Appuntamento con il Risorto

L’inizio della quaresima è per noi cristiani l’avvicinamento all’evento più importante dell’anno, il cuore della vita liturgica della chiesa e il centro del messaggio di Gesù: la santa Pasqua di passione, morte e risurrezione di Cristo.

È alla luce di questo centro, di questo cuore, che ritrova significato la nostra fede e la nostra quotidianità in relazione con Gesù.

Il mondo di fronte a noi si presenta come un luogo carico di pericoli, di contraddizioni e di avversità. Guerra, povertà e malattia fanno capolino ovunque, e sarebbe facile, anche per un cristiano, rispondervi con disperazione o con violenza. Sarebbe facile contrapporre alla guerra e alle divisioni, facili sentenze di parte mettendosi poi, agilmente, sul carro del vincitore. Sarebbe facile contrapporre alla povertà il lamento vuoto di soluzioni, di chi guarda al passato senza trarvi ricchezza di speranza. Sarebbe facile contrapporre alla malattia la rabbia verso qualche capro espiatorio o la rassegnazione priva di redenzione di chi non vede altro che ciò che gli manca.

La quaresima ci porta invece una nuova pienezza di vita che non risiede nel percepirci buoni, ricchi e sani, ma nel percepirci manchevoli e comunque amati, poveri e comunque capaci di donare, malati e allo stesso tempo destinati a risurrezione. La strada che da tempo immemore la chiesa ci suggerisce contrappone la guerra alla preghiera, la povertà all’elemosina, la malattia al digiuno.

Se ricordate era stata molto criticata la scelta di Papa Francesco di consacrare la Russia e l’Ucraina a Maria, come se fosse meno potente e meno utile l’intercessione della Madre di Dio rispetto ai carri armati. L’invocazione per la pace dev’essere invece sempre viva in noi, per non lasciar spazio ad altri desideri che invece portano a vendetta e ad ulteriori divisioni.

Di fronte alle sempre più frequenti difficoltà economiche di tante nostre famiglie siamo richiamati a vie di solidarietà che permettano a tutti di sentirsi parte di un unico cammino, di una strada di vita in cui il pane, pur guadagnato con il sudore della fronte, è un bene che va necessariamente spezzato e condiviso. Le soluzioni di sussidi per la povertà non possono sostituire le vie della solidarietà, che ci ricorda che la più grande ricchezza nella vita è non essere soli.

Abbiamo passato infine un periodo molto difficile a causa della pandemia, la malattia ha lasciato tante persone private della speranza e ancora oggi le conseguenze degli anni trascorsi si fanno sentire. Gesù ci mostra come la mancanza che il digiuno ci porta a sperimentare può lasciare spazio ad un altra pienezza di vita. Il Maestro ci mostra che attraverso la sofferenza, offerta per amore, si compie un mistero di redenzione che porta ad una salute, ad una salvezza, ben più grande di quella del corpo.

Ora si apre per noi la quaresima, la cenere sul nostro capo non ci ricordi solo la provvisorietà del tempo che ci è dato, ma anche il fuoco che arde in noi, il desiderio di bene che cerchiamo, e soprattutto l’amore di un Dio che, come la leggendaria fenice, davvero risorge e, da queste nostre ceneri, fa risorgere anche noi.

In questo periodo siamo chiamati a rinnovare anche la nostra preghiera per il Sinodo diocesano, in questa fase particolarmente importante. Troverete in chiesa i cartoncini con la preghiera per il sinodo che vi invito a vivere nelle vostre famiglie, nel tempo di preghiera che condividete tra voi. Riporto le parole del nostro vescovo che ci ricorda l’importanza e il potere della preghiera.

“Camminare insieme è per me speranza e preghiera. In realtà immagino che siano la speranza e la preghiera di ogni vescovo, ma anche di ogni presbitero e battezzato, di ogni padre e madre che vogliono realizzare la propria famiglia nell’amore! (…)

Sinodo è preghiera. È la preghiera, in comunione con la preghiera sacerdotale di Gesù, di saper camminare insieme, arricchiti dalle nostre usanze e ma anche andando oltre, superando le nostre resistenze e vincendo presunzioni e individualismi. È preghiera di invocazione: “Che siano una cosa sola”! Preghiera che assomiglia a quella dei poveri, di coloro che invocano da Dio giustizia e dignità, senza pretese perché sono poveri; le invocano come Grazia.”

Dalle Parole del Vescovo Claudio

durante l’indizione del Sinodo diocesano 16.05.2021

Progetti di solidarietà della Famiglia Missionaria della Redenzione in Burundi

L’assistenza ai bambini orfani e alle famiglie povere resta una delle attività principali della nostra Famiglia Missionaria. Siamo presenti nelle diocesi di Gitega, Rutana, Bururi, Ngozi e Bujumbura. Poi ci sono i poveri, tra i quali soprattutto le vedove, i pigmei e gli ammalati.

Dal 1994, ogni anno, sosteniamo oltre mille bambini e ragazzi. Vengono date medicine in caso di malattia, un’alimentazione adeguata e la scolarizzazione in strutture realizzate in questi anni o presso famiglie disposte all’accoglienza dei minori.

Tante volte le opere di carità non bastano per aiutare le persone in situazioni di povertà a migliorare la loro condizione di vita. Stiamo quindi facendo nascere delle associazioni, soprattutto delle vedove, con delle piccole attività di mantenimento concedendo loro piccoli prestiti e aiutandole a fare delle casse di solidarietà fra di loro.

Il Centro Cena nella diocesi di Bururi, provincia di Makamba, ha come obiettivo principale la formazione ai piccoli mestieri, in vista di creare attività di mantenimento, sia per le persone che imparano, sia per il centro stesso.

Migliaia di bambini a causa delle malattie e della povertà hanno bisogno di essere aiutati per continuare a crescere e frequentare la scuola.

La nostra comunità di Ponte san Nicolò si impegnerà per l’adozione di un bambino, potete partecipare liberamente donando quanto vi sentite, oppure impegnarvi direttamente per l’intera adozione di un altro bambino che potrete sostenere come famiglia, l’importo di tale scelta è di € 310 al mese.    Per quanto riguarda i versamenti terremo la prima domenica del mese come di consueto.

Giornata per la vita

La morte non è mai una soluzione.

“Dio ha creato tutte le cose perché esistano: le creature del mono sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte”

Sap 1,14

            … Il Signore crocifisso e risorto – ma anche la retta ragione – ci indica una strada diversa: dare non la morte ma la vita, generare e servire sempre la vita. Ci mostra come sia possibile coglierne il senso e il valore anche quando la sperimentiamo fragile, minacciata e faticosa. Ci aiuta ad accogliere la drammatica prepotenza della malattia e il lento venire della morte, schiudendo il mistero dell’origine e della fine. Ci insegna a condividere le stagioni difficili della sofferenza, della malattia devastante, delle gravidanze che mettono a soqquadro progetti ed equilibri… offrendo relazioni intrise di amore, rispetto, vicinanza, dialogo e servizio. Ci guida a lasciarsi sfidare dalla voglia di vivere dei bambini, dei disabili, degli anziani, dei malati, dei migranti e di tanti uomini e donne che chiedono soprattutto rispetto, dignità e accoglienza. …  Come comunità torniamo a guardare alla vita con speranza. Una speranza non ingenua, siamo consapevoli delle difficoltà delle famiglie e dei problemi legati al lavoro e a una vita sempre più stressante. La speranza con cui guardare alla vita però non può essere quella dell’individuo o della singola famiglia. La speranza non è mai da intendersi nella solitudine. … La speranza è legata alla comunità, all’intrecciarsi di relazioni buone, comprensive, libere e liberanti. Una comunità in cui ci si sente accolti, sostenuti, compresi e non giudicati è un luogo in cui l’impossibile diventa realtà, è un luogo in cui il coraggio e la fiducia mettono in ombra le tante paure, è un luogo in cui si possono trovare strade, in cui si può non arrendersi. …Nuove vite attendono di ripopolare di sorrisi, di lacrime e di pensieri i volti della nostra comunità. Se la guardiamo con meraviglia, la vita ha molto più da darci che da portarci via.

Dal messaggio della Conferenza Episcopale

ACCOGLIAMO LE NUOVE SUORE

“Il carisma della nostra «Famiglia Missionaria della Redenzione» (FMdR) ci pone nella Chiesa come comunità di consacrati Missionari e Missionarie che intendono contemplare, vivere e annunciare il mistero di Cristo Redentore.

            Consapevoli di essere redenti da Cristo, guidati dallo Spirito del Signore Risorto e dall’amore misericordioso del Padre, ci mettiamo nel cuore della salvezza dove tutto è donazione di grazia.    Specifico della nostra consacrazione è il dono di noi stessi “affinché tutti gli uomini giungano ad accogliere la salvezza” (RH 10), facendoci segno della gratuità del Padre rivelatosi in Gesù Cristo, morto e risorto per la redenzione dell’umanità intera.

Il Padre, in Cristo, ci chiama nella Chiesa a portare a pienezza la Consacrazione battesimale mediante la professione dei Consigli evangelici e ci manda con la forza dello Spirito del Risorto a essere segno del suo amore redentivo nel mondo.

La nostra singolare vocazione ci sollecita a vivere il mistero dell’amabilissimo Redentore che muore per donare la vita al mondo, accettando la croce quotidiana nel fiducioso abbandono alla volontà del Padre e nel servizio ai fratelli fino al dono totale di noi stessi.

Il nostro carisma esige:

– passione per la salvezza degli uomini e per l’unità dei credenti;

– spirito di fede perché vogliamo amare nei nostri fratelli lo stesso Gesù misericordioso verso tutti;

– sacrificio, perché la Redenzione è sempre a caro prezzo;

– amore alla Chiesa per mezzo della quale siamo certi di ricevere il mandato missionario dallo stesso Signore Risorto, quando disse: “Andate in tutto il mondo…”;

– disponibilità e gioia di cooperare all’opera della Redenzione ad imitazione della Vergine Maria che, abbracciando la volontà salvifica del Padre, consacrò totalmente se stessa alla Persona e all’opera del Redentore e cooperò alla salvezza del mondo.

La scelta di seguire Cristo Redentore nel cammino liberante della radicalità battesimale, fa sì che ci impegniamo come umili operai nella vigna del Signore sia a livello personale che ecclesiale, ciascuno secondo il proprio stato, in modo da divenire sale di santità e di redenzione affinché tutta la creazione ritorni nella comunione piena a Dio.

Consapevoli del dovere di annunciare il Vangelo proponiamo a tutti i cristiani una testimonianza di vita evangelica nella gioia, affinché nel cuore di ogni uomo emerga la nostalgia di Dio e tutto il mondo si possa ricostituire in “un unico ovile sotto un unico pastore”. (Dalle Costituzioni)

La grazia e la profondità del carisma che il Signore ci ha affidato è espresso nel nome Missionari e Missionarie della Redenzione. “Missione” ha come frutto la Redenzione e richiama l’unità: “tutti siano una sola cosa… perché il mondo creda…” (Gv 17, 21), l’urgenza dell’annuncio del Vangelo: “Andate in tutto il mondo…” (Mc 16,15), il mandato: “Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto”(Gv 15,16).

Redenzione è il mistero dell’incarnazione, vita, morte e risurrezione di Cristo che dà dignità all’uomo e senso alla sua esistenza nel mondo (Cfr RH 10). Esprime la totalità della missione e ci rende consapevoli di essere redente da Cristo, guidate dallo Spirito del Signore Risorto e dall’amore misericordioso del Padre.

Suor Lucie Nsabimbona

“Gloria a Dio nell’alto dei cieli, e pace in terra agli uomini amati dal Signore”

Con questo saluto gli angeli chiamano i pastori a contemplare la venuta del Signore Gesù in terra. Il Bambino di Betlemme apre una nuova luce nel mondo e richiama tutti alla ricerca della pace.

Quale pace in questo Natale? Gli interessi dei potenti e la povertà di molti popoli stanno portando, ancora una volta, la nostra umanità a distruggere se stessa e l’intero pianeta.

Non esiste pace se non è per tutti. L’espressione evangelica “amati dal Signore” ci riporta alle radici e alle ragioni della pace; l’elemento trascendente che consiste nell’amore che il Signore riversa su ogni uomo e donna, da lui pensati, desiderati e creati, diviene trasversale per ogni popolo, nazione e gruppo sociale.

Dobbiamo renderci conto che colui contro il quale muoviamo guerra è amato dal Signore, che colui che ci ha ferito è comunque un figlio di Dio, che anche colui dal quale siamo divisi il Signore desidera salvarlo e tenerlo legato a sé.

Accostarci alla culla di Betlemme ci provoca, ci chiama a interrogarci: a chi o a cosa vogliamo rimanere legati? Lasciamo che i legacci del nostro orgoglio ci tengano lontani da questo Bambino, che è Dio, oppure possiamo permettergli di amare noi e il nostro nemico, di raggiungere la nostra vita e quella di ogni uomo e donna di questo mondo? Se lasciamo fare a Lui perderemo l’illusione della superiorità di qualcuno su qualcun altro, perderemo l’ingannevole divisione tra chi ha torto e chi ha ragione, perderemo le facili consolazioni dell’apparenza e del farci vedere dall’altro. Se lasciamo fare a Lui ritroveremo una pace che nessuno potrà strapparci, scopriremo nell’altro un fratello e una sorella, e il dolore di tutte le ferite sarà rimarginato dal suo sguardo buono che, solo, conosce l’eternità.

Si rivelerà allora la Gloria di Dio, che splende sui semplici e abbassa i superbi, che fa cadere dai troni i potenti e rialza invece chi è umile. In quest’anno la nostra comunità ha conosciuto il dolore di una perdita grande che ci richiama oggi a questo mistero. Nell’estate appena trascorsa abbiamo salutato le nostre suore, Figlie della Divina Provvidenza, accompagnandole nei loro nuovi incarichi, a Roma. Una di loro, suor Maria Giulia, in questi giorni ci ha lasciati, tornando al Signore. Lei che aveva così tanto amato la nostra Ponte San Nicolò continuerà a pregare per noi dal cielo. In queste nostre suore, nel carisma della loro fondatrice madre Elena Bettini, si rivela il mistero di cui parlavo. Il servizio costante, l’amore discreto e lo sguardo buono per tutti hanno ridato pace e consolazione a tanti cuori nella nostra comunità, restituendo forza per lottare nelle avversità e luce per attraversare anche le tenebre più oscure.

Il mistero del Natale che viene è davvero sempre illuminato da chi, lasciatosi guardare da quel Bambino, ha imparato il Suo sguardo e lo dona agli altri. È questa la Gloria di Dio.

OSPITARE

Il termine ospite, così antico e ricco, proviene da una tradizione che ne confonde il significato tra colui che ospita e colui che viene ospitato.

Come si legge in tutti i vocabolari dell’italiano contemporaneo, ospite ha un duplice significato: è sia chi dà ospitalità (un ospite premuroso) sia, più comunemente, chi la riceve (un ospite gradito).

In questo tempo di avvento ci prepariamo ad incontrare il Dio che nasce bambino a Betlemme per ospitarlo nelle nostre famiglie.

Vedrete nella nostra chiesa una casa. L’idea che rappresenta è che tutte le nostre famiglie, le nostre case, possano sentirsi accolte all’interno della comunità parrocchiale. Una casa nella casa di Dio, inoltre, perché tutte le nostre case siano case in cui Dio è presente, è ricordato e onorato.

Si compie con Gesù pienamente il significato della parola ospite: accoglierlo ci permette di entrare nel Paradiso che ha da sempre pensato, riconoscerlo come amico ci apre le porte di una nuova fraternità, ospitarlo ci consente di scoprirlo come colui che per primo desidera fare casa con noi.

            La festa dell’Immacolata in questi giorni ci aiuta a prendere esempio da Maria, che ha fatto del suo stesso corpo la casa del Salvatore del mondo.

            Il nostro patrono, san Nicola, portatore di doni, interceda per noi presso il Dio della vita e, come era solito fare in vita, passi di nascosto anche tra le nostre case a portarci quella pace, quel coraggio e quella generosità che ci consentono di ospitare degnamente il Signore che viene.

Cristo Re dell’Universo

Con la solennità di Cristo Re dell’Universo si compie l’anno liturgico. Ogni domenica viviamo il mistero pasquale della passione, morte e risurrezione del Signore Gesù. Nel passare delle stagioni, tuttavia, siamo chiamati a sperimentare come Egli fa storia con noi, ci accompagna, per così dire, a rileggere la nostra stessa vita alla luce della Sua. Il tempo in questa vita è limitato, ma partecipare alla vita liturgica e alla ritualità della Chiesa ci permette di aprirci al senso dell’eternità. Vi propongo alla fine di quest’anno liturgico una preghiera che ci aiuta a vivere il senso cristiano del tempo. È stata scritta da Chiara Lubich, fondatrice del movimento dei Focolari, e pone l’attenzione sul momento presente, su ogni istante che viviamo, come unico e irripetibile, occasione propizia per fare del nostro meglio.

Sì, Gesù,

fammi parlare sempre

come fosse l’ultima

parola che dico.

Fammi agire sempre

come fosse l’ultima

azione che faccio.

Fammi soffrire sempre

come fosse l’ultima

sofferenza che ho da offrirti.

Fammi pregare sempre

come fosse l’ultima

possibilità,

che ho qui in terra,

di colloquiare con Te.

Iniziazione

Con l’arrivo del mese di Ottobre ricominciano le attività parrocchiali della catechesi e dei gruppi di Azione Cattolica. La disponibilità di diverse persone della nostra comunità rende possibile queste attività così importanti e preziose.
Sono esperienze che riguardano l’incontro con Cristo. Colui che non può essere incontrato senza l’aiuto dell’altro. Ricordiamo le parole di Gesù: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”.
Diventare, dunque, tramite della presenza stessa di Dio in questa terra è uno dei doni e dei compiti più preziosi della comunità cristiana, che può, in questo modo, essere luogo di testimonianza e di accoglienza in modo particolare verso i più piccoli.

È quanto mai importante valorizzare questa dimensione sovrannaturale che ci appartiene. Attraverso questo noi siamo capaci di aprire una porta sulla grazia divina che illumina la mera realtà materiale dei nostri giorni, donandovi un significato grave e straordinario. La vita, la nostra vita e la vita di coloro che incontriamo, non sono in nostro potere, ma appartengono a qualcosa di più grande; il bene e il male che compiamo non sono confinati in piccole casualità che passano con il tempo, ma sotto gli occhi di Dio, diventano misura di giudizio per l’eternità. Consegniamo dunque a questi nostri bambini che la loro importanza è nel cuore di Dio e che, da Lui amati, possono fare della loro vita un capolavoro unico e irripetibile, che, unito al sacrificio di Cristo e alla comunione con la Chiesa, entra a far parte del disegno stesso del Padre.

Dono della Divina Provvidenza

Come il vento, che non sai di dove viene e dove va’, così è dello Spirito di Dio. Come un giorno la nostra parrocchia ha ricevuto il dono della presenza di una comunità di Figlie della Divina Provvidenza, così oggi le vede lasciarci per altri luoghi, per un’altra missione.

Intrecciati con le nostre vite, con la nostra terra, con il nostro cuore, quattro bianchi gigli, come fiori di campo che non tessono e non filano ma neanche Salomone vestiva come loro, hanno portato i loro petali, i loro sogni e il loro sorriso nella nostra comunità. Come un giorno sono arrivate di lontano senza che le conoscessimo, così oggi migrano altrove, sospinte, ne siamo certi, dai disegni imperscrutabili della Divina Provvidenza, di cui sono figlie.

Il tempo, si sa, è un tiranno che non concede tregua a noi che combattiamo quaggiù, e, forse, non sempre ce ne accorgiamo, se non quando ci porta via qualcuno di caro. Eppure questo tempo tiranno ha saputo donarci occasioni e momenti che la memoria trattiene come indelebili e intramontabili.

Presenza cara per i bambini della nostra scuola dell’infanzia, incarnazione degli angeli custodi di cui la scuola stessa, per desiderio di don Mario, porta il nome. Sappiamo per certo che rimarranno nel cuore di chi, con loro, ha mosso i primi passi fuori di casa, incontro ad un mondo che, tenendo la mano di suor Annalisa, di suor Nadia, di suor Gelsomina, di suor Giulia e, a suo tempo, di suor Edvige, di suor Alphonsa, di suor Gerarda, di suor Emma e di suor Shiji, sembrava davvero meno pauroso.

Contributo importante anche per tutte le attività pastorali della parrocchia, dalle occasioni ordinarie della catechesi, del servizio liturgico e dell’accompagnamento ai malati, fino ai momenti più straordinari del presepe vivente e dello zecchino d’oro, solo per citarne alcuni. Secondo il desiderio di don Francesco, quando le ha invitate a vivere con noi la loro missione, l’esperienza pastorale doveva essere necessariamente arricchita dalla loro consacrazione. Mi trovo in piena sintonia con questa consapevolezza: il segno di una vita interamente donata al Signore è quanto mai importante per ogni attività nella nostra comunità. Non è solamente l’aspetto pratico, organizzativo, delle varie iniziative a fare della nostra parrocchia una comunità viva, piuttosto è lo Spirito che vive in ogni opera, in ogni momento. È il fatto che ciò che viene compiuto non sia percepito tanto come opera nostra, quanto come opera di Dio, che, nella sua Divina Provvidenza, ci permette di essere Suo strumento, per un bene che va oltre le nostre piccole vite.

E’ questo l’aspetto che ho visto come più prezioso per la nostra comunità nella presenza delle nostre suore con noi: il fatto che ci ricordassero sempre, con la loro presenza, il loro sorriso e la loro gentilezza la bellezza di una vita donata al Signore.

La gratitudine è il sentimento che ci deve oggi accompagnare. Saper dire grazie è necessario più che mai oggi, per lasciare andare la tristezza per una perdita, così che lasci spazio nel cuore per trattenere tutto ciò che non andrà mai perduto: ogni istante condiviso, ogni lacrima raccolta, ogni preghiera, ogni sorriso, ogni piccolo passo fatto assieme, ogni attività, tutta questa amicizia.

don Daniele

Alcuni segni accompagneranno il nostro saluto alle suore

Durante le Sante Messe del 12 e del 19 giugno ci sarà una raccolta straordinaria di offerte da inviare alle Figlie della Divina Provvidenza.

Il 24 giugno, con una veglia in chiesa, chiederemo al Signore di proteggerle sempre e di accompagnarci in questo momento.

Il 26 giugno con la S. Messa del mattino e un momento di convivialità a seguire, le saluteremo e ringrazieremo per la loro presenza e il loro servizio.

Aut aut? Et et!

Le espressioni latine del titolo non ci confondano! Per quanto possano sembrare strane, il loro significato ci è molto famigliare.

            Aut aut vuol dire “o… o…”. O me o te. O gli uni o gli altri. O in un modo, o niente. È l’espressione esclusiva che definisce chiaramente un confine tra una parte e l’altra, un’espressione che non permette compromessi. Un’espressione molto utile quando si tratta di diritti inviolabili, meno utile anzi piuttosto distruttiva, quando parliamo di relazioni umane.

            Et… et… significa invece “e… e…”: è un espressione che ci suggerisce la convivenza degli opposti, la compresenza di più elementi; è un’espressione di comunione, e, per noi, di una comunione di carattere eucaristico. Colui che compone la comunità (parliamo di Nostro Signore Gesù) raccoglie infatti le differenze, senza omologare o uniformare.

            Il mistero della risurrezione infatti, proprio perché supera la linea di demarcazione della morte, non miscela tanto le unicità personali in un’unica uniforme realtà, quanto raccoglie invece il bene irripetibile che la particolarità di ciascuno di noi ha generato in questa vita. 

            Per capirci meglio guardiamo ai santi! Sono davvero tutti diversi, e con diverse vie hanno raggiunto la meta del paradiso. Così anche per ciascuno di noi, attraverso vie di unicità, si compie la volontà del Padre sulla nostra vita. Non sempre le vie di qualcuno rispondono agli schemi delle nostre abitudini o delle nostre aspettative, magari non rispecchiano i tempi desiderati, e, a volte, potrebbero risvegliare anche qualche paura o qualche diffidenza. Eppure in quelle vie cammina Gesù. 

            Maria, Madre nostra e Madre di Dio, medita nel suo cuore, come ci suggeriscono le scritture, gli eterogenei avvenimenti della vita del suo figlio, come anche gli avvenimenti della nostra vita.

            In questo mese di maggio, ci aiuti a guardare con sguardo di meraviglia il nostro essere Chiesa, comunità di risorti e, allo stesso tempo, di peccatori. Ci aiuti a ringraziare il Signore per le innumerevoli differenze tra di noi e, dunque, per le imprevedibili vie attraverso le quali Egli sceglie di manifestarsi. Ci aiuti ad accoglierci tra noi, per creare il variopinto mosaico che rivela al mondo il volto del suo Salvatore.