L’Ultima Cena

Il riflesso del volto di Cristo nel calice, nell’opera che vedete qui riprodotta, colpisce direttamente l’osservatore. Il punto di vista non è esterno alla scena, Gesù vede i suoi discepoli e vede il suo volto riflesso in quel vino che, come dirà lui stesso, è il suo sangue, la sua vita.

Ci avviciniamo alla Santa Pasqua attraverso l’esperienza dell’ultima cena, per comprendere appieno ciò che celebriamo, secondo le parole che Gesù stesso offre ai suoi discepoli per prepararli al mistero cui stavano per assistere.

Mentre il loro Maestro infatti presenta loro il pane e il vino spiega ciò che di lì a poco avrebbero visto: il suo corpo spezzato dalle armi e dalla tortura, e il suo sangue versato sulla croce.

A ritroso nel tempo anche noi siamo chiamati a guardare in quel calice. Rivediamo in ogni Eucaristia i crocifissi di ogni tempo, e in loro siamo chiamati a vedere Cristo. Ci nutriamo del pane nella comunione con il Padre e tra di noi per riscoprirci parte di unico sacrificio. 

Vogliamo davvero riscoprirci parte di una storia che nella nostra parrocchia e in tutto il mondo continua il desiderio di quel Figlio, nostro fratello, che ha affrontato la croce e la tortura pur di rimanere fedele all’amore per noi. Per quale amore anche noi teniamo fissi gli occhi su quel calice? Per quale amore anche noi affrontiamo la prova della vita? Alla fine quell’amore ci salverà, perché è tutto ciò che resta di noi.

Con la sua crocifissione, Cristo ha cancellato ogni nostro peccato.Oggi ti dà la possibilità di risorgere dentro di te. Buona Pasqua  

Siamo portati alla Pasqua attraverso il mistero: la velatura delle immagini sacre

Sembra strano che nel periodo più sacro dell’anno copriamo tutto ciò che è bello nelle nostre chiese, perfino il crocifisso. Non dovremmo osservare la dolorosa scena del Calvario mentre ascoltiamo la narrazione della Passione la Domenica delle Palme?

Se può sembrare contro-producente coprire statue e immagini nelle ultime settimane di Quaresima, la Chiesa raccomanda questa pratica per rafforzare i nostri sensi e “costruire” in noi un anelito, un desiderio, alla Domenica di Pasqua. È non solo una tradizione da portare avanti nella nostra parrocchia, ma anche un’utile attività da mettere in pratica nella “chiesa domestica”.

            Nella lettera circolare Paschalis sollemnitatis del 1988 si legge che “l’uso di coprire le croci e le immagini nella chiesa dalla domenica V di Quaresima può essere utilmente conservato secondo il giudizio della conferenza episcopale. Le croci rimangono coperte fino al termine della celebrazione della passione del Signore il Venerdì Santo; le immagini fino all’inizio della Veglia Pasquale”.

            Anche nelle nostre case potremmo imitare questa pratica e coprire le immagini religiose più importanti. Questo fatto ci potrebbe aiutare a partecipare al periodo liturgico. Potrebbe essere anche una bella tradizione da trasmettere ai nostri figli, che renda questo periodo dell’anno speciale e diverso.

            Ma perché impegnarsi tanto a coprire le immagini che dovrebbero elevare la nostra mente e il nostro cuore al cielo?

Innanzitutto, usiamo dei veli per capire che siamo in un periodo particolare. Quando entriamo in una chiesa e vediamo che è tutto coperto, sappiamo immediatamente che c’è qualcosa di diverso. Le due ultime settimane di Quaresima dovrebbero essere un periodo di preparazione immediata al Triduo Pasquale, e questi veli sono un promemoria potente del fatto che dobbiamo essere pronti.

Inoltre la Chiesa usa i veli per stimolare un maggior senso di attesa nei confronti della Domenica di Pasqua. Non vorremmo che fossero lì perché stanno nascondendo immagini molto belle.

            E il punto è proprio questo: i veli non devono stare lì per sempre. Le immagini devono essere svelate, è innaturale che siano coperte.

            Svelare le immagini prima della Veglia di Pasqua è un potente promemoria della nostra vita sulla terra. Viviamo in un mondo “velato”, in esilio rispetto alla nostra vera dimora. È solo con la nostra morte che il velo verrà sollevato e saremo finalmente in grado di vedere la bellezza di tutto ciò che c’è nella nostra vita.

Quaresima e cammino battesimale

I vangeli dell’anno A che stiamo leggendo in queste domeniche di quaresima ci richiamano al cammino che, nella chiesa delle origini, compivano i catecumeni che si preparavano a ricevere il battesimo.

Attraverso il deserto delle tentazioni domenica scorsa siamo stati chiamati al desiderio di una Parola nuova, in questa seconda domenica di quaresima la lettura della trasfigurazione di Cristo ci indicherà come anche noi possiamo diventare, con Lui, creature nuove.

Le ultime tre domeniche, in particolare, attraverso l’incontro con la samaritana al pozzo, la guarigione del cieco nato e la risurrezione di Lazzaro erano scelte per accompagnare il catecumeno a riconoscere, nella fede, quel Dio che, tramite il figlio Gesù, dona la verità alla samaritana, la via al cieco e la vita a Lazzaro.

Il battesimo è il sacramento che riconciliandoci a Dio ci rende suoi figli adottivi. Rigenerati dall’acqua, illuminati dalla luce di Cristo e di lui rivestiti i cristiani sono chiamati a vivere la vocazione battesimale per manifestare al mondo la propria fede.

Con l’aiuto dei ragazzi del catechismo rivedremo sull’altare i segni battesimali della nostra salvezza.

In questa domenica sarà la veste bianca: Durante il rito del battesimo il candidato veniva spogliato delle vesti e poi rivestito dopo l’immersione in vasca. Il sacerdote dice: “Ricevi la veste candida …” per simboleggiare il rivestirsi di Cristo risorto.

Domenica prossima accompagnati dalla Samaritana al pozzo riscopriremo il significato dell’acqua: insieme alla formula trinitaria l’acqua è l’elemento fondamentale per celebrare il sacramento. Senza acqua non sussiste il sacramento. La Chiesa ha visto nell’acqua l’elemento fondamentale di cui Dio si serve per operare la salvezza prima di Cristo e attraverso Cristo.

Nella quarta domenica rivedremo con il cieco nato la luce nuova, che nella Pasqua e nel battesimo è presentata nel Cero Pasquale. Il cero è un importante simbolo pasquale,  solennemente intronizzato la notte di Pasqua per dare l’annuncio glorioso della risurrezione, esso è per eccellenza simbolo di Cristo risorto in mezzo all’assemblea. 

Nell’ultima domenica di quaresima sentiremo, insieme a Lazzaro, il profumo di una vita nuova, quella che ci dona il Padre, nel segno di un olio profumato, che, nel battesimo, è il santo crisma.

Ripensare al battesimo in questo tempo di quaresima è ripensare a tutta la nostra vita e alla vita del mondo come immersa in Dio.

“E lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Gn 1,1)

Una danza dello Spirito sulle acque è il primo movimento della storia. Da allora lo Spirito e l’acqua sono legati a ogni genesi, a ogni nascita, a ogni battesimo, a ogni vita che sgorga. Noi pensiamo al rito del battesimo come a qualche goccia d’acqua versata sul capo del bambino. La realtà è grandiosa: nella sua radice battezzare significa immergere: «Siamo immersi in un oceano d’amore e non ce ne rendiamo conto»  (G. Vannucci).