9 marzo – Prima domenica di quaresima

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 9,28b-36) 

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare.
Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante.

Vi propongo in paragone con la trasfigurazione questo testo di Viktor Frankl, uno psicologo che ha vissuto l’internamento presso i campi di concentramento di Auschwitz e di Dachau. Credo che una vera trasfigurazione umana passi attraverso la scelta di dare un nuovo significato alla nostra esistenza, anche nel momento della prova.

L’uomo/eroe

Tutto ciò che accade all’anima dell’uomo, ciò che il Lager apparentemente «fa’» di lui come uomo, è il frutto d’una decisione interna. In linea di principio dunque, ogni uomo, anche se condizionato da gravissime circostanze esterne, può in qualche modo decidere che cosa sarà di lui — spiritualmente — nel Lager: un internato tipico — o un uomo, che resta uomo anche qui e conserva intatta la dignità d’uomo.

Dostojewski ha detto una volta: «Temo una cosa sola: di non essere degno del mio tormento».

Ripensammo più d’una volta a queste parole, quando abbiamo conosciuto uomini eroici, quasi dei martiri, che con il loro comportamento nel Lager, in mezzo a sofferenze e dolori, testimoniarono l’ultima e inalienabile libertà interna dell’uomo, gravemente compromessa. Avrebbero potuto dire a buon diritto che «furono degni del loro tormento». Hanno dimostrato che, soffrendo rettamente, si può realizzare qualcosa: una conquista interiore. La libertà spirituale dell’uomo, quel bene che nessuno può sottrargli finché non esala l’ultimo respiro, fa sì ch’egli trovi, fino al suo ultimo respiro, il modo di plasmare coerentemente la propria vita. Poiché non ha senso solo la vita attiva, nella quale l’uomo ha la possibilità di realizzare dei valori in modo creativo; e non ha un senso solo la vita ricettiva, cioè una vita che permette all’uomo di realizzarsi sperimentando la bellezza nel contatto con arte e natura; la vita conserva il suo senso anche quando si svolge in un campo di concentramento, quando non offre quasi più nessuna prospettiva di realizzare dei valori, creandoli o godendoli, ma lascia solamente un’ultima possibilità di comportamento moralmente valido, proprio nel modo in cui l’uomo si atteggia di fronte alla limitazione del suo essere, imposta con violenza dall’esterno. La vita creativa e quella ricettiva gli sono da tempo negate. Ma non solo la vita creativa e quella ricettiva hanno un senso: se la vita ha un significato in sé, allora deve avere un significato anche la sofferenza. La sofferenza, in qualche modo, fa parte della vita — proprio come il destino e la morte. Solo con miseria e morte, l’esistenza umana è completa!

Dal modo in cui un uomo accetta il suo ineluttabile destino e con questo destino tutta la sofferenza che gli viene inflitta, dal modo in cui un uomo prende su di sé la sofferenza come la «sua croce», sorgono infinite possibilità di attribuire un significato alla vita, anche nei momenti più difficili, fino all’ultimo atto di esistenza. A seconda se uno resta coraggioso e forte, dignitoso e altruista. o se dimentica d’essere un uomo nella spietata lotta per sopravvivere e diventa in tutto e per tutto l’animale d’un gregge — al quale la psicologia dell’internato ci ha fatto pensare — a seconda di ciò che accade, l’uomo realizza o perde i possibili valori morali che la sua dolorosa situazione e il suo duro destino gli consentono, e, a seconda dei casi, è «degno del suo tormento» o non lo e.

Il lettore non deve credere che queste considerazioni siano teoriche o irreali. Certo, solo pochi e rari uomini sono in grado di raggiungere un tale livello etico, grazie alla loro eccezionale maturità; solo pochi hanno seguito il credo della piena libertà interiore e si sono innalzati per realizzare quei valori che la sofferenza rende possibili. Ma se non vi fosse stato che un uomo solo — basterebbe la testimonianza di quest’ uno, per asserire che l’uomo può essere nel suo intimo più forte del destino che gli viene imposto dall’esterno. I testimoni però, furono numerosi e non solo nei Lager. Dappertutto l’uomo è messo a confronto con il proprio destino, deve cioè decidere se farà di una mera condizione di vita, una conquista interiore.

Viktor Frankl, Uno psicologo nei lager, Ares, pag. 117

Quaresima

Nella bolla di indizione del giubileo, Spes non confundit, Papa Francesco ha scritto che “la vita cristiana è un cammino che ha bisogno anche di momenti forti per nutrire e irrobustire la speranza” (n. 5 ).

Uno dei tempi forti che la Chiesa ci offre è certamente la Quaresima e il tema che la Chiesa di Padova propone tramite l’Ufficio missionario non poteva non prendere spunto dal cammino giubilare che stiamo vivendo.

PASSI DI SPERANZA è il titolo che si ritroverà nei vari materiali e strumenti proposti prendendo spunto dai passaggi indicati dal Papa nella bolla di indizione del Giubileo. Il desiderio è di poter offrire occasioni dove poter assaporare parole, testimonianze ed esperienze che aiutino a coltivare quel seme di speranza che ci è stata donato e riacquistare la forza e la certezza di guardare al futuro camminando con animo aperto, con cuore fiducioso e mente lungimirante.

Prima domenica di Quaresima

Di cosa abbiamo bisogno e cosa vogliamo?

Le tentazioni di Gesù nel Vangelo secondo Luca (Lc 4,1-13) si possono confrontare con la famosa piramide dei bisogni di Maslow, uno psicologo americano vissuto nel secolo scorso. Strano accostamento? Forse, ma in realtà ci mostra come le sfide affrontate da Gesù toccano diversi livelli delle necessità umane, dalla sopravvivenza alla realizzazione spirituale.

Le tentazioni di Gesù: un viaggio nei bisogni umani

Nel deserto, Gesù si trova di fronte a tre tentazioni molto concrete:

  1. Trasformare le pietre in pane: il diavolo gli suggerisce di soddisfare la fame con un miracolo.
  2. Ottenere il dominio su tutti i regni della Terra: Satana gli promette potere e gloria in cambio di adorazione.
  3. Lanciarsi dal tempio per dimostrare la sua divinità: il diavolo lo sfida a mettersi alla prova e a verificare la protezione divina.

E se le confrontassimo con la piramide di Maslow?

La teoria di Maslow suddivide i bisogni umani in cinque livelli, partendo dai più basilari fino ai più elevati. Vediamo come si collegano alle tentazioni di Gesù.

  1. Bisogni primari: fame e sopravvivenza

Il pane rappresenta il bisogno di cibo. Ma Gesù risponde: “Non di solo pane vivrà l’uomo” (Lc 4,4), sottolineando che c’è qualcosa di più importante del semplice nutrirsi.

  1. Bisogni di sicurezza

Il diavolo sfida Gesù a buttarsi dal tempio per dimostrare che Dio lo proteggerà. Ma Gesù non cade nella trappola: la sicurezza non si ottiene forzando la mano a Dio.

  1. Bisogno di appartenenza e accettazione

Avere il dominio sul mondo potrebbe garantire accettazione e potere, ma Gesù sa che la vera appartenenza non si compra con il potere.

  1. Bisogno di stima e riconoscimento

Anche qui, la tentazione del potere gioca sul desiderio di essere ammirati. Ma Gesù rifiuta di cercare gloria terrena.

  1. Autorealizzazione

Buttarsi dal tempio sarebbe stato un gesto spettacolare per dimostrare chi è. Ma la sua vera missione si realizza nell’umiltà e nel sacrificio.

  1. Trascendenza: lo scopo più alto

Gesù supera ogni tentazione dimostrando che la vera realizzazione non sta nel potere o nei beni materiali, ma nella relazione con Dio. Questo va oltre la piramide di Maslow, portandoci a un livello più alto di consapevolezza e spiritualità.

Mentre Maslow ci dice che l’auto-realizzazione è il massimo che possiamo raggiungere nella vita, il Vangelo ci sfida ad andare ancora oltre. Le tentazioni di Gesù ci insegnano che la pienezza della vita non si trova tanto nei successi personali, ma in qualcosa di più grande: la comunione con Dio. Gesù ci invita in questo tempo di Quaresima a seguirlo nel deserto dentro queste dimensioni. Mentre proviamo a non assecondare ogni nostro bisogno, scegliendo il digiuno, l’elemosina e la preghiera, troveremo il nostro vero desiderio, quello che il Padre da sempre ha nascosto in noi. Come ci ricorda sant’Agostino: “Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te” (Confessioni I,1,1).

beati e chiamati

La liturgia di domenica 16 febbraio ci proporrà il testo delle beatitudini. È uno dei testi evangelici più proclamati dell’anno. In questa domenica sarà letta la versione di san Luca. La via della santità che il Signore Gesù propone ai suoi discepoli in questa occasione è aperta a tutti coloro che si affidano a Lui. Troviamo in questo testo anche il compimento della chiamata del nostro battesimo.

Potremmo infatti vedere nelle singole espressioni del testo delle forme vocazionali: 

Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.

Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.

Beati voi, che ora piangete, perché riderete.

Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo.

Il giorno del nostro battesimo abbiamo ricevuto una chiamata a partecipare della missione di Cristo sulla terra. Partecipiamo al suo ministero in modo comunitario e in modo personale, ciascuno secondo la propria vocazione. Avverrà così che chi è chiamato alla povertà sentirà anche la chiamata ad amministrare la straripante Grazia di Dio; e chi è chiamato a vivere il desiderio che è la fame del bene sentirà la chiamata ad aiutare altri ad avere il necessario per una vita dignitosa; e chi è chiamato a vivere la sofferenza dentro di sé sentirà anche la chiamata ad un ministero di consolazione e di speranza per il mondo; e chi sperimenta l’ingiustizia sentirà la chiamata ad annunciare la giustizia eterna del Padre.

Attraverso l’unicità di ciascuno si compie il disegno del Padre su tutta la creazione: nella Chiesa diventiamo un unico porto, la ricchezza dei carismi di ciascuno crea l’unico corpo che è la carne stessa di Cristo. Nel sinodo diocesano questa dinamica è proposta a tutte le parrocchie attraverso i ministeri battesimali: che in ogni comunità alcuni cristiani si offrano e si formino per garantire che nella parrocchia vi sia l’attenzione alla gestione amministrativa, alla carità, alla liturgia e all’annuncio. Il servizio è una via di santità per ognuno di noi, nelle parrocchie come nei luoghi della vita di ogni giorno: una via che ci chiede continua conversione.    Mi piace condividere con voi questa preghiera di Santa Teresa di Calcutta: ci aiuti nella via della santità.

Signore, quando credo che il mio cuore sia straripante d’amore e mi accorgo, in un momento di onestà, di amare me stesso nella persona amata, liberami da me stesso. 

Signore, quando credo di aver dato tutto quello che ho da dare e mi accorgo, in un momento di onestà, che sono io a ricevere, liberami da me stesso. 

Signore, quando mi sono convinto di essere povero e mi accorgo, in un momento di onestà, di essere ricco di orgoglio e di invidia, liberami da me stesso. 

E, Signore, quando il Regno dei cieli si confonde falsamente con i regni di questo mondo, fa’ che io trovi felicità e conforto solo in Te.

“Tu sei indulgente con tutte le cose, perchè sono tue, Signore, amante della vita”.

Celebriamo la 47ª Giornata Nazionale per la Vita nel contesto del Giubileo: questa coincidenza ci sollecita ad assumere l’orizzonte della speranza.

Il tema di questa giornata mondiale per la vita riprende il testo del libro biblico della Sapienza. Nel capitolo da cui è ripresa la nostra frase vengono descritte le opere meravigliose della sapienza divina nel corso della storia.

La grandezza di Dio è espressa con due immagini che descrivono il mondo: esso è come “polvere sulla bilancia” e come “stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra”.

Di fronte a questo mondo piccolo e debole, la grandezza di Dio non si esprime nel prevalere con la forza, ma “nella compassione verso tutti” e nel “chiudere gli occhi sui peccati degli uomini”, con l’esercizio di una bontà che si propone un unico scopo: che gli uomini trovino la strada della conversione.

L’amore vuole mantenere in vita tutti gli esseri. Dio ha infuso in ogni essere “il suo spirito incorruttibile” e ciò vale soprattutto per l’uomo fatto a sua immagine e somiglianza.

Il fatto di esistere costituisce per la creatura cosciente una prova che Dio lo ama.

“Come potrebbe sussistere una cosa se tu non l’avessi voluta?”, dice ancora il testo della Sapienza.

Dio ha fiducia nelle possibilità di bene dell’uomo creato, anche se peccatore, “ha compassione” delle proprie creature e sa attendere sicuro; come padre buono assicura sempre un nuovo inizio. Tutto ciò perché “il Signore è amante della vita”.

Potremmo dubitarne perché ci è stato insegnato che per fare il bene serve il potere, che per fare il bene serve il denaro, che per fare il bene serve la forza. Quanto ci sbagliamo in questo. Potremmo nasconderci dietro l’espressione “fare bene il bene”, ma quanto questa frase nasconde la nostra presunzione di sapere cosa è bene e cosa è male.

Stiamo con il Padre che crea nella debolezza, nella povertà e nella gentilezza, siamo indulgenti con la vita e riponiamo la nostra speranza non in noi stessi nelle nostre idee e nei nostri progetti, neppure nel mondo coi suoi desideri e le sue illusioni, ma solo in questo Padre che, indulgente con la nostra vita, vede oltre i nostri orizzonti.

EccoLo descritto in una poesia di D.M.Turoldo,

che è anche una preghiera

Tu, Dio, sempre più muto: 

silenzio che più si addensa, 

più esplode: e ti parlo, ti parlo 

e mi pento 

e balbetto e sussurro sillabe 

a me stesso ignote: 

ma so che odi e ascolti 

e ti muovi a pietà: 

allora anch’io mi acquieto  e faccio silenzio.                 

PICCOLA

La speranza, virtù del nostro giubileo, è una cosa piccola. Non può essere grande, altrimenti perde la sua natura che spinge oltre le apparenze, non può essere eclatante o si trasformerebbe in certezza, non può essere manifesta altrimenti si trasformerebbe in abitudine.

La speranza è una piccola cosa nascosta. È quella notizia di cui i giornalisti si sono dimenticati, è la stella non censita dagli astronomi, è il più piccolo regalo di Natale rimasto sotto il treppiede dell’albero.

La speranza non ha grandi numeri poiché è piccola e non ha ancora imparato a contare oltre le dita della mano. La speranza chiama per nome e dimentica i cognomi perché ci guarda ad uno ad uno; è ancora piccola, come dicevo, e per lei siamo tutti cose nuove da conoscere e si meraviglia ancora. La speranza sa bene cos’è il buio, perché è ancora una piccola luce, come di una candela, e splende solo se le tieni una mano vicino e la proteggi dal vento.

La speranza ci guida in questo Giubileo e all’inizio di quest’anno a ricordarci che possiamo essere anche noi piccole cose, cose che contano. Cose preziose, da non dare per scontate, cose con un nome e una piccola storia accanto ad altre piccole storie.

In un mondo che scarta il piccolo, noi scegliamo di essere piccoli. Scegliamo di assomigliare alla speranza, almeno in questo.

E guardiamo alle cose piccole come a quanto vi è di più prezioso e importante, senza lasciarci distrarre da chi sminuisce le piccole cose.

Guardiamo alla speranza: sono le persone accolte nome per nome, volto per volto, dai corridoi umanitari; sono i senzatetto a cui è stata data una coperta guardandoli in faccia e prendendosi il tempo di stringere loro la mano; sono i bambini che consoli inginocchiandoti e assicurandoti di contemplarne le lacrime; sono gli incontri di sempre che, in un mondo di corsa, scegli di stare ad ascoltare fermandoti un po’ e provando anche a stare in silenzio con loro; sono le preghiere che hai detto stringendo il tuo rosario con tutta la forza che hai; sono i fiori nuovi che hai posato con cura sulla tomba dei tuoi cari; sono i complimenti che hai fatto assaporando un cibo buono che qualcuno ha preparato per te; sono i grazie che dici al bar e al commesso del supermercato; sono i per piacere che dici a coloro a cui non devi niente; sono i sospiri che fai quando scegli di non urlare a chi ti ha attraversato la strada; sono le nostre piccole cose.

Ognuno di noi può diventare speranza solo riconoscendo di essere piccolo. Spero che anche la nostra comunità divenga luogo di speranza e per fare questo dovrà scegliere di essere piccola.

Rendiamo di nuovo piccola la nostra chiesa. È tempo che sia un luogo piccolo e accogliente, casa di un Dio inginocchiato. Una chiesa piccola di fronte alla quale nessuno abbia mai paura perché è così debole che assomiglia a una bambina, … una bambina piccola, così com’è la speranza

Vi lascio a questo proposito un estratto del testo

“Il portico della seconda virtù”

Ma la Speranza ama ciò che sarà.
Nel tempo e per l’eternità.
Per così dire nel futuro dell’eternità.
La Speranza vede quel che non è ancora

e che sarà.
Ama quel che non è ancora e che sarà.
Nel futuro del tempo e dell’eternità.
Sul sentiero in salita, sabbioso, disagevole.
Sulla strada in salita.
Trascinata, aggrappata alle bracciadelle due sorelle maggiori

che la tengono per mano,
la piccola speranza.
Avanza.
E in mezzo alle due sorelle maggiori

sembra lasciarsi tirare.
Come una bambina

che non abbia la forza di camminare.
E venga trascinata su questa strada

contro la sua volontà.
Mentre è lei a far camminar le altre due.
E a trascinarle,
E a far camminare tutti quanti,
e a trascinarli.
Perché si lavora sempre solo per i bambini.
E le due grandi camminan solo per la piccola.


Charles Péguy

In parte a te

Trovereste uno spazio per voi nel presepio? Solitamente i nostri presepi sono caratterizzati da fantasia e creatività: quanto tempo impiegato per formare le montagne di carta e creare laghetti e torrenti d’alluminio, quanta attenzione per far stare in piedi le pecorelle e non farle cadere tutte per porvi accanto il pastore, quanta ricerca per trovare un muschio che non sia troppo secco… Ogni presepio porta un pezzetto d’arte nelle nostre mani e nelle nostre case. Quando lo prepariamo siamo attenti a lasciare un posto vuoto, che sia visibile e centrale, a cui tutto possa tendere: è il posto del bambino Gesù.

Attorno a questo vuoto, attorno a questa attesa, tutto il presepio si orienta e si organizza. La parola stessa presepio significa mangiatoia, essa è quello spazio che ha accolto il Re dei Re. Non esiste presepio senza quella mistica e particolarissima culla. Trovare uno spazio per il presepio ci fa’ spostare a volte mobili, fare un po’ di ordine, come minimo togliere qualche soprammobile intriso di polvere. Spostiamo le cose per fare spazio al presepio, per fare spazio a Cristo. E noi dove siamo? A Napoli hanno inventato i personaggi più bizzarri da inserire nel presepio, dai calciatori ai politici. Mi piace questa cosa anche se forse viene un po’ enfatizzata, mi piace il fatto che chi è famoso e ritenuto forse un po’ potente sia in disparte nel presepio. C’è un solo centro, un solo spazio vuoto, una sola culla a cui tutto si rivolge. Guardando ad essa troviamo anche noi il nostro spazio.

Non guardando a noi stessi, non guardando alle cose che abbiamo fatto, neppure guardando coloro che amiamo; ma guardando quella culla troviamo il nostro spazio, guardando quel bambino scopriamo chi siamo. Il Natale ci aiuta a uscire da noi stessi e trovare un altro centro di riferimento per i nostri pensieri e i nostri progetti, per i nostri sogni e le nostre preoccupazioni. Trovare il nostro posto significa innanzitutto uscire dalle nostre storie per appartenere ad un’altra storia, una storia più alta e più grande di quanto potremmo mai immaginare, una storia a cui possa appartenere chiunque, dai re lontani ai semplici pastori. In questa storia sono le nostre storie. Potremmo imparare a guardarle da un altro punto di vista, un punto di vista che ci consenta di stare nello sguardo di quel bambino.

Quest’anno trascorso insieme si raccoglie nel Natale e in modo particolare nel presepio, memoria dei nostri cammini verso Cristo. Vediamo insieme, in un’altra luce, la storia della nostra comunità. Accompagniamo in questo presepio per mano i bambini della nostra scuola dell’infanzia ss. Angeli Custodi, li immaginiamo ancora una volta in fila guidati dalle maestre e dalle suore, come erano soliti fare quando venivano in chiesa in questi giorni santi per la recita di Natale. Non li vediamo più nei loro cappottini attraversare il nostro sagrato, eppure non togliamo lo sguardo dalla meta che rimane la stessa, in altre strade e in altri modi, in orizzonti grandi in cui desideriamo incontrino la bontà e la misericordia del Dio con noi. Vediamo ancora insieme in questo presepio immaginario il nostro fratello Adriano che così tragicamente ci ha lasciato e tutti i nostri cari che in questo tempo sono tornati alla casa del Padre. Li vediamo più vicini alla grotta di Betlemme, ci spronano ad avvicinarci al mistero di quella culla e di quel bambino. Solo alla Sua luce li possiamo vedere ancora e incontrare vivi per sempre, più che vivi. Alla luce di questa grotta vediamo le innumerevoli guerre che feriscono ancora la nostra terra, vediamo le stragi in Ucraina e i massacri di Gaza, vediamo i profughi del Sudan e il triste cimitero in cui si è trasformato il nostro mar Mediterraneo. Di fronte a tanta disperazione cosa può fare l’uomo? Quante risposte e quanti tentativi di soluzioni cerchiamo con le nostre forze e quanto ci perdiamo provandoci. Edith Stein, una monaca carmelitana morta durante le persecuzioni naziste osava dire: “Più si fa buio attorno a noi e più dobbiamo aprire il cuore alla luce che viene dall’alto”.

Anche la visita pastorale, da poco vissuta, ci ha aiutato a vivere questo, a riscoprire il mistero che custodiamo come comunità nella comunione con il vescovo e con tutta la Chiesa. Questo mistero è proprio quella luce che viene dall’alto e che è orizzonte buono nelle incertezze del tempo presente.

Si apre il tempo del Giubileo e il Papa ci invita a coltivare la speranza. Possa ripartire da Cristo il conto dei giorni e degli anni. Non è la nostra vita o quella dei nostri paesi il termine di paragone del tempo. Il nostro riferimento non sono le nostre luci che durano poco più delle luminarie di Natale; il nostro riferimento è la luce di Cristo, di quel Dio che nascendo bambino apre tutta l’umanità alla speranza dell’eterno.

Sarà così che mettendoci un po’ in parte rispetto a tutte le nostre storie, troveremo che quel bambino non ci è distante. Davvero è il Dio con noi: eccolo, è in parte a te.

Un trono che non sembra un trono

“Il mio regno non è di questo mondo”. Se prendiamo seriamente le parole di Gesù dovremmo contemplare la croce come un trono e osservare in quell’uomo sofferente il più grande dei re e vedere nella corona di spine l’oro più prezioso e nelle sue mani la vera potenza.

Se proviamo a guardare la croce come un vero trono dovremmo vedere nelle apparenze del potere mere vanità, inganni del mondo. Riconoscere le autorità del mondo come vere potenze è un inganno dell’anima. Si tratta di un potere che non crea ma che ci schiavizza come consumatori. È quel potere che ci porta a “comprare cose di cui non abbiamo bisogno con soldi che non abbiamo per impressionare persone che non ci piacciono” secondo la famosa espressione di Chuck Palahniuk. Un potere che ci dà valore solo per usarci e per diventare più forte. Per questo Dio crocifisso, invece, il nostro valore non sta in ciò abbiamo, in quanta fama abbiamo ottenuto nei social o nei nostri successi, non sta neppure nel bene che abbiamo o non abbiamo compiuto. Egli è Colui che si dona a noi perché ha il potere di ridarci dignità e valore con la sua vita offerta in cambio della nostra. Il nostro valore va’ oltre lo spazio e il tempo: noi valiamo il sangue stesso di Dio.

A seguire la solennità di Cristo Re dell’Universo si apre per noi il tempo di Avvento: un tempo di attese. Attendiamo il re dell’universo che nasce bambino e siamo chiamati a domandarci quali sono le nostre attese nei suoi confronti. Così tutte le nostre attese vengono deluse. Proprio perchè sappiamo come nasce questo Re, in quale povertà e con quali persecuzioni, non possiamo aspettarci trionfi e attestati di riconoscenza. Ci toccherà accontentarci di questo Dio bambino, anche quest’anno, un Dio che ancora sceglie di nascere povero e di stare dalla parte dei poveri, sconfitto e di stare dalla parte degli sconfitti, umiliato e di stare dalla parte degli umiliati. Toccherà anche noi scegliere da quale parte stare e se provare a stare dalla parte di questo bambino. Per ora lo attendiamo.

Visita Pastorale

Il vescovo Claudio visiterà le parrocchie del nostro comune nei giorni dal 4 al 15 dicembre p.v. Un’occasione quanto mai propizia anche vista la felice concomitanza con la festa del nostro patrono san Nicola. Il vescovo ha iniziato la visita pastorale delle numerose parrocchie della nostra diocesi nel 2018 (poi interrotta per un periodo per il covid-19 e per il sinodo). Nella Pasqua di quell’anno aveva inviato una lettera alle parrocchie che sarebbe andato a visitare; ne condivido con voi un breve stralcio che ci aiuta a prepararci a questo incontro.

“Vengo per fermarmi e per stare in mezzo a voi con i sentimenti di un figlio, di un fratello e di un padre. Vorrei, pertanto, dare alla mia prima Visita la tonalità della ferialità e della quotidianità, che include anche la gioia e la festa del vederci, in un’occasione certamente speciale e unica. Continueremo quel dialogo avviato all’inizio del mio ministero con le parole “come state?”, rendendolo più profondo e concreto. Profondità che attingiamo direttamente da Gesù, il Vivente, e concretezza che traduciamo nel crescere insieme, coltivando stima e comunione.

La Visita Pastorale, mio preciso compito di Vescovo stabilito anche dal Codice di Diritto canonico (cfr. cann. 396-398), avverrà per gruppi di parrocchie secondo questi tre semplici criteri: l’omogeneità territoriale; l’appartenenza amministrativo-comunale; eventuali collaborazioni pastorali già in atto. Dedicherò comunque tempo e ascolto precisi a ogni singola parrocchia e celebrerò l’Eucaristia festiva in ogni comunità.

La Visita sarà l’occasione per confermarci nella fede, per valorizzare tutto il bene presente nelle nostre parrocchie e per rilanciare anche alcune scelte che avvertiamo prioritarie in questo tempo di grandi trasformazioni.”

 Appuntamenti della visita pastorale 2024

Date da ricordare per la nostra parrocchia

Mercoledì 4 dicembre incontro con tutti i parroci

Venerdì 6 dicembre ore 19.00 S. Messa nella nostra parrocchia segue rinfresco

Sabato 7 dicembre ore 10.00 incontro referenti carità, annuncio e liturgia a San Leopoldo; nel pomeriggio incontro con le nostre suore

Venerdì 13 dicembre ore 20.00 incontro responsabili giovani delle 5 parrocchie; segue incontro con tutti i giovani

Sabato 14 dicembre ore 10.00 CPP e CPGE a Ponte San Nicolò;

Domenica 15 dicembre ore 10.00 S. Messa a Ponte San Nicolò

Tra la celebrazione dei Santi e la memoria dei defunti: incubi e sogni

Innumerevoli tradizioni si accavallano nei giorni che stiamo vivendo. Il mistero della vita oltre la morte da sempre coinvolge la vita dell’uomo. Fatichiamo a dare senso a ciò che non comprendiamo e, spesso, questo ci porta ad avere paura. Paura di ciò che non si vede, di ciò che non si può toccare e che, in ogni caso, si percepisce: che, cioè, c’è qualcosa oltre questa vita, che coloro che abbiamo lasciato andare avanti ci sono, misteriosamente, ancora accanto.

La tradizione della chiesa anticipa la risposta alla domanda. Prima di fare memoria dei morti, e di porci il quesito dell’aldilà, ci presenta la vita dei santi e la fede nella vita eterna e nella loro intercessione.

Perché allora avere paura? La luce dei Santi non sempre riesce a interrompere il buio delle nostre notti, e assieme ai sogni di speranza siamo attanagliati dagli incubi del dubbio. Solo l’azione del bene e l’apertura del cuore interrompono le nostre notti e ci aprono ai sogni di Dio. Vi porto per questo la testimonianza di un antico santo, Basilide, uno dei primi ad essere stato raggiunto, secondo le cronache antiche, dall’intercessione di una santa.

Il racconto è ambientato nell’epoca delle persecuzioni contro i cristiani e ha come protagonista Basilide, un soldato romano incaricato di scortare due prigioniere cristiane, Potamiena e sua madre Marcella, verso il martirio. Potamiena è descritta come una giovane donna non solo bella esteticamente, ma soprattutto per la sua serenità, il suo sorriso e la sua fede incrollabile. Basilide, sebbene sia abituato a vedere prigionieri in simili condizioni, è profondamente colpito dalla forza d’animo di Potamiena e dalla sua luce interiore.

Durante il tragitto verso il luogo dell’esecuzione, un membro della folla lancia un sasso che colpisce Marcella, la madre di Potamiena. Nonostante la brutalità del gesto, Potamiena si china su di lei con dolcezza, la consola e continua a mantenere il suo atteggiamento sereno. Questo gesto tocca profondamente Basilide, che perde la sua freddezza e ordina ai soldati di tenere lontani i facinorosi e di proteggere le prigioniere dalla violenza della folla. È chiaro che, in quel momento, Basilide non sta agendo solo come un soldato, ma spinto da un sentimento di rispetto verso quelle donne.

Quando Basilide e Potamiena incrociano per la prima volta i loro sguardi, lui scioglie i lacci che la legavano e lei lo ringrazia, esprimendo gratitudine per averle difese e promettendo di pregare per lui davanti a Dio. Basilide cerca di mantenere il suo contegno, ma quelle parole lo segnano profondamente.

Dopo il martirio, Basilide, nel cuore della notte, è tormentato da un sogno in cui gli appare Potamiena. La ragazza gli rivela di aver interceduto per lui presso Dio e di aver ottenuto la sua salvezza. Basilide, che era ancora un romano fedele alle tradizioni pagane, reagisce con paura e incredulità, preoccupato per ciò che la “salvezza” possa significare. Non vuole convertisti al cristianesimo e teme le sofferenze che potrebbero derivare da questo nuovo percorso. Potamiena, però, è dolce e determinata: gli assicura che tutto sarà meraviglioso, paragonando la sua futura fede all’amore, e gli promette che sarà salvato.

Nei giorni successivi, Basilide è angosciato dal pensiero di questa conversione, sentendosi combattuto tra la sua identità di soldato romano e la nuova realtà che Potamiena gli propone. Tormentato, sogna di nuovo Potamiena, che questa volta appare dispiaciuta per la sofferenza che vede in lui. Gli spiega che il suo dolore è dovuto alle orribili azioni che è stato costretto a compiere contro i cristiani e alla paura del giudizio divino. Potamiena lo rassicura, dicendogli che implorerà Dio per porre fine alle sue sofferenze.

Basilide è terrorizzato dall’idea di morire presto, ma Potamiena, nel sogno, lo abbraccia e lo tranquillizza, promettendogli che presto sarà accanto a lei, in uno stato di pura gioia.

Il giorno successivo portando altri cristiani al martirio Basilide si rivolge all’imperatore, professando la stessa fede di coloro che consegnava al martirio e ne subisce la stessa sorte.

Ho raccolto questa storia da una storica torinese che si chiama Lucia Graziano, che ammiro molto. Mi ha sempre affascinato il mondo dei sogni e del mistero che portano con sé: ci accompagnano spesso alle vite dei santi e ne sono testimonianza. Mi aveva commosso la storia di san Basilide e avevo piacere di condividerla con voi, spero ne traiate benefici spirituali. Non so quale intercessione chiediate ai santi, ma vi auguro davvero che ci tocchino il cuore, ci facciano innamorare di Dio e ci diano lo stesso coraggio e la stessa nobiltà d’animo di questo santo.

Dove sono questi nemici? Tutti sono puniti

La tragedia delle guerre che stanno devastando il pianeta colpisce anche le nostre vite e, se anche siamo sommersi dalla nostra routine quotidiana, non possiamo non prestarvi attenzione. 

Riporto nel titolo di questo articolo le parole: “Tutti sono puniti”. Sono le parole pronunciate dal principe di Verona nell’atto V della tragedia di Shakespeare:

Romeo e Giulietta. La drammatica vicenda dei due amanti che muoiono per fuggire alle faide di vendetta delle reciproche famiglie parla ancor oggi di come ciò che viene distrutto dalla vendetta sia la speranza. Anche oggi tutti siamo puniti dalla guerra. Il popolo russo e quello ucraino, il popolo sudanese e libanese, il popolo israeliano e il popolo palestinese, il popolo congolese e quello rwandese… Tutti sono puniti.

Anche noi siamo puniti. La guerra non conosce confini e non sa leggere le nazionalità sui passaporti e sulla pelle dei figli di Dio.

Ed ecco le nostre punizioni: oggi anche i nostri figli imparano che nel mondo vige la legge violenta del più forte, oggi anche noi nutriamo vani orgogli nazionalistici di confini inventati, oggi anche noi siamo puniti perché siamo divisi in un mondo diviso. Le polveri di migliaia e migliaia di tonnellate di morte infestano i cieli e i venti, che non hanno padrone, porteranno le loro tossine in tutto il mondo, sui nostri campi e sui nostri bambini, sui giusti e sugli ingiusti. Tutti siamo puniti perché tutti viviamo di speranza e quando questa muore anche noi moriamo un po’ con lei.

Papa Francesco ha invitato il mondo a digiunare il 7 ottobre, anniversario dell’attentato terroristico perpetrato da Hamas. Riprendiamo l’antica pratica del digiuno come dimensione preziosa della mancanza. Percepire un vuoto, qualcosa che manca, ci riporta alla ferita che condividiamo con l’umanità. Non essere sazi ci porti ad avere fame, magari quella fame e sete di giustizia di cui parlano le beatitudini.

Il 7 ottobre è passato ma la follia della violenza perdura. Vi invito a scegliere un pasto della settimana in cui osservare il digiuno come famiglia. Vi consegno anche questa piccola preghiera da fare prima dei pasti, anche al posto di quel pasto saltato:       

“Signore

dona il pane a chi ha fame

e fame e sete di giustizia

a chi ha il pane”.

Non smettiamo di cercare la pace, quando scegliamo di non crederci più essa muore anche per noi.