6 aprile – quinta domenica di quaresima

Le uniche parole scritte da Gesù

Dal vangelo secondo Giovanni

Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.

Cristo sulla sabbia

all’adultera in procinto

d’essere linciata

cosa vuoi che abbia scritto

se non una poesia d’amore?

Cosa vuoi che siano state

quelle poche lettere

quei piccoli segni rimasti

nel mistero

se non un mistico, silenzioso

“ti amo”

detto a tutto il mondo

e cancellato nella notte

furtivamente

da quelli senza peccato?

Angelo Colucci

30 marzo – quarta domenica di quaresima

Il padre misericordioso:

una storia più antica di Gesù

Dal vangelo secondo Luca

Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il racconto che segue proviene da una tradizione buddhista di origine indiana che risale al V secolo prima della nascita di Cristo.

 

Il padre, partito per un lontano viaggio alla ricerca del figlio, ne perse ogni traccia. Il padre fece tutto il possibile per ritrovarlo, ma invano.

Passò del tempo e il figlio, ridotto alla miseria, errava nei pressi della casa paterna. Il padre lo riconobbe presto ed inviò dei servi per ricondurre il vagabondo. Ma questi, intimorito dalla maestosità della dimora e sospettando di essere preso in giro, si rifiutò di seguirli.

Il padre mandò di nuovo i suoi servi con l’ordine di dargli del denaro con l’offerta di lavorare presso il loro ricco signore. Il figlio allora accettò, tornò con i servi alla casa paterna e divenne un servitore.

Il ricco signore gli accordò un graduale avanzamento di grado fino ad affidargli l’incarico del mantenimento di tutta la proprietà e delle sue ricchezze. Ma pur sempre il figlio non riconosceva il proprio genitore.

Il padre, soddisfatto della fedeltà del figlio, quando sentì avvicinarsi la fine riunì familiari e amici e disse: “Amici, ecco il mio unico figlio, che ho cercato per lunghi anni. D’ora in poi, l’intera mia proprietà e tutti i miei tesori sono suoi”.

Il figlio, stupito dalla rivelazione paterna, disse: “Non solo ho ritrovato mio padre, ma anche tutti i suoi beni e tesori ora mi appartengono”.

Vi riporto questo antico testo non tanto per dimostrare che Gesù ha raccolto alcuni insegnamenti altrove. Sappiamo benissimo che egli usa la sapienza umana come tramite per descriverci il Padre. Vi riporto questo testo piuttosto per esaltare qualcosa che Gesù ci consegna e che è il vero centro della parabola evangelica, centro che nel testo indiano non emerge: il Padre non attende la nostra conversione e la nostra comprensione per darci tutti i suoi tesori, Egli ci dona il Suo Figlio anche se non l’abbiamo ancora riconosciuto come fratello. Come dice san Paolo: “Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito” (Rom 5,6).

16 marzo – Seconda domenica di quaresima

Dal Vangelo secondo Luca                           (Lc 13,1-9)

Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Leggendo queste parole del vangelo mi è tornata alla memoria una poesia di Rilke che avevo letto anni fa. Credo che la pazienza che ci racconta la parabola non sia solamente una virtù che richiede impegno quanto un atteggiamento che permette lo stupore e una vita di una qualità superiore.

Sii Paziente                            di Rainer Maria Rilke

Sii paziente verso tutto ciò

che è irrisolto nel tuo cuore e…

cerca di amare le domande, che sono simili a

stanze chiuse a chiave e

a libri scritti in una lingua straniera.

Non cercare ora le risposte che possono esserti date
poiché non saresti capace di convivere con esse.

E il punto è vivere ogni cosa. Vivere le domande ora.

Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga,di vivere fino al lontano giorno in cui avrai la risposta

9 marzo – Prima domenica di quaresima

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 9,28b-36) 

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare.
Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante.

Vi propongo in paragone con la trasfigurazione questo testo di Viktor Frankl, uno psicologo che ha vissuto l’internamento presso i campi di concentramento di Auschwitz e di Dachau. Credo che una vera trasfigurazione umana passi attraverso la scelta di dare un nuovo significato alla nostra esistenza, anche nel momento della prova.

L’uomo/eroe

Tutto ciò che accade all’anima dell’uomo, ciò che il Lager apparentemente «fa’» di lui come uomo, è il frutto d’una decisione interna. In linea di principio dunque, ogni uomo, anche se condizionato da gravissime circostanze esterne, può in qualche modo decidere che cosa sarà di lui — spiritualmente — nel Lager: un internato tipico — o un uomo, che resta uomo anche qui e conserva intatta la dignità d’uomo.

Dostojewski ha detto una volta: «Temo una cosa sola: di non essere degno del mio tormento».

Ripensammo più d’una volta a queste parole, quando abbiamo conosciuto uomini eroici, quasi dei martiri, che con il loro comportamento nel Lager, in mezzo a sofferenze e dolori, testimoniarono l’ultima e inalienabile libertà interna dell’uomo, gravemente compromessa. Avrebbero potuto dire a buon diritto che «furono degni del loro tormento». Hanno dimostrato che, soffrendo rettamente, si può realizzare qualcosa: una conquista interiore. La libertà spirituale dell’uomo, quel bene che nessuno può sottrargli finché non esala l’ultimo respiro, fa sì ch’egli trovi, fino al suo ultimo respiro, il modo di plasmare coerentemente la propria vita. Poiché non ha senso solo la vita attiva, nella quale l’uomo ha la possibilità di realizzare dei valori in modo creativo; e non ha un senso solo la vita ricettiva, cioè una vita che permette all’uomo di realizzarsi sperimentando la bellezza nel contatto con arte e natura; la vita conserva il suo senso anche quando si svolge in un campo di concentramento, quando non offre quasi più nessuna prospettiva di realizzare dei valori, creandoli o godendoli, ma lascia solamente un’ultima possibilità di comportamento moralmente valido, proprio nel modo in cui l’uomo si atteggia di fronte alla limitazione del suo essere, imposta con violenza dall’esterno. La vita creativa e quella ricettiva gli sono da tempo negate. Ma non solo la vita creativa e quella ricettiva hanno un senso: se la vita ha un significato in sé, allora deve avere un significato anche la sofferenza. La sofferenza, in qualche modo, fa parte della vita — proprio come il destino e la morte. Solo con miseria e morte, l’esistenza umana è completa!

Dal modo in cui un uomo accetta il suo ineluttabile destino e con questo destino tutta la sofferenza che gli viene inflitta, dal modo in cui un uomo prende su di sé la sofferenza come la «sua croce», sorgono infinite possibilità di attribuire un significato alla vita, anche nei momenti più difficili, fino all’ultimo atto di esistenza. A seconda se uno resta coraggioso e forte, dignitoso e altruista. o se dimentica d’essere un uomo nella spietata lotta per sopravvivere e diventa in tutto e per tutto l’animale d’un gregge — al quale la psicologia dell’internato ci ha fatto pensare — a seconda di ciò che accade, l’uomo realizza o perde i possibili valori morali che la sua dolorosa situazione e il suo duro destino gli consentono, e, a seconda dei casi, è «degno del suo tormento» o non lo e.

Il lettore non deve credere che queste considerazioni siano teoriche o irreali. Certo, solo pochi e rari uomini sono in grado di raggiungere un tale livello etico, grazie alla loro eccezionale maturità; solo pochi hanno seguito il credo della piena libertà interiore e si sono innalzati per realizzare quei valori che la sofferenza rende possibili. Ma se non vi fosse stato che un uomo solo — basterebbe la testimonianza di quest’ uno, per asserire che l’uomo può essere nel suo intimo più forte del destino che gli viene imposto dall’esterno. I testimoni però, furono numerosi e non solo nei Lager. Dappertutto l’uomo è messo a confronto con il proprio destino, deve cioè decidere se farà di una mera condizione di vita, una conquista interiore.

Viktor Frankl, Uno psicologo nei lager, Ares, pag. 117