Trovereste uno spazio per voi nel presepio? Solitamente i nostri presepi sono caratterizzati da fantasia e creatività: quanto tempo impiegato per formare le montagne di carta e creare laghetti e torrenti d’alluminio, quanta attenzione per far stare in piedi le pecorelle e non farle cadere tutte per porvi accanto il pastore, quanta ricerca per trovare un muschio che non sia troppo secco… Ogni presepio porta un pezzetto d’arte nelle nostre mani e nelle nostre case. Quando lo prepariamo siamo attenti a lasciare un posto vuoto, che sia visibile e centrale, a cui tutto possa tendere: è il posto del bambino Gesù.
Attorno a questo vuoto, attorno a questa attesa, tutto il presepio si orienta e si organizza. La parola stessa presepio significa mangiatoia, essa è quello spazio che ha accolto il Re dei Re. Non esiste presepio senza quella mistica e particolarissima culla. Trovare uno spazio per il presepio ci fa’ spostare a volte mobili, fare un po’ di ordine, come minimo togliere qualche soprammobile intriso di polvere. Spostiamo le cose per fare spazio al presepio, per fare spazio a Cristo. E noi dove siamo? A Napoli hanno inventato i personaggi più bizzarri da inserire nel presepio, dai calciatori ai politici. Mi piace questa cosa anche se forse viene un po’ enfatizzata, mi piace il fatto che chi è famoso e ritenuto forse un po’ potente sia in disparte nel presepio. C’è un solo centro, un solo spazio vuoto, una sola culla a cui tutto si rivolge. Guardando ad essa troviamo anche noi il nostro spazio.
Non guardando a noi stessi, non guardando alle cose che abbiamo fatto, neppure guardando coloro che amiamo; ma guardando quella culla troviamo il nostro spazio, guardando quel bambino scopriamo chi siamo. Il Natale ci aiuta a uscire da noi stessi e trovare un altro centro di riferimento per i nostri pensieri e i nostri progetti, per i nostri sogni e le nostre preoccupazioni. Trovare il nostro posto significa innanzitutto uscire dalle nostre storie per appartenere ad un’altra storia, una storia più alta e più grande di quanto potremmo mai immaginare, una storia a cui possa appartenere chiunque, dai re lontani ai semplici pastori. In questa storia sono le nostre storie. Potremmo imparare a guardarle da un altro punto di vista, un punto di vista che ci consenta di stare nello sguardo di quel bambino.
Quest’anno trascorso insieme si raccoglie nel Natale e in modo particolare nel presepio, memoria dei nostri cammini verso Cristo. Vediamo insieme, in un’altra luce, la storia della nostra comunità. Accompagniamo in questo presepio per mano i bambini della nostra scuola dell’infanzia ss. Angeli Custodi, li immaginiamo ancora una volta in fila guidati dalle maestre e dalle suore, come erano soliti fare quando venivano in chiesa in questi giorni santi per la recita di Natale. Non li vediamo più nei loro cappottini attraversare il nostro sagrato, eppure non togliamo lo sguardo dalla meta che rimane la stessa, in altre strade e in altri modi, in orizzonti grandi in cui desideriamo incontrino la bontà e la misericordia del Dio con noi. Vediamo ancora insieme in questo presepio immaginario il nostro fratello Adriano che così tragicamente ci ha lasciato e tutti i nostri cari che in questo tempo sono tornati alla casa del Padre. Li vediamo più vicini alla grotta di Betlemme, ci spronano ad avvicinarci al mistero di quella culla e di quel bambino. Solo alla Sua luce li possiamo vedere ancora e incontrare vivi per sempre, più che vivi. Alla luce di questa grotta vediamo le innumerevoli guerre che feriscono ancora la nostra terra, vediamo le stragi in Ucraina e i massacri di Gaza, vediamo i profughi del Sudan e il triste cimitero in cui si è trasformato il nostro mar Mediterraneo. Di fronte a tanta disperazione cosa può fare l’uomo? Quante risposte e quanti tentativi di soluzioni cerchiamo con le nostre forze e quanto ci perdiamo provandoci. Edith Stein, una monaca carmelitana morta durante le persecuzioni naziste osava dire: “Più si fa buio attorno a noi e più dobbiamo aprire il cuore alla luce che viene dall’alto”.
Anche la visita pastorale, da poco vissuta, ci ha aiutato a vivere questo, a riscoprire il mistero che custodiamo come comunità nella comunione con il vescovo e con tutta la Chiesa. Questo mistero è proprio quella luce che viene dall’alto e che è orizzonte buono nelle incertezze del tempo presente.
Si apre il tempo del Giubileo e il Papa ci invita a coltivare la speranza. Possa ripartire da Cristo il conto dei giorni e degli anni. Non è la nostra vita o quella dei nostri paesi il termine di paragone del tempo. Il nostro riferimento non sono le nostre luci che durano poco più delle luminarie di Natale; il nostro riferimento è la luce di Cristo, di quel Dio che nascendo bambino apre tutta l’umanità alla speranza dell’eterno.
Sarà così che mettendoci un po’ in parte rispetto a tutte le nostre storie, troveremo che quel bambino non ci è distante. Davvero è il Dio con noi: eccolo, è in parte a te.