dato la vita per il gregge di Dio. Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, tutte le persone, ovunque siano, tutti i popoli, tutta la terra. La pace sia con voi!

Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente.

Ancora conserviamo nei nostri orecchi quella voce debole ma sempre coraggiosa di Papa Francesco che benediceva Roma, il Papa che benediceva Roma, dava la sua benedizione al mondo, al mondo intero, quella mattina del giorno di Pasqua. Consentitemi di dare seguito a quella stessa benedizione: Dio ci vuole bene, Dio vi ama tutti, e il male non prevarrà! Siamo tutti nelle mani di Dio. Pertanto, senza paura, uniti mano nella mano con Dio e tra di noi andiamo avanti! Siamo discepoli di Cristo. Cristo ci precede. Il mondo ha bisogno della sua luce. L’umanità necessita di Lui come del ponte per essere raggiunta da Dio e dal suo amore. Aiutateci anche voi, poi gli uni gli altri a costruire ponti, con il dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace. Grazie a Papa Francesco!

Voglio ringraziare anche tutti i confratelli Cardinali che hanno scelto me per essere Successore di Pietro e camminare insieme a voi, come Chiesa unita cercando sempre la pace, la giustizia, cercando sempre di lavorare come uomini e donne fedeli a Gesù Cristo, senza paura, per proclamare il Vangelo, per essere missionari.

Sono un figlio di Sant’Agostino, agostiniano, che ha detto: “Con voi sono cristiano e per voi vescovo”. In questo senso possiamo tutti camminare insieme verso quella patria che Dio ci ha preparato.

Alla Chiesa di Roma un saluto speciale! Dobbiamo cercare insieme come essere una Chiesa missionaria, una Chiesa che costruisce i ponti, il dialogo, sempre aperta ad accogliere, come questa piazza, con le braccia aperte tutti, tutti coloro che hanno bisogno della nostra carità, della nostra presenza, del dialogo e dell’amore.

E se mi permettete una parola, un saluto a tutti e in modo particolare alla mia cara diocesi di Chiclayo, in Perù, dove un popolo fedele ha accompagnato il suo vescovo, ha condiviso la sua fede e ha dato tanto, tanto, per continuare ad essere Chiesa fedele di Gesù Cristo.

A tutti voi, fratelli e sorelle di Roma, d’Italia, di tutto il mondo: vogliamo essere una Chiesa sinodale, una Chiesa che cammina, una Chiesa che cerca sempre la pace, che cerca sempre la carità, che cerca sempre di essere vicino specialmente a coloro che soffrono.

Oggi è il giorno della Supplica alla Madonna di Pompei. Nostra Madre Maria vuole sempre camminare con noi, stare vicino, aiutarci con la sua intercessione e il suo amore. Allora vorrei pregare insieme a voi. Preghiamo insieme per questa nuova missione, per tutta la Chiesa, per la pace nel mondo e chiediamo questa grazia speciale a Maria, nostra Madre: Ave Maria…

Pastori secondo il Mio cuore (Ger 3,15)

Troviamo nelle scritture la promessa del Padre di donarci pastori secondo il Suo cuore. L’ultima enciclica di Francesco, Dilexit Nos, era dedicata proprio al cuore di Gesù. Partendo dalla devozione al Sacro Cuore, il nostro amato pontefice accompagnava i destinatari della lettera ad unirsi al cuore di Gesù e a fare della chiesa un luogo appunto secondo il Suo cuore.

Ci troviamo in questi giorni a piangere la mancanza di Francesco; in tempi di cambiamento per la chiesa e in tempi di prova per tutta l’umanità ci interroghiamo facilmente per cercare di comprendere chi possa essere il prossimo Papa, chi possa essere adeguato a guidare il gregge di Cristo. Ci vogliamo affidare allora allo Spirito Santo perché ci riconduca tutti al cuore di Cristo, un cuore così grande da cogliere l’intera umanità, un cuore così puro da non conoscere ombra di vendetta e neppure di giudizio, un cuore completamente donato per noi. Vogliamo dunque pregare in questi giorni per l’elezione del nuovo pontefice guidati non tanto da un pensiero o da un progetto che trova il suo centro in qualche ragionamento, ma partendo proprio dal cuore. Abbiamo conosciuto diversi pontefici che si sono fatti carico sulla loro carne delle sofferenze della chiesa e del mondo, Pio X ha sofferto così tanto per la prima guerra mondiale da sperimentare un dolore che lo ha portato alla morte, Pio XII ha vissuto sulla sua pelle gli orrori del nazifascismo e la persecuzione e la morte di tanti cristiani, tra cui tantissimi sacerdoti, che rischiavano tutto per aiutare chi rischiava i campi di concentramento e di sterminio. Giovanni XXIII, ha addirittura incarnato nella sua persona la virtù della bontà del cuore, tanto da essere chiamato Papa buono. Paolo VI ha sofferto la crisi della chiesa e dei valori coi quali era vissuto tanto da sperimentarsi abbandonato dallo stesso Popolo di Dio. Giovanni Paolo I se pur per poco tempo ha fatto riportato la Chiesa ad essere piccolo gregge e si è fatto piccolo per tutti con cuore di padre. Giovanni Paolo II ha portato sulle sue spalle il peso della chiesa in un mondo in cambiamento unendola in modo indissolubile al cuore di Maria, alla quale egli stesso si era donato interamente. Benedetto XVI ha sofferto gli scandali del clero e ha lottato per cercare giustizia e riportarci al cuore della fede. Francesco negli ultimi anni ci ha riconsegnato al cuore di Cristo spogliato da ogni altra cosa perché lo riscopriamo presente nel povero, nel prigioniero, nel malato, nell’ultimo, secondo le parole del Vangelo.

Non so cosa pensiate sia necessario per la chiesa e per il mondo, forse al di là di cosa pensiamo sarà necessario rimetterci allo Spirito Santo e unire i nostri cuori al cuore stesso di Cristo, per completare così con l’amore sofferto del nostro cuore “ciò che manca alla passione di Cristo”. Maria, che ha portato nel suo grembo il cuore stesso di Dio, ci riporti a Lui e guidi il nuovo Papa sulle vie che il Suo Figlio ci ha insegnato.

Verso la Pasqua: quando l’Eternità bussa alla Porta del Tempo

Siamo ormai alle porte della Settimana Santa, il cuore dell’anno liturgico, il tempo che ci conduce dritti al mistero più grande e luminoso della nostra fede: la Pasqua di Risurrezione. L’aria si fa diversa, sentiamo che qualcosa di importante sta per accadere. Ma, presi magari dai preparativi pratici o dalla routine che non si ferma, rischiamo di chiederci: cosa stiamo davvero aspettando? È solo una festa, una tradizione, un giorno di vacanza in più?

La Pasqua che ci apprestiamo a celebrare è molto più di tutto questo. È l’evento che ha cambiato per sempre la storia e il significato stesso del nostro tempo.

Prima di immergerci nei riti intensi e commoventi che ci aspettano, riflettiamo un attimo su come percepiamo il tempo nella nostra vita quotidiana. Spesso lo sentiamo come una linea retta, un fiume che scorre inesorabile portandoci via dal passato e spingendoci verso un futuro incerto. Ogni giorno sembra inseguire l’altro, l’orologio scandisce ore che a volte ci sembrano vuote o troppo piene. Il tempo ci appare limitato, segnato dalla fragilità e dalla consapevolezza che tutto, prima o poi, finisce.

Ma ecco che la Pasqua arriva – anzi, sta per arrivare – a scardinare questa visione. Ciò che celebreremo domenica prossima non è solo il ricordo di un fatto prodigioso accaduto duemila anni fa. È l’annuncio che, in Gesù Cristo Risorto, l’eternità stessa ha fatto irruzione nel nostro tempo limitato.

Con la Sua morte e Risurrezione – eventi che rivivremo spiritualmente nei prossimi giorni – Gesù non ha semplicemente “riavvolto il nastro”. Ha compiuto qualcosa di inaudito: ha spezzato la tirannia della fine. Ha mostrato che la morte, l’ultima parola del tempo umano, non è l’ultima parola di Dio.

La Risurrezione, che attendiamo con speranza, è come una breccia potente e luminosa che si apre nel muro apparentemente invalicabile del tempo. Attraverso questa breccia, l’infinito di Dio entra e illumina la nostra esistenza terrena. Non è solo una promessa per il dopo, ma una realtà che inizia a trasformare il nostro adesso, proprio mentre ci prepariamo a celebrarla.

Cosa significa questo per noi, oggi, in questa settimana di attesa e preparazione?

* Significa che partecipare ai riti della Settimana Santa (dalla Messa in Coena Domini alla Veglia Pasquale) non è solo assistere a una rappresentazione, ma immergerci in questo mistero che dà senso nuovo al nostro tempo.

* Significa che le nostre fatiche, le nostre preoccupazioni attuali, possono essere vissute non con disperazione, ma alla luce della vittoria imminente sulla morte. Ogni gesto di amore, di servizio, di preghiera fatto in questi giorni è già un passo verso quella vita eterna che Cristo ci dona.

* Significa che la nostra speranza si rafforza: anche di fronte alle difficoltà e ai dolori presenti, sappiamo che il nostro cammino non si conclude nel nulla, ma è orientato verso l’abbraccio di un Dio che è Vita Piena.

La Pasqua che bussa alla porta non è un concetto astratto. È l’invito a lasciare che la forza della Risurrezione entri già da ora nella nostra vita, trasformando il nostro modo di vedere il tempo e di vivere ogni momento.

Prepariamoci dunque ad accogliere questo dono immenso. Camminiamo insieme in questa Settimana Santa con il cuore aperto, pronti a lasciarci sorprendere ancora una volta dall’Amore che vince la morte e spalanca le porte dell’eternità nel bel mezzo del nostro tempo.

Auguro a tutti voi una profonda e fruttuosa Settimana Santa, preludio della gioia senza fine della Pasqua.

“Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil. 1,21)

L’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, che celebriamo ogni anno nella domenica delle palme, ci invita a prese di posizione, a scelte radicali, ci invita ad esporci con Lui e a scegliere da che parte stare.

I bambini di Gerusalemme chiaramente si espongono con Lui, gettano sulle strade i mantelli e lo accolgono agitando rami di palma. Dal nostro punto di vista, dopo duemila anni, conoscendo i fatti che seguirono quel momento, riconosciamo il valore profetico del gesto dei bambini. Eppure ai contemporanei quel Gesù che sale a Gerusalemme in groppa ad un asino sarà sembrato semplicemente il re degli straccioni e dei pezzenti. Scegliamo di stare anche noi con Lui se scegliamo quella parte. Che il valore dei poveri sia maggiore di quello dei potenti. Che il guadagno degli umili sia più garantito del lusso di pochi. Che il diritto alla casa, al lavoro, alla dignità personale venga prima del potere di pochi. La preghiera per la pace che sale ancora al Padre da parte dei suoi poveri faccia più rumore delle armi e dei soldi di pochi per cui sono costruite. Ecco a noi la risposta, giunge povera tra i poveri eppure ha il volto del Re dei Re, l’unico potente che invece di mandare altri a morire per Lui si offre per tutti. Non viviamo allora come schiavi di chi ci offre un benessere effimero, scegliamo di vivere come Cristo, per Cristo e in Cristo e la nostra vita, e la nostra morte saranno il nostro guadagno e non quello degli schiavisti di ogni tempo.

6 aprile – quinta domenica di quaresima

Le uniche parole scritte da Gesù

Dal vangelo secondo Giovanni

Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.

Cristo sulla sabbia

all’adultera in procinto

d’essere linciata

cosa vuoi che abbia scritto

se non una poesia d’amore?

Cosa vuoi che siano state

quelle poche lettere

quei piccoli segni rimasti

nel mistero

se non un mistico, silenzioso

“ti amo”

detto a tutto il mondo

e cancellato nella notte

furtivamente

da quelli senza peccato?

Angelo Colucci

30 marzo – quarta domenica di quaresima

Il padre misericordioso:

una storia più antica di Gesù

Dal vangelo secondo Luca

Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il racconto che segue proviene da una tradizione buddhista di origine indiana che risale al V secolo prima della nascita di Cristo.

 

Il padre, partito per un lontano viaggio alla ricerca del figlio, ne perse ogni traccia. Il padre fece tutto il possibile per ritrovarlo, ma invano.

Passò del tempo e il figlio, ridotto alla miseria, errava nei pressi della casa paterna. Il padre lo riconobbe presto ed inviò dei servi per ricondurre il vagabondo. Ma questi, intimorito dalla maestosità della dimora e sospettando di essere preso in giro, si rifiutò di seguirli.

Il padre mandò di nuovo i suoi servi con l’ordine di dargli del denaro con l’offerta di lavorare presso il loro ricco signore. Il figlio allora accettò, tornò con i servi alla casa paterna e divenne un servitore.

Il ricco signore gli accordò un graduale avanzamento di grado fino ad affidargli l’incarico del mantenimento di tutta la proprietà e delle sue ricchezze. Ma pur sempre il figlio non riconosceva il proprio genitore.

Il padre, soddisfatto della fedeltà del figlio, quando sentì avvicinarsi la fine riunì familiari e amici e disse: “Amici, ecco il mio unico figlio, che ho cercato per lunghi anni. D’ora in poi, l’intera mia proprietà e tutti i miei tesori sono suoi”.

Il figlio, stupito dalla rivelazione paterna, disse: “Non solo ho ritrovato mio padre, ma anche tutti i suoi beni e tesori ora mi appartengono”.

Vi riporto questo antico testo non tanto per dimostrare che Gesù ha raccolto alcuni insegnamenti altrove. Sappiamo benissimo che egli usa la sapienza umana come tramite per descriverci il Padre. Vi riporto questo testo piuttosto per esaltare qualcosa che Gesù ci consegna e che è il vero centro della parabola evangelica, centro che nel testo indiano non emerge: il Padre non attende la nostra conversione e la nostra comprensione per darci tutti i suoi tesori, Egli ci dona il Suo Figlio anche se non l’abbiamo ancora riconosciuto come fratello. Come dice san Paolo: “Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito” (Rom 5,6).

16 marzo – Seconda domenica di quaresima

Dal Vangelo secondo Luca                           (Lc 13,1-9)

Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Leggendo queste parole del vangelo mi è tornata alla memoria una poesia di Rilke che avevo letto anni fa. Credo che la pazienza che ci racconta la parabola non sia solamente una virtù che richiede impegno quanto un atteggiamento che permette lo stupore e una vita di una qualità superiore.

Sii Paziente                            di Rainer Maria Rilke

Sii paziente verso tutto ciò

che è irrisolto nel tuo cuore e…

cerca di amare le domande, che sono simili a

stanze chiuse a chiave e

a libri scritti in una lingua straniera.

Non cercare ora le risposte che possono esserti date
poiché non saresti capace di convivere con esse.

E il punto è vivere ogni cosa. Vivere le domande ora.

Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga,di vivere fino al lontano giorno in cui avrai la risposta

9 marzo – Prima domenica di quaresima

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 9,28b-36) 

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare.
Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante.

Vi propongo in paragone con la trasfigurazione questo testo di Viktor Frankl, uno psicologo che ha vissuto l’internamento presso i campi di concentramento di Auschwitz e di Dachau. Credo che una vera trasfigurazione umana passi attraverso la scelta di dare un nuovo significato alla nostra esistenza, anche nel momento della prova.

L’uomo/eroe

Tutto ciò che accade all’anima dell’uomo, ciò che il Lager apparentemente «fa’» di lui come uomo, è il frutto d’una decisione interna. In linea di principio dunque, ogni uomo, anche se condizionato da gravissime circostanze esterne, può in qualche modo decidere che cosa sarà di lui — spiritualmente — nel Lager: un internato tipico — o un uomo, che resta uomo anche qui e conserva intatta la dignità d’uomo.

Dostojewski ha detto una volta: «Temo una cosa sola: di non essere degno del mio tormento».

Ripensammo più d’una volta a queste parole, quando abbiamo conosciuto uomini eroici, quasi dei martiri, che con il loro comportamento nel Lager, in mezzo a sofferenze e dolori, testimoniarono l’ultima e inalienabile libertà interna dell’uomo, gravemente compromessa. Avrebbero potuto dire a buon diritto che «furono degni del loro tormento». Hanno dimostrato che, soffrendo rettamente, si può realizzare qualcosa: una conquista interiore. La libertà spirituale dell’uomo, quel bene che nessuno può sottrargli finché non esala l’ultimo respiro, fa sì ch’egli trovi, fino al suo ultimo respiro, il modo di plasmare coerentemente la propria vita. Poiché non ha senso solo la vita attiva, nella quale l’uomo ha la possibilità di realizzare dei valori in modo creativo; e non ha un senso solo la vita ricettiva, cioè una vita che permette all’uomo di realizzarsi sperimentando la bellezza nel contatto con arte e natura; la vita conserva il suo senso anche quando si svolge in un campo di concentramento, quando non offre quasi più nessuna prospettiva di realizzare dei valori, creandoli o godendoli, ma lascia solamente un’ultima possibilità di comportamento moralmente valido, proprio nel modo in cui l’uomo si atteggia di fronte alla limitazione del suo essere, imposta con violenza dall’esterno. La vita creativa e quella ricettiva gli sono da tempo negate. Ma non solo la vita creativa e quella ricettiva hanno un senso: se la vita ha un significato in sé, allora deve avere un significato anche la sofferenza. La sofferenza, in qualche modo, fa parte della vita — proprio come il destino e la morte. Solo con miseria e morte, l’esistenza umana è completa!

Dal modo in cui un uomo accetta il suo ineluttabile destino e con questo destino tutta la sofferenza che gli viene inflitta, dal modo in cui un uomo prende su di sé la sofferenza come la «sua croce», sorgono infinite possibilità di attribuire un significato alla vita, anche nei momenti più difficili, fino all’ultimo atto di esistenza. A seconda se uno resta coraggioso e forte, dignitoso e altruista. o se dimentica d’essere un uomo nella spietata lotta per sopravvivere e diventa in tutto e per tutto l’animale d’un gregge — al quale la psicologia dell’internato ci ha fatto pensare — a seconda di ciò che accade, l’uomo realizza o perde i possibili valori morali che la sua dolorosa situazione e il suo duro destino gli consentono, e, a seconda dei casi, è «degno del suo tormento» o non lo e.

Il lettore non deve credere che queste considerazioni siano teoriche o irreali. Certo, solo pochi e rari uomini sono in grado di raggiungere un tale livello etico, grazie alla loro eccezionale maturità; solo pochi hanno seguito il credo della piena libertà interiore e si sono innalzati per realizzare quei valori che la sofferenza rende possibili. Ma se non vi fosse stato che un uomo solo — basterebbe la testimonianza di quest’ uno, per asserire che l’uomo può essere nel suo intimo più forte del destino che gli viene imposto dall’esterno. I testimoni però, furono numerosi e non solo nei Lager. Dappertutto l’uomo è messo a confronto con il proprio destino, deve cioè decidere se farà di una mera condizione di vita, una conquista interiore.

Viktor Frankl, Uno psicologo nei lager, Ares, pag. 117

Quaresima

Nella bolla di indizione del giubileo, Spes non confundit, Papa Francesco ha scritto che “la vita cristiana è un cammino che ha bisogno anche di momenti forti per nutrire e irrobustire la speranza” (n. 5 ).

Uno dei tempi forti che la Chiesa ci offre è certamente la Quaresima e il tema che la Chiesa di Padova propone tramite l’Ufficio missionario non poteva non prendere spunto dal cammino giubilare che stiamo vivendo.

PASSI DI SPERANZA è il titolo che si ritroverà nei vari materiali e strumenti proposti prendendo spunto dai passaggi indicati dal Papa nella bolla di indizione del Giubileo. Il desiderio è di poter offrire occasioni dove poter assaporare parole, testimonianze ed esperienze che aiutino a coltivare quel seme di speranza che ci è stata donato e riacquistare la forza e la certezza di guardare al futuro camminando con animo aperto, con cuore fiducioso e mente lungimirante.

Prima domenica di Quaresima

Di cosa abbiamo bisogno e cosa vogliamo?

Le tentazioni di Gesù nel Vangelo secondo Luca (Lc 4,1-13) si possono confrontare con la famosa piramide dei bisogni di Maslow, uno psicologo americano vissuto nel secolo scorso. Strano accostamento? Forse, ma in realtà ci mostra come le sfide affrontate da Gesù toccano diversi livelli delle necessità umane, dalla sopravvivenza alla realizzazione spirituale.

Le tentazioni di Gesù: un viaggio nei bisogni umani

Nel deserto, Gesù si trova di fronte a tre tentazioni molto concrete:

  1. Trasformare le pietre in pane: il diavolo gli suggerisce di soddisfare la fame con un miracolo.
  2. Ottenere il dominio su tutti i regni della Terra: Satana gli promette potere e gloria in cambio di adorazione.
  3. Lanciarsi dal tempio per dimostrare la sua divinità: il diavolo lo sfida a mettersi alla prova e a verificare la protezione divina.

E se le confrontassimo con la piramide di Maslow?

La teoria di Maslow suddivide i bisogni umani in cinque livelli, partendo dai più basilari fino ai più elevati. Vediamo come si collegano alle tentazioni di Gesù.

  1. Bisogni primari: fame e sopravvivenza

Il pane rappresenta il bisogno di cibo. Ma Gesù risponde: “Non di solo pane vivrà l’uomo” (Lc 4,4), sottolineando che c’è qualcosa di più importante del semplice nutrirsi.

  1. Bisogni di sicurezza

Il diavolo sfida Gesù a buttarsi dal tempio per dimostrare che Dio lo proteggerà. Ma Gesù non cade nella trappola: la sicurezza non si ottiene forzando la mano a Dio.

  1. Bisogno di appartenenza e accettazione

Avere il dominio sul mondo potrebbe garantire accettazione e potere, ma Gesù sa che la vera appartenenza non si compra con il potere.

  1. Bisogno di stima e riconoscimento

Anche qui, la tentazione del potere gioca sul desiderio di essere ammirati. Ma Gesù rifiuta di cercare gloria terrena.

  1. Autorealizzazione

Buttarsi dal tempio sarebbe stato un gesto spettacolare per dimostrare chi è. Ma la sua vera missione si realizza nell’umiltà e nel sacrificio.

  1. Trascendenza: lo scopo più alto

Gesù supera ogni tentazione dimostrando che la vera realizzazione non sta nel potere o nei beni materiali, ma nella relazione con Dio. Questo va oltre la piramide di Maslow, portandoci a un livello più alto di consapevolezza e spiritualità.

Mentre Maslow ci dice che l’auto-realizzazione è il massimo che possiamo raggiungere nella vita, il Vangelo ci sfida ad andare ancora oltre. Le tentazioni di Gesù ci insegnano che la pienezza della vita non si trova tanto nei successi personali, ma in qualcosa di più grande: la comunione con Dio. Gesù ci invita in questo tempo di Quaresima a seguirlo nel deserto dentro queste dimensioni. Mentre proviamo a non assecondare ogni nostro bisogno, scegliendo il digiuno, l’elemosina e la preghiera, troveremo il nostro vero desiderio, quello che il Padre da sempre ha nascosto in noi. Come ci ricorda sant’Agostino: “Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te” (Confessioni I,1,1).

beati e chiamati

La liturgia di domenica 16 febbraio ci proporrà il testo delle beatitudini. È uno dei testi evangelici più proclamati dell’anno. In questa domenica sarà letta la versione di san Luca. La via della santità che il Signore Gesù propone ai suoi discepoli in questa occasione è aperta a tutti coloro che si affidano a Lui. Troviamo in questo testo anche il compimento della chiamata del nostro battesimo.

Potremmo infatti vedere nelle singole espressioni del testo delle forme vocazionali: 

Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.

Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.

Beati voi, che ora piangete, perché riderete.

Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo.

Il giorno del nostro battesimo abbiamo ricevuto una chiamata a partecipare della missione di Cristo sulla terra. Partecipiamo al suo ministero in modo comunitario e in modo personale, ciascuno secondo la propria vocazione. Avverrà così che chi è chiamato alla povertà sentirà anche la chiamata ad amministrare la straripante Grazia di Dio; e chi è chiamato a vivere il desiderio che è la fame del bene sentirà la chiamata ad aiutare altri ad avere il necessario per una vita dignitosa; e chi è chiamato a vivere la sofferenza dentro di sé sentirà anche la chiamata ad un ministero di consolazione e di speranza per il mondo; e chi sperimenta l’ingiustizia sentirà la chiamata ad annunciare la giustizia eterna del Padre.

Attraverso l’unicità di ciascuno si compie il disegno del Padre su tutta la creazione: nella Chiesa diventiamo un unico porto, la ricchezza dei carismi di ciascuno crea l’unico corpo che è la carne stessa di Cristo. Nel sinodo diocesano questa dinamica è proposta a tutte le parrocchie attraverso i ministeri battesimali: che in ogni comunità alcuni cristiani si offrano e si formino per garantire che nella parrocchia vi sia l’attenzione alla gestione amministrativa, alla carità, alla liturgia e all’annuncio. Il servizio è una via di santità per ognuno di noi, nelle parrocchie come nei luoghi della vita di ogni giorno: una via che ci chiede continua conversione.    Mi piace condividere con voi questa preghiera di Santa Teresa di Calcutta: ci aiuti nella via della santità.

Signore, quando credo che il mio cuore sia straripante d’amore e mi accorgo, in un momento di onestà, di amare me stesso nella persona amata, liberami da me stesso. 

Signore, quando credo di aver dato tutto quello che ho da dare e mi accorgo, in un momento di onestà, che sono io a ricevere, liberami da me stesso. 

Signore, quando mi sono convinto di essere povero e mi accorgo, in un momento di onestà, di essere ricco di orgoglio e di invidia, liberami da me stesso. 

E, Signore, quando il Regno dei cieli si confonde falsamente con i regni di questo mondo, fa’ che io trovi felicità e conforto solo in Te.