PICCOLA

La speranza, virtù del nostro giubileo, è una cosa piccola. Non può essere grande, altrimenti perde la sua natura che spinge oltre le apparenze, non può essere eclatante o si trasformerebbe in certezza, non può essere manifesta altrimenti si trasformerebbe in abitudine.

La speranza è una piccola cosa nascosta. È quella notizia di cui i giornalisti si sono dimenticati, è la stella non censita dagli astronomi, è il più piccolo regalo di Natale rimasto sotto il treppiede dell’albero.

La speranza non ha grandi numeri poiché è piccola e non ha ancora imparato a contare oltre le dita della mano. La speranza chiama per nome e dimentica i cognomi perché ci guarda ad uno ad uno; è ancora piccola, come dicevo, e per lei siamo tutti cose nuove da conoscere e si meraviglia ancora. La speranza sa bene cos’è il buio, perché è ancora una piccola luce, come di una candela, e splende solo se le tieni una mano vicino e la proteggi dal vento.

La speranza ci guida in questo Giubileo e all’inizio di quest’anno a ricordarci che possiamo essere anche noi piccole cose, cose che contano. Cose preziose, da non dare per scontate, cose con un nome e una piccola storia accanto ad altre piccole storie.

In un mondo che scarta il piccolo, noi scegliamo di essere piccoli. Scegliamo di assomigliare alla speranza, almeno in questo.

E guardiamo alle cose piccole come a quanto vi è di più prezioso e importante, senza lasciarci distrarre da chi sminuisce le piccole cose.

Guardiamo alla speranza: sono le persone accolte nome per nome, volto per volto, dai corridoi umanitari; sono i senzatetto a cui è stata data una coperta guardandoli in faccia e prendendosi il tempo di stringere loro la mano; sono i bambini che consoli inginocchiandoti e assicurandoti di contemplarne le lacrime; sono gli incontri di sempre che, in un mondo di corsa, scegli di stare ad ascoltare fermandoti un po’ e provando anche a stare in silenzio con loro; sono le preghiere che hai detto stringendo il tuo rosario con tutta la forza che hai; sono i fiori nuovi che hai posato con cura sulla tomba dei tuoi cari; sono i complimenti che hai fatto assaporando un cibo buono che qualcuno ha preparato per te; sono i grazie che dici al bar e al commesso del supermercato; sono i per piacere che dici a coloro a cui non devi niente; sono i sospiri che fai quando scegli di non urlare a chi ti ha attraversato la strada; sono le nostre piccole cose.

Ognuno di noi può diventare speranza solo riconoscendo di essere piccolo. Spero che anche la nostra comunità divenga luogo di speranza e per fare questo dovrà scegliere di essere piccola.

Rendiamo di nuovo piccola la nostra chiesa. È tempo che sia un luogo piccolo e accogliente, casa di un Dio inginocchiato. Una chiesa piccola di fronte alla quale nessuno abbia mai paura perché è così debole che assomiglia a una bambina, … una bambina piccola, così com’è la speranza

Vi lascio a questo proposito un estratto del testo

“Il portico della seconda virtù”

Ma la Speranza ama ciò che sarà.
Nel tempo e per l’eternità.
Per così dire nel futuro dell’eternità.
La Speranza vede quel che non è ancora

e che sarà.
Ama quel che non è ancora e che sarà.
Nel futuro del tempo e dell’eternità.
Sul sentiero in salita, sabbioso, disagevole.
Sulla strada in salita.
Trascinata, aggrappata alle bracciadelle due sorelle maggiori

che la tengono per mano,
la piccola speranza.
Avanza.
E in mezzo alle due sorelle maggiori

sembra lasciarsi tirare.
Come una bambina

che non abbia la forza di camminare.
E venga trascinata su questa strada

contro la sua volontà.
Mentre è lei a far camminar le altre due.
E a trascinarle,
E a far camminare tutti quanti,
e a trascinarli.
Perché si lavora sempre solo per i bambini.
E le due grandi camminan solo per la piccola.


Charles Péguy