La festa della Presentazione del Signore, che chiamiamo Candelora, ci mostra Gesù come luce che illumina il mondo. Ma lo fa in un modo sorprendente: non attraverso la forza, non imponendosi, bensì entrando nella storia come un bambino, portato in braccio dai suoi genitori, affidato alle mani degli altri. È una scena familiare, domestica. Maria e Giuseppe compiono un gesto semplice e quotidiano: presentano il loro figlio, come fanno tanti genitori quando affidano i propri bambini alla comunità, alla scuola, alla Chiesa. Eppure, in quel gesto umile, Dio accende una luce capace di illuminare tutta l’umanità. Questa luce parla anche alla vita delle nostre famiglie. In casa, spesso, il diritto non nasce dall’imposizione ma dall’ascolto: quando un genitore rinuncia ad avere l’ultima parola per capire davvero un figlio; quando si dà spazio al più piccolo, a chi fa più fatica, a chi non riesce a esprimersi. È lì che la giustizia prende forma, molto prima delle leggi scritte. Papa Leone XIV, nel suo discorso al Corpo Diplomatico del 9 gennaio 2026, ha messo in guardia contro un mondo che rischia di lasciarsi guidare dalla “logica della potenza e della guerra”, dove i diritti vengono schiacciati dalla forza. Questo vale anche nel piccolo delle nostre relazioni quotidiane: quando prevale chi grida di più, chi è più forte, chi decide senza ascoltare, la luce si spegne. Nella famiglia, invece, impariamo che la vera forza è la cura. È forte il padre che rientra stanco ma trova tempo per ascoltare. È forte la madre che protegge un figlio fragile. È forte chi rinuncia a vincere una discussione per custodire una relazione. Così nasce un diritto vero, fatto di rispetto e responsabilità. Il Papa ha ricordato che la pace e la giustizia non si costruiscono attraverso l’imposizione, ma attraverso il dialogo e la difesa dei più vulnerabili. È ciò che accade ogni giorno quando una famiglia sceglie di non scartare chi è più lento, più fragile, più bisognoso di tempo e di amore. La luce di Cristo passa da queste scelte silenziose. Simeone e Anna riconoscono Gesù perché sanno attendere, perché hanno occhi allenati alla fedeltà quotidiana. Anche nelle nostre case, la luce non arriva con gesti clamorosi, ma nel perdono chiesto e donato, nella pazienza, nella capacità di ricominciare. Accendere una candela a questa festa non è solo un rito: è un impegno. Significa scegliere, nella famiglia e nella comunità, la logica dell’accoglienza invece di quella del più forte. Significa credere che Dio continua a illuminare il mondo passando dalla piccolezza. Che la luce di Cristo, accolta come in una casa, illumini le nostre famiglie, renda più giuste le nostre relazioni e ci insegni che il diritto più grande nasce sempre dalla cura del più debole.