30 marzo – quarta domenica di quaresima

Il padre misericordioso:

una storia più antica di Gesù

Dal vangelo secondo Luca

Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il racconto che segue proviene da una tradizione buddhista di origine indiana che risale al V secolo prima della nascita di Cristo.

 

Il padre, partito per un lontano viaggio alla ricerca del figlio, ne perse ogni traccia. Il padre fece tutto il possibile per ritrovarlo, ma invano.

Passò del tempo e il figlio, ridotto alla miseria, errava nei pressi della casa paterna. Il padre lo riconobbe presto ed inviò dei servi per ricondurre il vagabondo. Ma questi, intimorito dalla maestosità della dimora e sospettando di essere preso in giro, si rifiutò di seguirli.

Il padre mandò di nuovo i suoi servi con l’ordine di dargli del denaro con l’offerta di lavorare presso il loro ricco signore. Il figlio allora accettò, tornò con i servi alla casa paterna e divenne un servitore.

Il ricco signore gli accordò un graduale avanzamento di grado fino ad affidargli l’incarico del mantenimento di tutta la proprietà e delle sue ricchezze. Ma pur sempre il figlio non riconosceva il proprio genitore.

Il padre, soddisfatto della fedeltà del figlio, quando sentì avvicinarsi la fine riunì familiari e amici e disse: “Amici, ecco il mio unico figlio, che ho cercato per lunghi anni. D’ora in poi, l’intera mia proprietà e tutti i miei tesori sono suoi”.

Il figlio, stupito dalla rivelazione paterna, disse: “Non solo ho ritrovato mio padre, ma anche tutti i suoi beni e tesori ora mi appartengono”.

Vi riporto questo antico testo non tanto per dimostrare che Gesù ha raccolto alcuni insegnamenti altrove. Sappiamo benissimo che egli usa la sapienza umana come tramite per descriverci il Padre. Vi riporto questo testo piuttosto per esaltare qualcosa che Gesù ci consegna e che è il vero centro della parabola evangelica, centro che nel testo indiano non emerge: il Padre non attende la nostra conversione e la nostra comprensione per darci tutti i suoi tesori, Egli ci dona il Suo Figlio anche se non l’abbiamo ancora riconosciuto come fratello. Come dice san Paolo: “Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito” (Rom 5,6).

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