Siamo stati salvati. L’annuncio pasquale risuonato anche nella nostra chiesa nella solenne veglia pasquale ci richiama a questa consapevolezza. Cristo ci ha redenti nella sua passione, morte e risurrezione. In Lui si è compiuta tutta la storia e con Lui il Padre ci ha dato e detto tutto il senso e il significato della creazione.
Eppure siamo ossessionati dall’incompiuto, intimoriti dalle pieghe della storia e dagli esiti delle nostre vicende umane; come se dovessimo ancora essere salvati. L’assunzione di questo compito, o la consegna dello stesso onere a qualcuno, è uno dei rischi della nostra umanità e una delle tentazioni del serpente antico “sarete come Lui”.
Nessuno di noi su questa terra è il Salvatore. Il papa non salverà la chiesa. Gli Stati Uniti non salveranno la democrazia. L’Europa unita non salverà i popoli che raccoglie. Le donne non salveranno gli uomini. Gli uomini non salveranno le donne. Il parroco non salverà la parrocchia. I genitori non salveranno i figli. I figli non salveranno i genitori. E così via…
Tutto ciò per il semplice motivo che siamo già salvati. Siamo salvati soprattutto dal rischio di ergere noi stessi o qualcun altro al ruolo salvifico. L’ergerci come salvatori è infatti una delle più sottili e crudeli forme di violenza che possiamo sperimentare nella nostra vita. Diventa una forma svalutante dell’altro o di noi stessi e, a lungo andare, ci trasforma in vittime o peggio, in carnefici.
L’esperienza lo dimostra, in tutte le famiglie in cui uno si pone come salvatore dell’altro, nelle cosiddette missioni di pace internazionali in cui spesso i paesi che si ponevano come salvatori sono stati cacciati come occupatori, nelle esperienze politiche in cui facili promesse hanno favorito meccanismi di delega e di de-responsabilizzazione da parte dei cittadini, o peggio, di regimi dittatoriali unidirezionali. Non siamo salvatori, possiamo respirare liberamente, ci è stata già data la redenzione. Alla luce di questo, poiché siamo tutti salvati, nessuno di noi può ergersi sull’altro, siamo destinati invece ad una collaborazione, partecipiamo della stessa salvezza e dello stesso onore, e incontrandoci come fratelli e sorelle in Cristo completiamo con le nostre sofferenze ciò che manca alla sua passione (Col 1,24), nella speranza che Egli ha offerto a tutta l’umanità una volta per tutte.