6 aprile – quinta domenica di quaresima

Le uniche parole scritte da Gesù

Dal vangelo secondo Giovanni

Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.

Cristo sulla sabbia

all’adultera in procinto

d’essere linciata

cosa vuoi che abbia scritto

se non una poesia d’amore?

Cosa vuoi che siano state

quelle poche lettere

quei piccoli segni rimasti

nel mistero

se non un mistico, silenzioso

“ti amo”

detto a tutto il mondo

e cancellato nella notte

furtivamente

da quelli senza peccato?

Angelo Colucci

30 marzo – quarta domenica di quaresima

Il padre misericordioso:

una storia più antica di Gesù

Dal vangelo secondo Luca

Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il racconto che segue proviene da una tradizione buddhista di origine indiana che risale al V secolo prima della nascita di Cristo.

 

Il padre, partito per un lontano viaggio alla ricerca del figlio, ne perse ogni traccia. Il padre fece tutto il possibile per ritrovarlo, ma invano.

Passò del tempo e il figlio, ridotto alla miseria, errava nei pressi della casa paterna. Il padre lo riconobbe presto ed inviò dei servi per ricondurre il vagabondo. Ma questi, intimorito dalla maestosità della dimora e sospettando di essere preso in giro, si rifiutò di seguirli.

Il padre mandò di nuovo i suoi servi con l’ordine di dargli del denaro con l’offerta di lavorare presso il loro ricco signore. Il figlio allora accettò, tornò con i servi alla casa paterna e divenne un servitore.

Il ricco signore gli accordò un graduale avanzamento di grado fino ad affidargli l’incarico del mantenimento di tutta la proprietà e delle sue ricchezze. Ma pur sempre il figlio non riconosceva il proprio genitore.

Il padre, soddisfatto della fedeltà del figlio, quando sentì avvicinarsi la fine riunì familiari e amici e disse: “Amici, ecco il mio unico figlio, che ho cercato per lunghi anni. D’ora in poi, l’intera mia proprietà e tutti i miei tesori sono suoi”.

Il figlio, stupito dalla rivelazione paterna, disse: “Non solo ho ritrovato mio padre, ma anche tutti i suoi beni e tesori ora mi appartengono”.

Vi riporto questo antico testo non tanto per dimostrare che Gesù ha raccolto alcuni insegnamenti altrove. Sappiamo benissimo che egli usa la sapienza umana come tramite per descriverci il Padre. Vi riporto questo testo piuttosto per esaltare qualcosa che Gesù ci consegna e che è il vero centro della parabola evangelica, centro che nel testo indiano non emerge: il Padre non attende la nostra conversione e la nostra comprensione per darci tutti i suoi tesori, Egli ci dona il Suo Figlio anche se non l’abbiamo ancora riconosciuto come fratello. Come dice san Paolo: “Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito” (Rom 5,6).

16 marzo – Seconda domenica di quaresima

Dal Vangelo secondo Luca                           (Lc 13,1-9)

Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Leggendo queste parole del vangelo mi è tornata alla memoria una poesia di Rilke che avevo letto anni fa. Credo che la pazienza che ci racconta la parabola non sia solamente una virtù che richiede impegno quanto un atteggiamento che permette lo stupore e una vita di una qualità superiore.

Sii Paziente                            di Rainer Maria Rilke

Sii paziente verso tutto ciò

che è irrisolto nel tuo cuore e…

cerca di amare le domande, che sono simili a

stanze chiuse a chiave e

a libri scritti in una lingua straniera.

Non cercare ora le risposte che possono esserti date
poiché non saresti capace di convivere con esse.

E il punto è vivere ogni cosa. Vivere le domande ora.

Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga,di vivere fino al lontano giorno in cui avrai la risposta

9 marzo – Prima domenica di quaresima

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 9,28b-36) 

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare.
Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante.

Vi propongo in paragone con la trasfigurazione questo testo di Viktor Frankl, uno psicologo che ha vissuto l’internamento presso i campi di concentramento di Auschwitz e di Dachau. Credo che una vera trasfigurazione umana passi attraverso la scelta di dare un nuovo significato alla nostra esistenza, anche nel momento della prova.

L’uomo/eroe

Tutto ciò che accade all’anima dell’uomo, ciò che il Lager apparentemente «fa’» di lui come uomo, è il frutto d’una decisione interna. In linea di principio dunque, ogni uomo, anche se condizionato da gravissime circostanze esterne, può in qualche modo decidere che cosa sarà di lui — spiritualmente — nel Lager: un internato tipico — o un uomo, che resta uomo anche qui e conserva intatta la dignità d’uomo.

Dostojewski ha detto una volta: «Temo una cosa sola: di non essere degno del mio tormento».

Ripensammo più d’una volta a queste parole, quando abbiamo conosciuto uomini eroici, quasi dei martiri, che con il loro comportamento nel Lager, in mezzo a sofferenze e dolori, testimoniarono l’ultima e inalienabile libertà interna dell’uomo, gravemente compromessa. Avrebbero potuto dire a buon diritto che «furono degni del loro tormento». Hanno dimostrato che, soffrendo rettamente, si può realizzare qualcosa: una conquista interiore. La libertà spirituale dell’uomo, quel bene che nessuno può sottrargli finché non esala l’ultimo respiro, fa sì ch’egli trovi, fino al suo ultimo respiro, il modo di plasmare coerentemente la propria vita. Poiché non ha senso solo la vita attiva, nella quale l’uomo ha la possibilità di realizzare dei valori in modo creativo; e non ha un senso solo la vita ricettiva, cioè una vita che permette all’uomo di realizzarsi sperimentando la bellezza nel contatto con arte e natura; la vita conserva il suo senso anche quando si svolge in un campo di concentramento, quando non offre quasi più nessuna prospettiva di realizzare dei valori, creandoli o godendoli, ma lascia solamente un’ultima possibilità di comportamento moralmente valido, proprio nel modo in cui l’uomo si atteggia di fronte alla limitazione del suo essere, imposta con violenza dall’esterno. La vita creativa e quella ricettiva gli sono da tempo negate. Ma non solo la vita creativa e quella ricettiva hanno un senso: se la vita ha un significato in sé, allora deve avere un significato anche la sofferenza. La sofferenza, in qualche modo, fa parte della vita — proprio come il destino e la morte. Solo con miseria e morte, l’esistenza umana è completa!

Dal modo in cui un uomo accetta il suo ineluttabile destino e con questo destino tutta la sofferenza che gli viene inflitta, dal modo in cui un uomo prende su di sé la sofferenza come la «sua croce», sorgono infinite possibilità di attribuire un significato alla vita, anche nei momenti più difficili, fino all’ultimo atto di esistenza. A seconda se uno resta coraggioso e forte, dignitoso e altruista. o se dimentica d’essere un uomo nella spietata lotta per sopravvivere e diventa in tutto e per tutto l’animale d’un gregge — al quale la psicologia dell’internato ci ha fatto pensare — a seconda di ciò che accade, l’uomo realizza o perde i possibili valori morali che la sua dolorosa situazione e il suo duro destino gli consentono, e, a seconda dei casi, è «degno del suo tormento» o non lo e.

Il lettore non deve credere che queste considerazioni siano teoriche o irreali. Certo, solo pochi e rari uomini sono in grado di raggiungere un tale livello etico, grazie alla loro eccezionale maturità; solo pochi hanno seguito il credo della piena libertà interiore e si sono innalzati per realizzare quei valori che la sofferenza rende possibili. Ma se non vi fosse stato che un uomo solo — basterebbe la testimonianza di quest’ uno, per asserire che l’uomo può essere nel suo intimo più forte del destino che gli viene imposto dall’esterno. I testimoni però, furono numerosi e non solo nei Lager. Dappertutto l’uomo è messo a confronto con il proprio destino, deve cioè decidere se farà di una mera condizione di vita, una conquista interiore.

Viktor Frankl, Uno psicologo nei lager, Ares, pag. 117

Quaresima

Nella bolla di indizione del giubileo, Spes non confundit, Papa Francesco ha scritto che “la vita cristiana è un cammino che ha bisogno anche di momenti forti per nutrire e irrobustire la speranza” (n. 5 ).

Uno dei tempi forti che la Chiesa ci offre è certamente la Quaresima e il tema che la Chiesa di Padova propone tramite l’Ufficio missionario non poteva non prendere spunto dal cammino giubilare che stiamo vivendo.

PASSI DI SPERANZA è il titolo che si ritroverà nei vari materiali e strumenti proposti prendendo spunto dai passaggi indicati dal Papa nella bolla di indizione del Giubileo. Il desiderio è di poter offrire occasioni dove poter assaporare parole, testimonianze ed esperienze che aiutino a coltivare quel seme di speranza che ci è stata donato e riacquistare la forza e la certezza di guardare al futuro camminando con animo aperto, con cuore fiducioso e mente lungimirante.

Prima domenica di Quaresima

Di cosa abbiamo bisogno e cosa vogliamo?

Le tentazioni di Gesù nel Vangelo secondo Luca (Lc 4,1-13) si possono confrontare con la famosa piramide dei bisogni di Maslow, uno psicologo americano vissuto nel secolo scorso. Strano accostamento? Forse, ma in realtà ci mostra come le sfide affrontate da Gesù toccano diversi livelli delle necessità umane, dalla sopravvivenza alla realizzazione spirituale.

Le tentazioni di Gesù: un viaggio nei bisogni umani

Nel deserto, Gesù si trova di fronte a tre tentazioni molto concrete:

  1. Trasformare le pietre in pane: il diavolo gli suggerisce di soddisfare la fame con un miracolo.
  2. Ottenere il dominio su tutti i regni della Terra: Satana gli promette potere e gloria in cambio di adorazione.
  3. Lanciarsi dal tempio per dimostrare la sua divinità: il diavolo lo sfida a mettersi alla prova e a verificare la protezione divina.

E se le confrontassimo con la piramide di Maslow?

La teoria di Maslow suddivide i bisogni umani in cinque livelli, partendo dai più basilari fino ai più elevati. Vediamo come si collegano alle tentazioni di Gesù.

  1. Bisogni primari: fame e sopravvivenza

Il pane rappresenta il bisogno di cibo. Ma Gesù risponde: “Non di solo pane vivrà l’uomo” (Lc 4,4), sottolineando che c’è qualcosa di più importante del semplice nutrirsi.

  1. Bisogni di sicurezza

Il diavolo sfida Gesù a buttarsi dal tempio per dimostrare che Dio lo proteggerà. Ma Gesù non cade nella trappola: la sicurezza non si ottiene forzando la mano a Dio.

  1. Bisogno di appartenenza e accettazione

Avere il dominio sul mondo potrebbe garantire accettazione e potere, ma Gesù sa che la vera appartenenza non si compra con il potere.

  1. Bisogno di stima e riconoscimento

Anche qui, la tentazione del potere gioca sul desiderio di essere ammirati. Ma Gesù rifiuta di cercare gloria terrena.

  1. Autorealizzazione

Buttarsi dal tempio sarebbe stato un gesto spettacolare per dimostrare chi è. Ma la sua vera missione si realizza nell’umiltà e nel sacrificio.

  1. Trascendenza: lo scopo più alto

Gesù supera ogni tentazione dimostrando che la vera realizzazione non sta nel potere o nei beni materiali, ma nella relazione con Dio. Questo va oltre la piramide di Maslow, portandoci a un livello più alto di consapevolezza e spiritualità.

Mentre Maslow ci dice che l’auto-realizzazione è il massimo che possiamo raggiungere nella vita, il Vangelo ci sfida ad andare ancora oltre. Le tentazioni di Gesù ci insegnano che la pienezza della vita non si trova tanto nei successi personali, ma in qualcosa di più grande: la comunione con Dio. Gesù ci invita in questo tempo di Quaresima a seguirlo nel deserto dentro queste dimensioni. Mentre proviamo a non assecondare ogni nostro bisogno, scegliendo il digiuno, l’elemosina e la preghiera, troveremo il nostro vero desiderio, quello che il Padre da sempre ha nascosto in noi. Come ci ricorda sant’Agostino: “Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te” (Confessioni I,1,1).

beati e chiamati

La liturgia di domenica 16 febbraio ci proporrà il testo delle beatitudini. È uno dei testi evangelici più proclamati dell’anno. In questa domenica sarà letta la versione di san Luca. La via della santità che il Signore Gesù propone ai suoi discepoli in questa occasione è aperta a tutti coloro che si affidano a Lui. Troviamo in questo testo anche il compimento della chiamata del nostro battesimo.

Potremmo infatti vedere nelle singole espressioni del testo delle forme vocazionali: 

Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.

Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.

Beati voi, che ora piangete, perché riderete.

Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo.

Il giorno del nostro battesimo abbiamo ricevuto una chiamata a partecipare della missione di Cristo sulla terra. Partecipiamo al suo ministero in modo comunitario e in modo personale, ciascuno secondo la propria vocazione. Avverrà così che chi è chiamato alla povertà sentirà anche la chiamata ad amministrare la straripante Grazia di Dio; e chi è chiamato a vivere il desiderio che è la fame del bene sentirà la chiamata ad aiutare altri ad avere il necessario per una vita dignitosa; e chi è chiamato a vivere la sofferenza dentro di sé sentirà anche la chiamata ad un ministero di consolazione e di speranza per il mondo; e chi sperimenta l’ingiustizia sentirà la chiamata ad annunciare la giustizia eterna del Padre.

Attraverso l’unicità di ciascuno si compie il disegno del Padre su tutta la creazione: nella Chiesa diventiamo un unico porto, la ricchezza dei carismi di ciascuno crea l’unico corpo che è la carne stessa di Cristo. Nel sinodo diocesano questa dinamica è proposta a tutte le parrocchie attraverso i ministeri battesimali: che in ogni comunità alcuni cristiani si offrano e si formino per garantire che nella parrocchia vi sia l’attenzione alla gestione amministrativa, alla carità, alla liturgia e all’annuncio. Il servizio è una via di santità per ognuno di noi, nelle parrocchie come nei luoghi della vita di ogni giorno: una via che ci chiede continua conversione.    Mi piace condividere con voi questa preghiera di Santa Teresa di Calcutta: ci aiuti nella via della santità.

Signore, quando credo che il mio cuore sia straripante d’amore e mi accorgo, in un momento di onestà, di amare me stesso nella persona amata, liberami da me stesso. 

Signore, quando credo di aver dato tutto quello che ho da dare e mi accorgo, in un momento di onestà, che sono io a ricevere, liberami da me stesso. 

Signore, quando mi sono convinto di essere povero e mi accorgo, in un momento di onestà, di essere ricco di orgoglio e di invidia, liberami da me stesso. 

E, Signore, quando il Regno dei cieli si confonde falsamente con i regni di questo mondo, fa’ che io trovi felicità e conforto solo in Te.

“Tu sei indulgente con tutte le cose, perchè sono tue, Signore, amante della vita”.

Celebriamo la 47ª Giornata Nazionale per la Vita nel contesto del Giubileo: questa coincidenza ci sollecita ad assumere l’orizzonte della speranza.

Il tema di questa giornata mondiale per la vita riprende il testo del libro biblico della Sapienza. Nel capitolo da cui è ripresa la nostra frase vengono descritte le opere meravigliose della sapienza divina nel corso della storia.

La grandezza di Dio è espressa con due immagini che descrivono il mondo: esso è come “polvere sulla bilancia” e come “stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra”.

Di fronte a questo mondo piccolo e debole, la grandezza di Dio non si esprime nel prevalere con la forza, ma “nella compassione verso tutti” e nel “chiudere gli occhi sui peccati degli uomini”, con l’esercizio di una bontà che si propone un unico scopo: che gli uomini trovino la strada della conversione.

L’amore vuole mantenere in vita tutti gli esseri. Dio ha infuso in ogni essere “il suo spirito incorruttibile” e ciò vale soprattutto per l’uomo fatto a sua immagine e somiglianza.

Il fatto di esistere costituisce per la creatura cosciente una prova che Dio lo ama.

“Come potrebbe sussistere una cosa se tu non l’avessi voluta?”, dice ancora il testo della Sapienza.

Dio ha fiducia nelle possibilità di bene dell’uomo creato, anche se peccatore, “ha compassione” delle proprie creature e sa attendere sicuro; come padre buono assicura sempre un nuovo inizio. Tutto ciò perché “il Signore è amante della vita”.

Potremmo dubitarne perché ci è stato insegnato che per fare il bene serve il potere, che per fare il bene serve il denaro, che per fare il bene serve la forza. Quanto ci sbagliamo in questo. Potremmo nasconderci dietro l’espressione “fare bene il bene”, ma quanto questa frase nasconde la nostra presunzione di sapere cosa è bene e cosa è male.

Stiamo con il Padre che crea nella debolezza, nella povertà e nella gentilezza, siamo indulgenti con la vita e riponiamo la nostra speranza non in noi stessi nelle nostre idee e nei nostri progetti, neppure nel mondo coi suoi desideri e le sue illusioni, ma solo in questo Padre che, indulgente con la nostra vita, vede oltre i nostri orizzonti.

EccoLo descritto in una poesia di D.M.Turoldo,

che è anche una preghiera

Tu, Dio, sempre più muto: 

silenzio che più si addensa, 

più esplode: e ti parlo, ti parlo 

e mi pento 

e balbetto e sussurro sillabe 

a me stesso ignote: 

ma so che odi e ascolti 

e ti muovi a pietà: 

allora anch’io mi acquieto  e faccio silenzio.                 

PICCOLA

La speranza, virtù del nostro giubileo, è una cosa piccola. Non può essere grande, altrimenti perde la sua natura che spinge oltre le apparenze, non può essere eclatante o si trasformerebbe in certezza, non può essere manifesta altrimenti si trasformerebbe in abitudine.

La speranza è una piccola cosa nascosta. È quella notizia di cui i giornalisti si sono dimenticati, è la stella non censita dagli astronomi, è il più piccolo regalo di Natale rimasto sotto il treppiede dell’albero.

La speranza non ha grandi numeri poiché è piccola e non ha ancora imparato a contare oltre le dita della mano. La speranza chiama per nome e dimentica i cognomi perché ci guarda ad uno ad uno; è ancora piccola, come dicevo, e per lei siamo tutti cose nuove da conoscere e si meraviglia ancora. La speranza sa bene cos’è il buio, perché è ancora una piccola luce, come di una candela, e splende solo se le tieni una mano vicino e la proteggi dal vento.

La speranza ci guida in questo Giubileo e all’inizio di quest’anno a ricordarci che possiamo essere anche noi piccole cose, cose che contano. Cose preziose, da non dare per scontate, cose con un nome e una piccola storia accanto ad altre piccole storie.

In un mondo che scarta il piccolo, noi scegliamo di essere piccoli. Scegliamo di assomigliare alla speranza, almeno in questo.

E guardiamo alle cose piccole come a quanto vi è di più prezioso e importante, senza lasciarci distrarre da chi sminuisce le piccole cose.

Guardiamo alla speranza: sono le persone accolte nome per nome, volto per volto, dai corridoi umanitari; sono i senzatetto a cui è stata data una coperta guardandoli in faccia e prendendosi il tempo di stringere loro la mano; sono i bambini che consoli inginocchiandoti e assicurandoti di contemplarne le lacrime; sono gli incontri di sempre che, in un mondo di corsa, scegli di stare ad ascoltare fermandoti un po’ e provando anche a stare in silenzio con loro; sono le preghiere che hai detto stringendo il tuo rosario con tutta la forza che hai; sono i fiori nuovi che hai posato con cura sulla tomba dei tuoi cari; sono i complimenti che hai fatto assaporando un cibo buono che qualcuno ha preparato per te; sono i grazie che dici al bar e al commesso del supermercato; sono i per piacere che dici a coloro a cui non devi niente; sono i sospiri che fai quando scegli di non urlare a chi ti ha attraversato la strada; sono le nostre piccole cose.

Ognuno di noi può diventare speranza solo riconoscendo di essere piccolo. Spero che anche la nostra comunità divenga luogo di speranza e per fare questo dovrà scegliere di essere piccola.

Rendiamo di nuovo piccola la nostra chiesa. È tempo che sia un luogo piccolo e accogliente, casa di un Dio inginocchiato. Una chiesa piccola di fronte alla quale nessuno abbia mai paura perché è così debole che assomiglia a una bambina, … una bambina piccola, così com’è la speranza

Vi lascio a questo proposito un estratto del testo

“Il portico della seconda virtù”

Ma la Speranza ama ciò che sarà.
Nel tempo e per l’eternità.
Per così dire nel futuro dell’eternità.
La Speranza vede quel che non è ancora

e che sarà.
Ama quel che non è ancora e che sarà.
Nel futuro del tempo e dell’eternità.
Sul sentiero in salita, sabbioso, disagevole.
Sulla strada in salita.
Trascinata, aggrappata alle bracciadelle due sorelle maggiori

che la tengono per mano,
la piccola speranza.
Avanza.
E in mezzo alle due sorelle maggiori

sembra lasciarsi tirare.
Come una bambina

che non abbia la forza di camminare.
E venga trascinata su questa strada

contro la sua volontà.
Mentre è lei a far camminar le altre due.
E a trascinarle,
E a far camminare tutti quanti,
e a trascinarli.
Perché si lavora sempre solo per i bambini.
E le due grandi camminan solo per la piccola.


Charles Péguy

In parte a te

Trovereste uno spazio per voi nel presepio? Solitamente i nostri presepi sono caratterizzati da fantasia e creatività: quanto tempo impiegato per formare le montagne di carta e creare laghetti e torrenti d’alluminio, quanta attenzione per far stare in piedi le pecorelle e non farle cadere tutte per porvi accanto il pastore, quanta ricerca per trovare un muschio che non sia troppo secco… Ogni presepio porta un pezzetto d’arte nelle nostre mani e nelle nostre case. Quando lo prepariamo siamo attenti a lasciare un posto vuoto, che sia visibile e centrale, a cui tutto possa tendere: è il posto del bambino Gesù.

Attorno a questo vuoto, attorno a questa attesa, tutto il presepio si orienta e si organizza. La parola stessa presepio significa mangiatoia, essa è quello spazio che ha accolto il Re dei Re. Non esiste presepio senza quella mistica e particolarissima culla. Trovare uno spazio per il presepio ci fa’ spostare a volte mobili, fare un po’ di ordine, come minimo togliere qualche soprammobile intriso di polvere. Spostiamo le cose per fare spazio al presepio, per fare spazio a Cristo. E noi dove siamo? A Napoli hanno inventato i personaggi più bizzarri da inserire nel presepio, dai calciatori ai politici. Mi piace questa cosa anche se forse viene un po’ enfatizzata, mi piace il fatto che chi è famoso e ritenuto forse un po’ potente sia in disparte nel presepio. C’è un solo centro, un solo spazio vuoto, una sola culla a cui tutto si rivolge. Guardando ad essa troviamo anche noi il nostro spazio.

Non guardando a noi stessi, non guardando alle cose che abbiamo fatto, neppure guardando coloro che amiamo; ma guardando quella culla troviamo il nostro spazio, guardando quel bambino scopriamo chi siamo. Il Natale ci aiuta a uscire da noi stessi e trovare un altro centro di riferimento per i nostri pensieri e i nostri progetti, per i nostri sogni e le nostre preoccupazioni. Trovare il nostro posto significa innanzitutto uscire dalle nostre storie per appartenere ad un’altra storia, una storia più alta e più grande di quanto potremmo mai immaginare, una storia a cui possa appartenere chiunque, dai re lontani ai semplici pastori. In questa storia sono le nostre storie. Potremmo imparare a guardarle da un altro punto di vista, un punto di vista che ci consenta di stare nello sguardo di quel bambino.

Quest’anno trascorso insieme si raccoglie nel Natale e in modo particolare nel presepio, memoria dei nostri cammini verso Cristo. Vediamo insieme, in un’altra luce, la storia della nostra comunità. Accompagniamo in questo presepio per mano i bambini della nostra scuola dell’infanzia ss. Angeli Custodi, li immaginiamo ancora una volta in fila guidati dalle maestre e dalle suore, come erano soliti fare quando venivano in chiesa in questi giorni santi per la recita di Natale. Non li vediamo più nei loro cappottini attraversare il nostro sagrato, eppure non togliamo lo sguardo dalla meta che rimane la stessa, in altre strade e in altri modi, in orizzonti grandi in cui desideriamo incontrino la bontà e la misericordia del Dio con noi. Vediamo ancora insieme in questo presepio immaginario il nostro fratello Adriano che così tragicamente ci ha lasciato e tutti i nostri cari che in questo tempo sono tornati alla casa del Padre. Li vediamo più vicini alla grotta di Betlemme, ci spronano ad avvicinarci al mistero di quella culla e di quel bambino. Solo alla Sua luce li possiamo vedere ancora e incontrare vivi per sempre, più che vivi. Alla luce di questa grotta vediamo le innumerevoli guerre che feriscono ancora la nostra terra, vediamo le stragi in Ucraina e i massacri di Gaza, vediamo i profughi del Sudan e il triste cimitero in cui si è trasformato il nostro mar Mediterraneo. Di fronte a tanta disperazione cosa può fare l’uomo? Quante risposte e quanti tentativi di soluzioni cerchiamo con le nostre forze e quanto ci perdiamo provandoci. Edith Stein, una monaca carmelitana morta durante le persecuzioni naziste osava dire: “Più si fa buio attorno a noi e più dobbiamo aprire il cuore alla luce che viene dall’alto”.

Anche la visita pastorale, da poco vissuta, ci ha aiutato a vivere questo, a riscoprire il mistero che custodiamo come comunità nella comunione con il vescovo e con tutta la Chiesa. Questo mistero è proprio quella luce che viene dall’alto e che è orizzonte buono nelle incertezze del tempo presente.

Si apre il tempo del Giubileo e il Papa ci invita a coltivare la speranza. Possa ripartire da Cristo il conto dei giorni e degli anni. Non è la nostra vita o quella dei nostri paesi il termine di paragone del tempo. Il nostro riferimento non sono le nostre luci che durano poco più delle luminarie di Natale; il nostro riferimento è la luce di Cristo, di quel Dio che nascendo bambino apre tutta l’umanità alla speranza dell’eterno.

Sarà così che mettendoci un po’ in parte rispetto a tutte le nostre storie, troveremo che quel bambino non ci è distante. Davvero è il Dio con noi: eccolo, è in parte a te.

Un trono che non sembra un trono

“Il mio regno non è di questo mondo”. Se prendiamo seriamente le parole di Gesù dovremmo contemplare la croce come un trono e osservare in quell’uomo sofferente il più grande dei re e vedere nella corona di spine l’oro più prezioso e nelle sue mani la vera potenza.

Se proviamo a guardare la croce come un vero trono dovremmo vedere nelle apparenze del potere mere vanità, inganni del mondo. Riconoscere le autorità del mondo come vere potenze è un inganno dell’anima. Si tratta di un potere che non crea ma che ci schiavizza come consumatori. È quel potere che ci porta a “comprare cose di cui non abbiamo bisogno con soldi che non abbiamo per impressionare persone che non ci piacciono” secondo la famosa espressione di Chuck Palahniuk. Un potere che ci dà valore solo per usarci e per diventare più forte. Per questo Dio crocifisso, invece, il nostro valore non sta in ciò abbiamo, in quanta fama abbiamo ottenuto nei social o nei nostri successi, non sta neppure nel bene che abbiamo o non abbiamo compiuto. Egli è Colui che si dona a noi perché ha il potere di ridarci dignità e valore con la sua vita offerta in cambio della nostra. Il nostro valore va’ oltre lo spazio e il tempo: noi valiamo il sangue stesso di Dio.

A seguire la solennità di Cristo Re dell’Universo si apre per noi il tempo di Avvento: un tempo di attese. Attendiamo il re dell’universo che nasce bambino e siamo chiamati a domandarci quali sono le nostre attese nei suoi confronti. Così tutte le nostre attese vengono deluse. Proprio perchè sappiamo come nasce questo Re, in quale povertà e con quali persecuzioni, non possiamo aspettarci trionfi e attestati di riconoscenza. Ci toccherà accontentarci di questo Dio bambino, anche quest’anno, un Dio che ancora sceglie di nascere povero e di stare dalla parte dei poveri, sconfitto e di stare dalla parte degli sconfitti, umiliato e di stare dalla parte degli umiliati. Toccherà anche noi scegliere da quale parte stare e se provare a stare dalla parte di questo bambino. Per ora lo attendiamo.