C’è un’esperienza che tutti abbiamo fatto almeno una volta: camminare in una giornata di sole e accorgerci della nostra ombra. Se diamo le spalle al sole, l’ombra ci sta davanti, e ogni passo che facciamo finiamo per calpestarla. Se invece camminiamo verso il sole, l’ombra resta dietro di noi. È lì, non scompare, anzi più la luce è forte e più l’ombra è definita. Non è più lei tuttavia a guidare il cammino.
I santi che celebriamo il 1° novembre ci aiutano a capire proprio questo. Spesso li immaginiamo come persone senza ombre, perfette, lontane dalla nostra fatica quotidiana. In realtà la loro storia racconta il contrario. Più si avvicinavano a Dio, più vedevano con chiarezza le proprie fragilità, le proprie resistenze, il proprio peccato. San Francesco si considerava il più grande dei peccatori. Santa Teresa di Gesù Bambino visse gli ultimi mesi della sua vita in una notte di fede dolorosissima. Santa Teresa di Calcutta attraversò per decenni un’oscurità interiore di cui quasi nessuno sapeva nulla, mentre portava luce ai più poveri del mondo.
Questo dice qualcosa di importante anche su di noi. Quando ci accorgiamo delle nostre ombre, quando la coscienza si fa più sensibile e ciò che prima ci sembrava normale comincia a pesarci, non è necessariamente un segno che stiamo peggiorando. Può essere piuttosto il segno che ci stiamo avvicinando alla luce. Al buio tutto sembra uguale; è la luce che rivela. La santità non è l’assenza di tenebre, ma la scelta, rinnovata ogni giorno, di camminare verso Colui che è la Luce, sapendo che «la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta» (Gv 1,5). I santi non sono quelli che non hanno avuto ombra, ma quelli che non hanno smesso di guardare il sole.
Il giorno dopo, il 2 novembre, molti di noi andranno al cimitero a visitare le tombe dei propri cari. È un gesto semplice e antico, che custodisce una sapienza profonda. Il cimitero ci mette davanti alla morte, e la morte ci ricorda che la vita terrena ha una fine. La nostra lingua italiana ci regala così una parola dal doppio significato: la fine è anche il fine. La morte non è solo il punto in cui la vita si interrompe, è anche ciò che ci rivela verso dove la vita è orientata, a che cosa serve, per chi o per cosa la stiamo spendendo. Guardare la morte con fede non toglie necessariamente sapore ai giorni: può insegnarci piuttosto a dare peso a ciò che resta e a lasciar andare ciò che passa.
C’è poi un secondo aspetto, forse meno scontato. Andare al cimitero può sembrare un guardare indietro, un tornare al passato, ai ricordi, a ciò che non c’è più. Eppure la fede cristiana ci suggerisce un altro sguardo. Di chi è morto diciamo che “ci ha preceduto”. Precedere vuol dire andare avanti. I nostri defunti non sono rimasti indietro, fermi in una data scolpita sul marmo: sono davanti a noi, lungo la stessa strada che anche noi stiamo percorrendo. Non è un caso che la parola “cimitero” venga dal greco e significhi “dormitorio”, il luogo dove si riposa in attesa del risveglio.
Per questo davanti a una tomba non siamo chiamati tanto alla nostalgia, quanto alla speranza. Se vogliamo incontrare di nuovo chi abbiamo amato, non ci serve voltarci indietro: possiamo invece camminare in avanti, verso la stessa luce verso cui loro sono andati. Ed ecco che le due feste si tengono per mano. I santi e i nostri defunti abitano lo stesso orizzonte, quella comunione dei santi che professiamo ogni domenica nel Credo e che unisce chi è ancora in cammino e chi è già arrivato.
Buon cammino verso la luce, a tutti noi.